Il Pagante, Federica lascia il gruppo: «Soffro di attacchi di panico e ansia» | Rolling Stone Italia
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Il Pagante, Federica lascia il gruppo: «Soffro di attacchi di panico e ansia»

La cantante ci ha raccontato la sua esperienza: «Non abbiate paura di chiedere aiuto»

Il Pagante. Da sinistra, Federica Naples, Eddy Veerus, Brancar

Questa potrebbe essere la solita chiacchierata che si fa quando esce un disco, un singolo, un nuovo videoclip. Il soggetto si presta, parliamo del Pagante, trio che racconta in musica i luoghi comuni dei milanesi da dieci anni, tra discoteche, sbronze, after e bottiglie da sciabolare. E che ha pubblicato a gennaio il nuovo disco, Devastante. Potrebbe, dicevamo.

Potrebbe perché a poche settimane dall’uscita del nuovo album, Federica Napoli (Naples, per chi è del giro), ci ha concesso un’intervista per raccontarci qualcosa che nelle canzoni, sui social e nei video non si vede. I fan del trio si erano già accorti che lei, ai concerti, non c’era più. Periodo di stress? Problemi di salute? Ha voluto dircelo lei stessa dopo che oggi, su Instagram, ha comunicato ai suoi follower di aver lasciato il gruppo, chiarendo una situazione in bilico da mesi. L’ha fatto raccontando in un video il suo percorso fatto di attacchi di panico e ansia, temi legati alla salute mentale di cui si parla sempre più ma probabilmente ancora non abbastanza. Una vita passata in discoteca e nei club, la sua: non aveva neanche 18 anni quando, 10 anni fa, insieme a Eddy Veerus e a Brancar, diventava popolare su YouTube con video e canzoni volutamente al limite del demenziale, diventati inni dei giovanissimi discotecari di mezz’Italia e in cui raccontavano i cliché del bocconiano tipo. La vacanza a Courma d’inverno, le estati a Portofino, le file in discoteca, tra featuring con Myss Keta, J AX e tanti altri. Fino a quando in discoteca ha smesso di andarci perché non riusciva più.

Quando hai deciso di lasciare la band?
È una decisione che ho preso dopo tanti mesi. Vorrei raccontarti la storia dall’inizio, era l’estate 2019 ed eravamo in tour.

Che poi voi siete sempre in tour, tra concerti e date in discoteca, a volte anche due per sera.
Sì, d’estate facciamo anche 60 date in due mesi e mezzo. Era il 3 agosto 2019, mi ricordo che da Bari dovevamo andare a Jesolo. Ho iniziato a stare male in aeroporto. Mal di stomaco, nausea, stanchezza. Ho cercato una farmacia, ho provato la pressione. Stavo bene, l’infermiere mi ha detto di riposarmi un po’. Atterrati a Venezia non era cambiato niente: ero pallida, agitata, non controllavo più il mio corpo. Dopo qualche ora mi calmo e riesco a fare la data.

Poi che è successo?
Avevamo quattro giorni liberi, e lì è iniziato il mio calvario. Ho iniziato a piangere, a sentirmi male, ero fuori controllo. I miei genitori pensavano a stress dovuto dal tanto lavoro, mi consigliavano di non farmi sopraffare, di riposarmi. Ho deciso di farmi una vacanza, al mare, per rilassarmi. Quando sono tornata questi attacchi erano ancora lì ad aspettarmi.

Che hai fatto, quindi?
Tutti i controlli medici del caso, decine di analisi. Niente, ero sana come un pesce. Stavo bene fisicamente ma mentalmente non c’ero. Dopo qualche mese così ho deciso di andare in terapia, il miglior regalo che mi potessi fare, anzi: la mia salvezza. Con la terapeuta ho affrontato un percorso per cercare l’origine di questi attacchi di panico. E abbiamo capito che erano psicosomatici. In quel periodo eravamo in piena pandemia, quindi mi sentivo un po’ protetta tra le mura di casa. Lavoravamo solo in studio, andava tutto bene. Avevo anche il desiderio di tornare alla normalità. Poi, quando la situazione per fortuna è migliorata, siamo andati a Portofino a girare il video della canzone (Portofino anche quella) e lì ho avuto un altro brutto attacco. Ero in casa da sola, son stata molto male. Lì si è acceso qualcosa che mi ha fatto dire: c’è qualcosa che non va col mio lavoro.



Hai pensato per la prima volta a un cambiamento?
Esatto, ho iniziato a pensarci. Ma era un pensiero rimasto lì, nel cassetto, io dovevo continuare a lavorare. Se non fosse che, dopo qualche giorno, sono stata male di nuovo. Vivevo con la paura di avere la nausea, non dormivo di notte.

Come se non ci fosse più nulla di razionale.
Esatto, ero sopraffatta dall’ansia, dalla paura. Ho perso parecchio peso. E piangevo molto.

Un inferno.
Sì, più mi concentravo sul problema e peggio stavo.

Come reagiva il mondo intorno a te? Si parla sempre più di problematiche di questo tipo, di ansia e attacchi di panico, ma chiaramente non tutti sono pronti o educati al sostegno nella maniera corretta.
Le persone più importanti sono stati miei genitori e il mio fidanzato, anche perché con gli altri sono sempre stata molto riservata sulle mie emozioni. Anche quando parlai dell’aplasia alla mano, qualche anno fa, fu uno sforzo enorme. Qui è stato un po’ lo stesso. Ero abituata a mostrarmi forte, allegra, ad essere l’anima della festa. Avevo iniziato a mettere una sorta di muro tra me e gli altri. Le persone sapevano che stavo male, ma non sapevano cosa avessi.

Fino alla consapevolezza che per stare bene dovevi cambiare delle cose.
Prima ho provato a distaccarmi dalle date, a non fare più concerti: non riuscivo neanche più a uscire la sera. Ripudiavo tutto quello che riguardava il mondo della notte. Se non andavo a letto presto mi agitavo. Vedere gente ubriaca, sentire schiamazzi, mi creava molta ansia. Ci sto ancora lavorando.

Detto da una che ha sempre lavorato principalmente di notte fa effetto.
Sì, facendo questo lavoro ne abbiamo viste di cotte e crude, è sempre stata una grande parte del mio lavoro. Con estrema difficoltà ho deciso di non fare più le date in discoteca. Speravo che mi tornasse la voglia, speravo di capire che era un periodo passeggero.

Invece?
Invece quella voglia non è mai tornata. È stato un punto a capo. Ho capito che il mio lavoro non mi piaceva più, che mi creava angoscia. Il problema è che non riuscivo ad accettarlo.

Perché?
Perché mi ha dato tantissimo, in questi 10 anni. È un lavoro che ci ha fatto arrivare a tantissimi traguardi, che mi ha riempito la vita. Oltre a rendermi indipendente economicamente da giovanissima. Mi sentivo molto fortunata a fare una cosa così, che mi divertiva. Mi sentivo in colpa ad ammettere che non volevo più farlo. C’è sempre stato il fattore ‘non mi devo lamentare’, perché mi ritenevo fortunata.

Che ruolo hanno avuto i social? Immagino i fan ti scrivessero perché non ti facevi più vedere.
Sono sparita dai social. Non pubblicavo quasi nulla, cercavo di leggere il meno possibile anche i direct. Poi d’accordo con gli altri abbiamo abbiamo deciso di mettere questa story in cui dicevo che avrei spiegato tutto a tempo debito e che non stavo passando un periodo tranquillo.

E come è andata?
Sono stata inondata d’affetto dalle persone che mi seguono. Non li ho mai ringraziati pubblicamente, ma ci tengo a farlo ora. Tantissimi sono stati sensibili e hanno speso un minuto della loro vita per scrivermi un messaggio d’affetto. Per questo li ringrazio, mi ha fatto bene.

Che consiglio ti senti di dare a una persone che si trovano nelle condizioni in cui ti sei trovata tu?
Chiunque abbia un malessere deve chiedere aiuto. Il tabù è che se vai da uno psicologo, psicoterapeuta, psichiatra, allora automaticamente sei pazzo. Questa narrazione è tremenda. Bisogna parlare con professionisti e con persone che ci diano gli strumenti per uscirne e tornare a stare bene. In un periodo storico come questo quello che consiglio è davvero di non avere paura di chiedere aiuto. Ci sono le strutture, gli sportelli a scuola, guardatevi intorno. Non abbiate paura.

Quando hai comunicato agli altri che volevi lasciare il Pagante com’è andata?
È stato pesante. Sono colleghi, sono amici, ma stai comunque per dargli una notizia importante. Avevamo una riunione, a gennaio, e gliel’ho detto lì. Anche se io avevo già deciso a novembre, dicembre. Ma lo sapevano solo i miei familiari. Loro non se lo aspettavano, forse solo Eddy aveva capito, ma sperava non capitasse. La decisione non è stata semplice neanche per me, non volevo arrivare a questo punto. Il Pagante è la mia seconda famiglia. Non ho neanche un piano B, ho sempre fatto solo questo. Non ho mai pensato ad altri lavori, a niente. Quindi immagina. Ora mi ritrovo sulle mie gambe.

Però sarai sul palco ancora una volta. Milano, Roma e Londra.
Sarò solo a Milano e Roma. A Londra no, è lontano e non me la sento. Ma sarò alle altre date, e sono felice di chiuderla così. Stiamo già iniziando a prepararci. Penso che sia il finale giusto per me e anche un ottimo modo per festeggiare questi dieci anni insieme. È giusto che io metta un punto in questo modo, credo di meritarmelo. Lo dedico alla vecchia Fede, che su quel palco ci è sempre stata bene. E a tutte le persone che ci hanno sostenuto.

Cosa ti mancherà di più della tua vecchia vita?
Le risate che facevamo noi tre. Siamo sempre stati uniti, ci siamo divertiti tanto.

I ragazzi andranno avanti in due?
Sì, e gli auguro di poter arrivare dove sognano. Spero di vederli a Sanremo, e spero pure che lo vincano! Sarò in prima fila a fare il tifo. Li seguirò da qui, ma ci sarò. Li seguirò mentre inizio un nuovo capitolo della mia vita.

 

 
 
 
 
 
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