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Il nuovo volto dei Kings of Leon

Quanto è difficile cambiare le carte in tavola all’improvviso? L’abbiamo chiesto ai Kings of Leon che, nel loro settimo album, WALLS, hanno messo in piedi una rivoluzione musicale

Esiste la crisi del settimo anno e la crisi del settimo album. In entrambi i casi, prima di tutto, ci si stupisce di essere arrivati fin lì, dopodiché scatta l’ansia di un cambiamento drastico. Ci sono passati pure i Kings of Leon, che per il settimo disco – WALLS – hanno deciso di abbandonare il loro produttore storico, Angelo Petraglia, per affidarsi a Markus Dravs (Arcade Fire, tra gli altri). Li incontro al Waldorf-Astoria di Berlino, un posto che una delle promoter definisce ironicamente «un albergo più da turisti americani che da rock star», realizzando un attimo dopo che forse tra le due categorie non ci sono troppi gradi di separazione. Comunque sì, l’Astoria è il posto meno rock del mondo, e per ricordartelo nell’atrio c’è un pianoforte, al quale una bionda in tenuta da hostess sta suonando musica classica da tappezzeria sonora, leggendo lo spartito da un iPad. Caleb e Jared dei KoL sono chiusi nella stanza per le interviste da sette ore; dai finestroni si staglia il Bikini Berlin, un centro commerciale per hipster benestanti il cui slogan – “Change is not an agenda, but a principle” – pare quasi benedire la loro svolta artistica.

«A questo punto della nostra carriera avevamo bisogno di una sfida», esordisce Caleb, «sentivamo la necessità di uscire dalla nostra comfort zone», un’espressione che – ho notato – va per la maggiore tra i musicisti, quando devono parlare dei propri azzardi creativi. Ma fuori dalla comfort zone non sono mancate le tensioni, perché «Markus è uno che non ha peli sulla lingua, e non ti lascia passare niente», spiega Jared. «È stato un processo intenso, che ci ha richiesto fiducia. L’effetto si comprende a pieno sulla lunga durata. Ci siamo presi il nostro tempo, sapevamo che un’altra band avrebbe potuto fare in tre mesi quello che noi abbiamo fatto in sei, ma adesso mi rendo conto di quanto fosse necessario».

Io ho avuto modo di ascoltare l’album per intero poco prima dell’intervista nella saletta stampa, ma l’impronta di Markus è subito evidente. Per i KoL le differenze tecniche sono solo una parte della questione – «Markus è uno che ti dice: “Non si compone un pezzo con gli effetti a pedale. Prima scrivete un pezzo buono, e poi ci mettete gli effetti”. Noi eravamo abituati al contrario», ammette Caleb – o meglio, la tecnica può rivelarsi una questione anche esistenziale. «È il primo disco in cui canto con un tono molto basso», continua Caleb. «So che sono in grado di toccare note altissime, per cui è stata una novità per me rinunciare ai miei acuti. Ma in questo caso sentivo che avevo bisogno di un tono più confidenziale per le storie che volevo raccontare, per essere sincero». Eppure, con la sincerità Caleb ha un rapporto piuttosto conflittuale, perché la sua urgenza si scontra con una paranoia al limite della superstizione: è convinto che i suoi testi siano profetici. «Non hai idea della roba che si è avverata, e adesso ho quasi paura a parlare di cose troppo personali, soprattutto se non sto passando un bel periodo, mi sento vulnerabile». «Sì, infatti in questo album dice solo che vuole diventare un miliardario», ironizza Jared.

A quanto pare, non è l’unica forma di superstizione, ho letto che tutti i titoli dei loro album devono essere composti di cinque sillabe e WALLS non è l’eccezione che conferma la regola, ma l’acronimo di “We Are All Love Songs”. I muri a cui allude, però, non hanno niente a che vedere con vecchie o nuove frontiere geopolitiche quanto con la demolizione interiore di un certo machismo di gioventù. «Quando eravamo ragazzini», racconta Caleb, «ci piaceva fare gli spacconi, ci sparavamo un mucchio di pose come se il mondo ci stesse a guardare, andavamo nei bar di Nashville, con la nostra birra in mano, e non vedevamo l’ora che scattasse la rissa». «Tieni presente che siamo cresciuti in un ambiente pieno di maschi», interviene Jared, «per cui è naturale sviluppare una certa ansia di competizione, nello sport, con le donne…». «Esatto», riprende Caleb, «e poi quella posa da macho te la porti dietro, si trasforma in un antagonismo con le altre band: “Cazzo quelli fanno 100 concerti e noi solo tre!”. Dopo anni di carriera abbiamo perso quell’arroganza, forse perché siamo meno insicuri. Oggi siamo una di quelle band che guardavamo con soggezione. Insomma, direi che abbiamo imparato a suonare!». Apprezzo molto questo tentativo di autoanalisi, mi chiedo però se parte di questo machismo testosteronico non sia il marchio di fabbrica per il rock in generale che, al contrario di altri generi, non riesce a smarcarsi da un immaginario molto virile e molto bianco. «Hai ragione», ammette Jared, «ma dipende pure da dove sei cresciuto. Non so, forse se fossimo nati a Detroit ci saremmo dati all’hip hop. Se sei di Nashville i modelli di riferimento sono un po’ quelli di cui parli, però mi piacerebbe ci fosse più diversità nel rock». «Blood Orange!», esulta Caleb quasi colto da un’epifania, «lui è uno veramente fico». Per WALLS, i Kings of Leon sono tornati a registrare a Los Angeles, e la città sembra aver avuto una sua influenza sull’album – l’atmosfera spaghetti-western di Muchacho o la visione della California in Conversation Piece – ma anche in questo caso la Los Angeles di un tempo ha dovuto fare i conti con le conseguenze della maturità. «Da giovani, quando eravamo a L.A., andavamo per bar, ci facevamo di coca e ce la spassavamo con un mucchio di ragazze», racconta Caleb, «stavolta eravamo lì con mogli e figli (fa una pausa), poi andavamo a casa a farci di coca…». (Ride).

WALLS segna uno stacco notevole dall’album precedente, è un disco rischioso come poteva esserlo stato al tempo Only By the Night, ma i KoL non sembrano troppo preoccupati di deludere i loro fan. «Se perdiamo dei fan e ne conquistiamo altri», dice Caleb, «è un ottimo risultato. Però non credo sarà così straniante come il passaggio dai Kings of Leon capelloni a Sex on Fire, quando ci dicevano: “Oh merda, a mia madre piacciono le vostre canzoni!” (ride). A questo punto penso che le mamme siano già nostre fan… e magari si incazzeranno pure che i loro figli non ci ascoltano più». «Secondo me», aggiunge Jared «ci deve essere sempre un grado di confusione rispetto a un disco, se tutti quanti capiscono al volo quello che hai fatto, stai sicuro che fa schifo». Disattendere le aspettative del pubblico è un imperativo categorico per i KoL, che rasenta la perversione: piuttosto che compiacere, fare i dispetti. «All’inizio cercavano di promuoverci come dei pischelli carucci», commenta Jared, «allora ci siamo fatti crescere barba, baffi e capelli. Poi quella roba è stata digerita e allora ce li siamo tagliati. Poi è arrivato il singolo del terzo album On Call che partiva con le tastiere e lì a dirci: “Ecco, vi siete venduti”… Così il quarto album non c’entrava niente col terzo. Ma tanto ti accusano comunque di esserti venduto, è quello che la gente si aspetta. La verità è che, se esistesse davvero una formula per vendersi, lo farebbero tutti». «Ma soprattutto se non provi un po’ a venderti», scherza Caleb, «mica vai oltre il terzo disco!».

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