Il mondo secondo Bono

Come affrontare la scomparsa del rock e la paura della morte insieme a una band di 50enni.

U2, foto di Anton Corbijn


Nel 1985, poco dopo l’irruzione in America, Rolling Stone elesse gli U2 “band degli anni ’80”. Dopo 30 anni e 16 cover, il magazine ha instaurato una relazione profonda con il gruppo. Il nuovo album, Songs of Experience, è salito in cima alle classifiche a dicembre, regalando agli U2 almeno una prima posizione in ogni decennio, a partire dagli anni ’80. Intervistai la prima volta Bono nel 2005. Parlammo per ore durante un weekend a Cancún, un intimo dialogo su rock, giustizia sociale, fede e arte. Questa chiacchierata comincia dove era finita l’altra, anche se oggi la posta in palio è più alta. Trump e l’ondata di fascismo in Europa hanno scosso Bono, tanto quanto un’esperienza quasi mortale che gli è capitata durante la realizzazione di Songs of Experience.

Mentre gli risulta difficile parlare della sua “estinzione”, come la chiama, Bono si è lasciato andare sull’effetto di quell’episodio sulla propria vita e sul nuovo album. Abbiamo realizzato l’intervista in due sessioni al tavolo della cucina nel mio appartamento di New York, poco distante dal suo. Di persona è cordiale, intrigante e misurato, anche quando si discute di argomenti difficili. Ciò che traspare è la sua ambizione, più lucente che mai. Gli U2 rimangono vogliosi di sperimentare nuovi approcci al songwriting, di trovare un posto nell’epoca dello streaming e di ripartire in tour. Bono continua a riversare le sue energie in cause globali, incontrando presidenti e lavorando alla sua ONE Campaign, che lotta contro l’estrema povertà. È un raro caso di rockstar-artista e attivista in pari misura. Come sempre, è un ottimista. E uno dei grandi chiacchieroni del rock, pieno di saggezza, candore e poesia.

Avete concluso il Joshua Tree Tour. La nostalgia è qualcosa che in genere gli U2 cercano di evitare, com’è suonare un vecchio album ogni sera?
Ci siamo messi nella condizione di lavorare come se avessimo pubblicato The Joshua Tree da poco, e non 30 anni fa. Non c’era niente che desse la sensazione di trovarsi in quell’epoca. Siamo convinti che la forza del disco stia nel fatto che ha un significato, oggi più che allora. Quella era l’idea di fondo. Abbiamo concluso con quattro serate a San Paolo, di fronte a quasi 300mila persone. È stato un bel crescendo. Se devo essere onesto, non mi sono ancora ripreso. Ho approcciato il canto in modi nuovi. Riprendere in mano le vecchie canzoni è stato un calvario, più di quanto pensassi. Richiedono molto in termini di, come dire… onestà emotiva. E poi ci stavamo già preparando per Songs of Experience.

Che ha debuttato al numero uno, il che significa che avete portato un album in vetta in ogni decennio dagli anni ’80. Perché avete ancora questa fame di successi?
Be’, non è per tutti, e non può esserlo sempre neanche per noi. Questi ultimi due dischi mescolano il personale e il politico, tanto da non capire con chi stiamo parlando. Si tratta di una specie di trucco, per capire che tutti i problemi che troviamo nel mondo esterno sono solo manifestazioni di quello che abbiamo dentro. Quanto più cazzoni, stronzi, sessisti possiamo essere, tanto più egoisti, crudeli, subdoli saremo quando ci guardiamo allo specchio. Ed è lì che deve iniziare il lavoro di trasformazione. Non è questo che ci dice l’esperienza?

Come avete concepito Songs of Experience in relazione a Songs of Innocence?
Era da un po’ che avevo quest’idea di una versione più giovane, che parlasse a quella più grande. Lo trovavo drammaticamente interessante. Ero a una mostra fotografica di Anton Corbijn ad Amsterdam, e qualcuno mi chiese cosa avrei detto a Bono 22enne, una delle foto dell’esibizione. Ci pensai e dissi “Smettila di dubitare di te. Hai ragione”. Poi il tizio mi chiese cosa avrebbe detto il me più giovane a quello adulto. Diventai un po’ nervoso. Non ero sicuro della risposta. Presi quell’esitazione come un indizio del fatto che forse non mi sentivo a posto rispetto a dove mi trovavo in quel momento. Iniziavo a realizzare che avevo perso un po’ di ferocia.

Ma ora sembra che tu sia in tutt’altra dimensione. Sembri avere le idee più chiare.
Da un punto di vista politico e sociale, ho molta meno paura di prendere dei rischi. Quando diventai un attivista, mi chiedevano “Sei serio?”. Ma poi l’hanno accettato. Allora ho cominciato a interessarmi del commercio e dei meccanismi che hanno portato la gente dalla povertà alla prosperità. Mi dissero “Non puoi davvero spingerti fin là”, e io risposi “Se sei un artista, devi farlo”. Cosa può davvero fare un artista? Cosa non è concesso? Ci sono dei limiti? Ora direi al me più giovane: “Sperimenta di più, non lasciare che le persone ti mettano in una scatola”. Abbiamo quest’idea sbagliata che gli artisti siano in qualche modo estranei alla mischia. O che dovrebbero esserlo.

Che abbiano una scusa per non partecipare.
Io avevo una scusa per non partecipare. Ma sapevo che alcune persone che fanno lavori normali valgono quanto gli artisti, forse anche di più. E ci sono più stronzi per centimetro quadrato tra noi artisti. Quando incontrai Björk mi disse che in Islanda costruire una sedia è un grande problema. Più grande di una canzone. Se è vero, finiamola con questo nonsense secondo cui un artista sarebbe una persona di grande valore.

Questo disco sembra parlare di sopravvivenza. La sopravvivenza del mondo e quella del nostro sistema politico. Ma parliamo della tua, di sopravvivenza. Nel mezzo delle registrazioni, hai avuto un’esperienza che ti ha portato vicino alla morte. Dimmi cos’è successo.
In realtà non vorrei.

Capisco. Ci sono passato anche io. La gente vuole chiedermi della mia salute, e io sono esitante. Perché mi sento così? Me ne vergogno? È la debolezza che voglio nascondere?
È solo che… le persone hanno queste “estinzioni” nelle loro vite: possono essere di natura psicologica o di natura fisica. Per me è stata di natura fisica, ma non voglio farne un dramma. Oggi c’è questa ossessione di sapere ogni dettaglio della vita della persone famose: io sono ben contento di starne fuori. Voglio che la gente possa trarre un insegnamento da questa vicenda, capisci? Una cosa è parlarne su Rolling Stone, ma quando poi arriva sul tuo tabloid locale è orribile. Finisce sulla bocca di tutti.

Parliamone in modo ellittico: voglio dire, il tema è centrale all’album.
Sì. C’era un’apocalisse politica in atto in Europa e in America, che è come se fosse connessa con quello che mi stava capitando. Ho avuti tanti segnali di pericolo negli anni: quando li ricevi, realizzi che non sei un carro armato, come dice Ali (sua moglie, nda). Edge dice che guardo al mio corpo come a una seccatura.

Nel 2000 hai temuto di avere un cancro alla gola, vero?
No, fu solo un controllo. Uno degli specialisti volle fare una biopsia alle corde vocali, che avrebbe potuto mettere a rischio la mia voce. Ma è andata bene.

Qualche anno fa venni a trovarti in ospedale, e avevi il braccio dentro una specie di struttura da Washington Bridge.
Avevo avuto un incidente in bici, ma facevo finta che fosse avvenuto con l’auto.

Brutta storia, e poi quest’ultima cosa. Un bel po’ di incontri ravvicinati con la morte.
C’è del tragicomico nell’incidente in bici a Central Park, non esattamente roba alla James Dean. Ma quello che mi turba è che non lo ricordo, perché ho avuto un’amnesia. Quello mi ha lasciato un po’ a disagio, ma a inchiodarmi definitivamente è quanto successo dopo. È come se qualcuno mi stesse dicendo: “Sai riconoscere un indizio?”.

Stavi lavorando al disco e all’improvviso hai dovuto affrontare dei problemi di salute. Che effetto ha avuto sul tuo lavoro?
Abbastanza strano. In realtà avevamo già deciso di trattare il tema della mortalità, semplicemente perché è un argomento che non viene affrontato spesso. E non puoi scrivere Songs of Experience senza parlarne. Inoltre avevo già avuto un paio di quegli “shock di sistema”, chiamiamoli così, nella mia vita. Come l’incidente in bici o l’infortunio alla schiena. Perciò sarebbe stato comunque l’argomento centrale. Semplicemente non avrei voluto diventare un tale esperto in materia. Tempo fa incontrai un poeta chiamato Brendan Kennelly. Lo conosco da anni, e lo adoro. Una volta mi ha detto: “Se vuoi arrivare dove la scrittura vive, immagina di essere morto”. Non c’è ego, non c’è vanità, nessuna preoccupazione in merito a chi offenderai. È un grande consiglio. Semplicemente avrei voluto scoprirlo senza passare attraverso un simile processo mentale. Non avrei voluto scoprirlo a mie spese.

Quali brani sono scaturiti dal tuo “incontro ravvicinato” con la morte?
Non è corretto parlare di canzoni, quanto di…

Stato d’animo?
Penso di sì… The Showman, per esempio, è una canzone leggera, divertente, ed è diventato un pezzo davvero importante. Non arrendersi alla malinconia è la cosa più importante da fare, per uscire da qualsiasi angolo in cui tu ti possa trovare. L’autocommiserazione? Noi irlandesi siamo pesi massimi in quell’ambito, è la nostra caratteristica nazionale meno interessante. Io non ho mai voluto arrendermi a quel tipo di atteggiamento, e all’improvviso abbiamo riscoperto l’attitudine punk-rock. La seconda strofa contiene il miglior verso dell’album: “It is what it is, it is not what it seems/This screwed up stuff is the stuff of dreams/I got just enough low self-esteem to get me to where I want to go” (“È quello che è, non quello che sembra/Questa roba malata è la materia dei sogni/Ho abbastanza poca autostima per arrivare dove voglio arrivare”, ndt). Vorrei tanto rivendicarne la paternità, ma è di Jimmy Iovine. Un mio amico lo stava prendendo in giro, e io gli dissi “Sei un po’ insicuro, Jimmy?”. E Jimmy rispose, “I got just enough low self-esteem to get me where I want to go”.

Suona come una rivendicazione delle proprie menate interiori.
I performer sono persone molto insicure. Anni fa Gavin mi disse: “L’insicurezza è la miglior sicurezza di un performer”. Chi suona ha bisogno di sapere cosa succede in sala, di sentire davvero il pubblico, e non riesci a farlo se sei normale, se hai una grande concezione di te stesso, non sei così vulnerabile alle opinioni degli altri, all’amore, all’applauso e all’approvazione.

L’intero episodio ha arricchito l’album, comunque. A proposito di esperienza…
E non è una gran cosa? Pensavo che Experience sarebbe stato più contemplativo, e possiede quel lato, ma il cuore dell’album è la sua grinta e la sua carica punk. C’è una sorta di giovinezza. Spesso i ritmi sono molto veloci. E penso abbia alcuni versi molto divertenti. “Dinosaur wonders why he still walks the Earth” (“Il dinosauro si chiede perché sia ancora vivo”, ndt). Voglio dire, ho scritto quel verso su me stesso.

Pensi di avere avuto un colpo di fortuna?
Un colpo di fortuna? Sono l’uomo più fortunato sulla Terra, cazzo. Non pensavo che avrei avuto paura di un’uscita di scena anticipata. Pensavo che sarebbe stato sconveniente, perché ho un po’ di album da fare e i bambini da veder crescere, e questa bellissima donna e i miei amici… Non ero quel tipo. E poi a un tratto lo diventi. E pensi “Non voglio andarmene. C’è ancora molto da fare”. Sono fortunato. La grazia, e alcune persone davvero intelligenti, mi hanno accompagnato. La mia fede è forte.

In Lights of Home scrivi: “Non dovrei essere qui, perché dovrei essere morto. Riesco a vedere le luci davanti a me. Credo che i miei giorni migliori debbano ancora venire, riesco a vedere le luci davanti a me. Oh, Gesù, sono ancora tuo amico. Cosa diavolo, cosa diavolo hai in serbo per me?”
C’è un riferimento a Bob Dylan in quella canzone, te lo dico perché so che ami Bob. Fa: “Hey, now, do you know my name? Where I’m going? If I can’t get an answer in your eyes, I see it, the lights of home” (“Ora conosci il mio nome? Dove vado? Se non posso avere una risposta nei tuoi occhi, le vedo, vedo le luci di casa”, ndt). Almeno nella mia testa, il riferimento è a una delle mie canzoni preferite di Dylan, Senor, in cui incontra un angelo e si mette a girare con lui. Ho sempre immaginato fosse l’angelo della morte.

La tua canzone chiede: “Gesù, cos’hai in serbo per me?”. Cosa pensi abbia in serbo per te?
C’è un sollievo incredibile nel lasciarsi andare. Pensavo di averlo già fatto, ma questo è stato per me un altro episodio “mistico”. Sai, la gente di fede può essere molto fastidiosa. Come quando ai Grammy ringraziano Dio per un brano e pensi “Dio, che canzone di merda. Non dare i crediti a Dio, dovresti fartene carico tu!”. Sono sicuro di averlo fatto anch’io. E poi qualcuno dice, “Ho ricevuto questo direttamente dalle labbra di Dio”, e pensi: “Certo che Dio non ha proprio gusto!”.

Non sa nemmeno scrivere una cazzo di canzone!
Tipo, “quella è una brutta rima, Dio!”. Io almeno ho imparato a cercare di mettere da parte del tempo, per meditare sui giorni a venire.

L’album inizia con Love Is All We Have Left. Quanto è presente l’amore?
Mi servirà un po’ di tempo per rispondere alle tue domande. Immaginavo di dare vita a un Sinatra fantascientifico. “Love and love is all we have left” (canta in modo confidenziale, nda). È quasi comico, se non ti strappasse il cuore. Una commedia tragica. Nell’album canto: “Se hai una cosa da dire, qual è? Se l’amore è tutto ciò che ci resta, sono soddisfatto”. L’idea era creare una conversazione in cui l’io più giovane aggredisce l’io più vecchio. E così c’è quella voce in Love Is All We Have Left: (canta, nda) “Now, you’re at the other side of the telescope/Seven billion stars in her eyes/So many stars, so many ways of seeing/ Hey, this is no time not to be alive” (“Ora sei dall’altra parte del telescopio/Sette miliardi di stelle nei suoi occhi/Così tante stelle, così tanti modi di vedere/Hey, questo non è il tempo di non essere vivi”, ndt). È il tu innocente che parla al tu esperto, e dice che va tutto bene. Ho fatto pace con il giovane fanatico che ero una volta. Penso che non disapproverebbe dove sono finito. Forse, però, il percorso per arrivarci non gli sarebbe piaciuto.

Sono meditazioni sul potere dell’amore.
È probabilmente il tema che ci sta più a cuore. Quando cantavamo Pride era una cosa straziante per un giovane, se ci pensi. La lingua inglese è così ricca, ma è limitata quando si parla di “amore”. Ci sono tante altre parole…

Che dici di Ordinary Love?
Quello è un amore non romantico. Tipo i compromessi che si fanno per rimanere insieme. Quella che Yeats chiama “passione fredda”. Mi piace l’idea che le grandi relazioni abbiano una temperatura più bassa.

Un amore disinteressato, ma una volontà giornaliera di tollerare e accettare, che richiede più pazienza e meno passione.
Esatto. Ali e io siamo probabilmente più innamorati ora di quando ci siamo messi insieme. Quando le persone lavorano sui loro problemi e rimangono insieme, gli andrebbero reso merito. Ordinary Love è quella cosa lì. Mi piace pensare che sia interessante scrivere canzoni d’amore. Non le centinaia di migliaia di canzoni sulla passione, sul perdere la testa per amore. Non è interessante scrivere canzoni lucide e misurate sul modo in cui si è arrivati a un certo punto della relazione?

Landlady è una canzone straordinariamente bella su te e Ali, in cui la ringrazi per tante cose.
Arrivare a casa, quella è la chiave per me. A volte non riesco a crederci, perché sono cresciuto dormendo sui divani della gente, o sui loro pavimenti, scappando per il circo e unendomi a una band rock & roll. Mi ci è voluto un sacco di tempo per arrivare a capire dove fosse casa. Me ne sono andato dalla mia probabilmente la settimana in cui mia madre morì (quando Bono aveva 14 anni, nda). Voglio dire, sono rimasto in 10 Cedarwood Road per qualche anno ancora, ma non ero davvero lì. This Is Where You Can Reach Me Now, sull’ultimo album, spiega quando ho realizzato di aver cambiato indirizzo. Ero con la band, il posto in cui vivevo e la mia famiglia. Mi ci è voluto un sacco di tempo, ma penso alla fine di essere arrivato a casa. Ma l’unico modo in cui posso dirlo è con un po’ di umorismo. E così in Landlady c’è questa imitazione di Bob Dylan: “I’ll never know what starving poets meant ‘cause when I was broke it was you that always paid the rent” (“Non saprò mai cosa intendevano i poeti che morivano di fame, perché quando ero al verde eri tu che pagavi sempre l’affitto”, ndt). Una delle cose che ho imparato da Dylan negli anni è che, nel momento più serio, hai bisogno di umorismo. Ecco perché sono così fiero dell’album. Hai tutta questa roba energica, ma hai anche la “battuta” sul dinosauro in The Blackout. È divertente, così come lo è Landlady. Spero ci sia abbastanza umorismo e umiltà, da non ritenerla fottutamente straziante.

Lascia che ti chieda di Summer of Love, che parla della Siria e dei rifugiati. Da dove viene quel pezzo, musicalmente?
Un tizio che lavora con Ryan Tedder ha scritto una bellissima parte di chitarra. Edge era entusiasta, e diceva: “Se vuoi qualcosa, chiedilo e basta. Come nell’hip hop. Campionalo, o suonalo di nuovo”. È stato un grande atto di libertà, per lui. Anche quello è stato parte dello spirito del disco. Abbiamo creato quell’atmosfera, una sorta di ode melodica ai Beach Boys e ai Mamas & Papas, e poi abbiamo trovato la chiave di volta. E la chiave di volta è stata la costa occidentale della Siria. E non quella irlandese o californiana, come molta gente ha detto.

Le classifiche oggi sono dominate da artisti più giovani. Quasi tutto è hip hop oppure pop. Il rock non è più al centro della nostra cultura. Dove si collocano gli U2 in questo nuovo mondo?
Le regole sono cambiate. Ora lo streaming ha dato vita a un modello basato sulla pubblicità. E questo è molto giovane e molto pop. È dominato dalla frequenza delle riproduzioni, ma non è una misura vera e propria del peso di un artista. Quando ti sposti da un modello basato sulla pubblicità a un modello su abbonamento, accade una cosa curiosa. L’artista che ti fa abbonare ha più valore.

Quello per cui paghi?
Esatto. Se sei un teenager, probabilmente stai ascoltando un artista 100 volte al giorno. È una cotta adolescenziale, ma nel giro di un anno non ti importerà più niente. Ma per gli artisti che hanno una connessione con te e la tua vita, sei disposto a pagare un abbonamento. Vedremo una rivoluzione nel modo in cui gli artisti e i loro fan interagiscono. Se la tua musica è su Apple Music o Spotify, puoi parlare direttamente alle persone. Da parte di un’etichetta hai bisogno di consigli su come gestire la tua band o l’artwork e i video, e tutta quella roba. È davvero un periodo di transizione. È stato molto duro per un sacco di artisti. Sapevo che Spotify avrebbe fatto breccia, ma molti miei amici erano arrabbiati per avermi dato retta, perché dicevano “Riceveremo solo micropagamenti”. Dissi che le cose sarebbero cambiate una volta raggiunta una certa portata, e che ci sarebbe voluto un po’. Non è un bel momento per essere Cole Porter.

Spotify sta iniziando a rendere?
Raggiunto un certo livello sì. Se le etichette non rendono pubblico quello che ricevono da Spotify, gli artisti le salteranno e andranno direttamente da Spotify o da Apple.

In tutto questo voi dove vi collocate?
Noi abbiamo regalato il nostro ultimo album; o meglio, Apple l’ha regalato. E molto generosamente, direi. Ma l’album prima di quello, No Line on the Horizon, era molto adulto, non era per chi è interessato allo streaming. Perciò andremo in quella direzione, ora. Non abbiamo ancora iniziato, in realtà.

Pensi che la musica che state realizzando ora sia più affine allo streaming?
Sì, e trovo che sia tutto molto interessante. Siamo tornati indietro agli anni ’50, quando il focus era sulle canzoni invece che sugli album. Gli U2 fanno album, quindi come sopravviviaquegli accordi incredibili delle canzoni dei Beatles?”. E lui ci ha risposto: “Be’, sai, eravamo un gruppo rock & roll, ma per ottenere buoni ingaggi dovevamo suonare ai matrimoni. Cioè, matrimoni eleganti. Dovevamo imparare Gershwin, tutta quella roba”. E io, “No, non lo sapevo”. E Paul “Oh, sì, e avevamo ingaggi parecchio alti”. Una cosa tipo per me e per Edge interessarsi ai musical. Verso la metà di Songs of Innocence abbiamo iniziato a pensare in maniera diversa, riguardo al songwriting. E ora queste nuove canzoni hanno melodie che puoi sentire al di là della strada, dietro l’angolo. Quando sono buone, puoi sentirle attraverso i muri.

Come scopri nuova musica?
Con la band ascolto sempre musica, e io ho i miei figli. Jordan è una snob, una indiesnob. Eve ama l’hip hop. Elijah è in una band e ha sentimenti molto forti verso la musica, ma non fa alcuna distinzione, per dire, tra gli Who e i Killers. Non è una questione generazionale, per lui. È una questione di suono e di quello che sta vivendo. Crede che una rivoluzione del rock & roll sia dietro l’angolo.

Tu ci credi?
Penso che la musica sia diventata molto “femminile”. E questo ha risvolti positivi, ma l’hip hop è l’unico posto per la rabbia dei giovani al momento; e questo non va bene. Quando avevo 16 anni avevo un sacco di rabbia. Bisogna trovare un posto per la rabbia e per le chitarre, pure con una drum machine, non mi interessa. Nel momento in cui qualcosa diventa custodito, è la fine. Puoi metterlo in formaldeide, a quel punto. In fin dei conti, cos’è il rock&roll? Il suo cuore è la rabbia. Il grande rock tende ad avercela, il che spiega perché gli Who fossero una band così forte. O i Pearl Jam, Eddie ha quella rabbia.

Pensi che ci sia ancora spazio…
Tornerà.

Sei d’accordo con Eli?
La sua prospettiva è: se la rivoluzione del rock & roll non arriva, la iniziamo noi.

Chi pensi sia il pubblico degli U2? Anni fa dicevi che dovevi andare oltre, conquistare un pubblico più giovane, fare tour nei college, reinventarti.
L’esperimento con Apple ha aiutato, in quel senso. Larry (Mullen Jr., batterista degli U2, ndr) era molto scettico. Ma poi ha detto “Guarda, io sono sul mio trespolo (durante i concerti, nda). Riesco a vedere ciò che tu non puoi vedere, e vedo che il pubblico è più giovane”. Gli ho chiesto che cosa pensasse dell’esperimento di Apple. E Larry mi ha detto, “Be’, non conoscono le parole di Beautiful Day, ma sanno quelle di Every Breaking Wave”. E ora con quest’album siamo alla radio, ed è strepitoso. Non riesco a pensare ad altri artisti di 50 e rotti anni che siano in radio oggi.

Come misurerai il successo di Songs of Experience?
Mi piacerebbe che alcune canzoni diventassero famose, così che in futuro, quando le suoniamo, la gente non dica: “Che roba è? Ne approfitto per andare in bagno?”

Qual è la parte più difficile di essere gli U2 nel 2018?
Ottenere consenso.

Per esempio?
Alcune persone, in un modo molto sensato, pensano: “Perché vuoi fare tutto questo?”. E io dico che, se crediamo nelle nostre canzoni, dobbiamo usare qualsiasi mezzo in nostro possesso per raggiungere le persone. Non abbiamo bisogno di farlo per i soldi. Non abbiamo bisogno di farlo per nulla. La nostra band potrebbe andare in tour per il resto della vita solo con quello che abbiamo. Invece io chiedo ai ragazzi di spendere un sacco di energia per registrare nuove canzoni e poi vendere il nostro prodotto, come facevamo quando eravamo ragazzi. Solo che ora non siamo ragazzi.

Cosa pensa la band dei nuovi pezzi?
Edge in questo momento è sul pezzo più che mai. Di sicuro è più concentrato. Penso che gli ultimi due album gli abbiano ricordato che i punti di forza degli U2, oltre alle atmosfere e all’innovazione, sono grandi melodie e pensieri chiari. Adam sta amalgamando stili e suoni datati a cose più nuove, come un artista postmoderno: ci vede tutti come degli artwork. È come se attraversasse il mercato dell’arte alla ricerca di qualcosa di interessante. Non sono sicuro di cosa pensi Larry, rispetto a quest’album. Ha adorato il tour, ma lui e io siamo probabilmente i più duri di tutti, quando si tratta di registrare.

Hai detto che avresti voluto candidare gli U2 al titolo di migliore band del mondo. Lo pensi ancora?
Il cantante è un istigatore di folle e un imbonitore da fiera. Dobbiamo ottenere attenzione, e i fuochi d’artificio che sparo sono qualcosa del tipo “Ci stiamo ricandidando al ruolo di migliore band del mondo”. È per infastidire, e far parlare le persone.

Ma anche per provocare un po’ te stesso.
È vero. Siamo sempre vissuti con quest’idea, anche nei primi 1o anni di vita della band: “E se non rovinassimo tutto, come gli altri? Non sarebbe meraviglioso se rimanessimo insieme per 30 anni?”. Voglio dire, è stato folle. Siamo a 40 anni, ora, è una cosa pazzesca, è un po’ come se i Clash fossero ancora in giro a suonare. Il fatto che gli Stones siano ancora sul palco è una specie di miracolo.

Nell’album parli di umiltà. Come fai a rimanere umile, specialmente nell’epoca dell’autopromozione esasperata?
C’è una differenza tra umiltà e insicurezza. Ho l’insicurezza del performer, come ho detto prima. Come performer, devi sentireil pubblico. L’umiltà è una cosa diversa. È un senso genuino di comprensione del tuo posto nell’universo, capire che a volte serve giocare un ruolo più silenzioso, di supporto alle vite degli altri. Non sono ancora arrivato a quel punto. La grandezza come persona arriva dal fatto di non cercarla. È noioso se sei un performer, la gente viene al concerto per i fuochi d’artificio. Prima pensavo che la mia insicurezza fosse umiltà, perché non sono presuntuoso. Ma non sono sicuro fosse così. Penso che fossero piuttosto buone maniere. Ho ancora quella cosa, quel cerbero sulle mie tracce, quell’immagine da Robert Johnson. Quando sono sul palco, incontro ancora quell’altra parte di me stesso, quella sorta di ombra. Ho ancora del lavoro da fare per arrivare a qualcosa che si possa considerare umilità.

Foto di Anton Corbijn

Cosa pensi della crisi dei rifugiati in Europa?
Posso fare un passo indietro? Nel mondo occidentale, nella nostra vita, non c’è stato mai un momento, fino a pochissimo tempo fa, in cui equità e uguaglianza non stessero aumentando. Ci sono state battute d’arresto, ma è stato come se il mondo fosse instradato su una traiettoria di giustizia e uguaglianza per tutti.

La frase attribuita a Martin Luther King…
“L’arco dell’universo morale è lungo, ma tende verso la giustizia”. Tu e io siamo cresciuti in un mondo in cui le cose stavano migliorando, nonostante tutti gli ostacoli. Dopo la Seconda Guerra Mondiale divenne chiaro che, per la prima volta nella storia della razza umana, avevamo l’abilità di estinguere la vita sul pianeta. Fu uno shock al sistema, che non abbiamo propriamente calcolato. Poi esplose il rock&roll. Tutta quella roba di love and peace venne da gente nata dalle macerie della guerra. Quando c’è stata l’elezione negli Stati Uniti (novembre 2016, nda) e la gente ha intuito che qualcosa di terribile stava succedendo, c’è stato un senso di lutto. È un’elezione, e si autocorreggerà: poco importa. Ma poi ho capito che qualcosa era morto. L’innocenza delle persone. Una generazione che era cresciuta pensando che lo spirito umano avesse una naturale evoluzione verso equità e giustizia stava imparando che potrebbe non es
sesso sere sempre così. La demonizzazione dell’altro è tornata. Riguardo alla tua domanda: in Europa, la gente teme per la propria vita, il proprio stile di vita, la propria sopravvivenza, la propria omogeneità culturale. Hanno iniziato a erigere muri intorno alla loro definizione di Europa. Sta diventando la “fortezza-Europa”, e c’è una mentalità isolazionista. La principale vergogna di tutto ciò è che, all’inizio della crisi dei rifugiati, potevi vedere quelle foto di famiglie che arrivavano dalla Siria in Germania a bordo di treni, e la meravigliosa accoglienza che ricevevano. La bontà genuina del popolo tedesco. Angela Merkel tutto a un tratto era non solo il capo dell’Europa, ma il cuore dell’Europa. E poi cosa succede? Quelli alla sua destra iniziano a aumentare, e la gente a fare dei distinguo. C’è stato un momento in cui, se in Francia fosse stata Le Pen a vincere l’elezione, e non Macron, l’unificazione d’Europa sarebbe stata minacciata. Pensaci. Uno dei grandi aspetti positivi che deriva dalla negatività della Seconda Guerra Mondiale poteva andare perso.

Cosa dici alle persone scoraggiate da questo momento? C’è speranza?
C’è. Ma penso che si debba procedere a una specie di bonifica. Questa è sicuramente l’era più tetra dai tempi di Nixon. Di sicuro mette in pericolo la stessa idea di America. Prima di schierarmi contro Trump alle primarie, ho chiamato i miei amici repubblicani dicendo: “Non posso restare in silenzio mentre la conquista del tuo partito, e forse del Paese, sta accadendo”. E ho formulato questa frase, che continuo a sostenere, “L’America è la più grande idea che il mondo abbia mai avuto, e questa è potenzialmente l’idea peggiore che quel Paese abbia mai avuto”. L’America è un’idea. E il mondo è interessato a quell’idea. Vogliamo che abbia successo, motivo per cui diventiamo così rompicoglioni, quando ci permettiamo di dire cosa non va. Il mondo ha bisogno che l’America abbia successo. Ora più che mai.

Avete fatto un tour, pubblicato un disco e ora siete pronti a un altro tour. Quali sono i tuoi pensieri all’inizio di quest’anno? Un’ultima parola di saggezza?
Mi sto aggrappando all’idea che, attraverso la saggezza, attraverso l’esperienza, tu possa in qualche modo ritrovare l’innocenza. Voglio essere giocoso. Voglio sperimentare. Voglio far progredire il songwriting, che forse abbiamo un po’ abbandonato. Voglio rendermi utile. Ecco la nostra preghiera, la preghiera degli U2. Non è la più elaborata. Semplicemente, siamo disponibili a lavorare. Vogliamo essere utili, e vogliamo cambiare il mondo. E vogliamo anche divertirci. Cosa c’è di male in questo?

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