Il mio nome è Pelù | Rolling Stone Italia
Chi paga vuole l’anima

Il mio nome è Pelù

Intervista al toro loco: la crisi da cui è nato ‘Deserti’, la nuova versione di ‘Il mio nome è mai più’ e le critiche dell’epoca, l’Italia smemorata, Meloni figlia di Berlusconi, i tiktoker, i rapporti con Ghigo, lo zoccolo duro dei litfibiani che l’ha sempre massacrato, la sua esistenza «in bilico tra morti precoci e vite longeve»

Foto: Oscar Esse

La fine dell’esperienza Litfiba, l’incidente in studio che gli ha riacutizzato l’acufene, un disturbo dell’udito particolarmente fastidioso per un musicista, la depressione. In un anno di silenzio forzato durante il quale Piero Pelù si è rifugiato nella scrittura «per non impazzire» è nato l’album Deserti. I 12 brani costituiscono il secondo capitolo della trilogia del disagio iniziata con Pugili fragili, tra analisi della nostra epoca ed esplorazione personale. Tutti aspetti che Pelù ci ha raccontato in questa intervista, nella quale si dice prima di tutto orgoglioso di aver ritrovato, già con il primo singolo Maledetto cuore, l’apprezzamento «della mia tribù litfibiana» che in passato «mi ha sempre massacrato».

Non c’è ancora un riavvicinamento con Ghigo Renzulli («Siamo nella fase in cui ci si vuole bene a distanza»), ma l’esperienza maturata in una band che ha raggiunto il successo, anche internazionale, lo spinge a dare un consiglio ai Måneskin, che hanno dato il via a progetti solisti: «Mi auguro siano più maturi di noi». Ha poi ricordato il fenomeno Litfibà esploso in Francia e Desaparecido prodotto dalla Sony francese «quando in Italia non ci cagava nessuno»; le tante porte in faccia ricevute; il rapporto con la trap dove «non c’è bisogno di emulare gli americani per tirare fuori quanto siamo stronzi».

Pelù risponde alle critiche dirette a Il mio nome è mai più, che in Deserti torna 25 anni dopo in versione unplugged («Coi soldi raccolti hanno inaugurato tre ospedali e di fronte a tutto questo le critiche diventano ridicole»). Si guarda intorno e non vede più gesti di protesta verso «le bugie del potere», considera Giorgia Meloni figlia di Berlusconi, si chiede perché nessuno ricorda cosa è stato il G8 di Genova e inserisce nell’album un canto indonesiano ascoltato mentre assisteva a un disboscamento per produrre l’olio di palma.

Che significato ha un album come Deserti nel 2024?
Dopo Pugili fragili mi è venuto spontaneo tornare a scrivere. Anche perché l’acufene, causato dall’incidente in studio, mi ha costretto a saltare il tour dell’anno scorso e obbligato a concentrarmi sulla scrittura, altrimenti sarei impazzito. Ho anche lavorato ai visual che faranno parte dei concerti e mi sono immerso nella natura, che è rigenerante. C’è stata tanta scrittura, tanta lettura, tanto cinema e tanta presenza degli amici. Ho fatto molte feste. Festeggiare con gli amici è salutare. Il massimo della condivisione è la festa, c’è poco da fare.

Scrivi ancora con carta e penna?
Foglio di carta, matita e gomma per cancellare. Sono l’unico rimasto a non usare i gobbi sul palco. Vado a memoria. Al massimo ho qualche appunto di carta sparpagliato in punti strategici.

Effettivamente in pochi oggi rinunciano al gobbo elettronico.
Faccio uno sforzo per esercitare la memoria. Ci sono persone più anziane di me che hanno una memoria pazzesca, ripetono perfettamente le poesie studiate da piccoli. Perché loro sì e io no? Così mi esercito. Ma è vero che la memoria ultimamente si è atrofizzata in tutti. Anche a livello politico.

«Lo zoccolo duro litfibiano, che mi ha sempre massacrato, si è innamorato perdutamente di ‘Maledetto cuore’»

Manuel Agnelli al Salone del Libro di Torino ha detto che «se la discografia non si sveglia, arriverà un nuovo tracollo». Vedi anche tu una situazione preoccupante?
A giudicare dai numeri sembrerebbe di no. Non so, magari Manuel sa cose che io non so, ma parlando coi discografici il mercato non va così male. Se invece pensiamo a cosa lo mantiene in salute, si apre un’altra parentesi, ma è anche una questione di gusti personali.

C’è chi punta il dito sui team di autori o sui pochi autori che firmano più brani, come nell’ultimo Sanremo. Vedi un rischio omologazione?
All’interno del mio disco c’è una collaborazione stupenda con i Calibro 35 e lì gli autori sono cinque. Con i Litfiba già negli anni ‘80 firmavamo le canzoni in quattro. Quel che conta è il risultato. Per orgoglio potrei dirti che sono fighi solo quelli che scrivono le canzoni da soli, ma non me ne frega un cazzo. A me interessa sentire una bella canzone, che mi dia qualche nuova emozione, qualcosa di nuovo e mi apra delle porte.

In Picasso canti: “Mi dici che con quella faccia lì tu sembri fatto per non combinare un cazzo”. La classica porta in faccia che arriva agli esordi?
Io non ho mai smesso di prendere porte in faccia e badilate sul muso. Ma non le ho neanche mai schivate, perché aiutano a crescere. Non dico che la musica debba diventare un fight club, ma se arrivano delle critiche e sono sentite e profonde ti aiutano. Con Picasso mi riferisco al rapporto con la mia famiglia quando ho iniziato a suonare. Per genitori di estrazione borghese come i miei il sogno era avere due figli maschi laureati, sposati e con figli per continuare il quieto vivere. Io invece sono andato al di fuori degli schemi che immaginavano

Quanto hai cercato il successo?
Le cose più belle arrivano sempre dal basso. Io vengo dall’underground e lì rimango per sempre. Poi mi è capitato di fare delle cose non programmate che sono diventate più pop, ma la mia origine e appartenenza è all’underground.

Secondo te c’è un po’ di autocompiacimento in chi non riesce a uscire dall’underground e quindi accusa chi ha successo di essersi venduto?
Ho conosciuto centinaia di artisti, alcuni hanno avuto più fortuna altri meno. Chi ha mantenuto una sua personalità ha sempre avuto un pubblico affezionato. Questo è il successo. La vittoria è avere persone che ascoltano quel che dici.

Qualuno ha definito Maledetto cuore il singolo della rinascita. È così anche per te?
Sono stato molto combattuto sul fatto che uscisse come primo singolo. Poi ho avuto una magnifica sorpresa: lo zoccolo duro litfibiano, che mi ha sempre massacrato, si è innamorato perdutamente del pezzo. Non mi chiedere la ragione perché non la conosco, questi sono davvero i misteri della musica. Però mi fa molto piacere se la mia tribù, di cui faccio parte da tanti anni, accoglie con il sorriso quello che faccio. Ancora di più visto che esco da un periodo molto complicato. E alla fine la considero una piccola rinascita.

Con Maledetto cuore forse hai interpretato il desiderio dei litfibiani, cioè rivederti ancora insieme con la band per continuare il viaggio iniziato anni fa.
Può essere che abbiano ritrovato quelle sonorità, quelle atmosfere e quei temi. In Maledetto cuore c’è una frase importantissima: “Io ho bisogno di te, di quello che non so capire”. È un’ammissione che mi è venuta spontanea dopo aver vissuto un periodo di fragilità nel quale ho avuto bisogno del conforto delle persone a cui voglio bene e della musica che amo.

Foto: Oscar Esse

Hai confessato di aver combattuto la depressione dovuta un po’ alle preoccupazioni legate alla salute e un po’ alla fine dei Litfiba. Ma a che punto è il rapporto con Ghigo Renzulli?
Con Ghigo ci siamo salutati amichevolmente il 22 dicembre del 2022 al Forum di Assago, in quell’ultimo concerto, e ci siamo augurati reciproca fortuna. Era già chiaro allora che avremmo continuato a scrivere singolarmente. Ora siamo nella fase in cui ci si vuole bene a distanza. Anche perché, obiettivamente, abbiamo due caratteri molto, molto difficili da armonizzare. E quindi, per il momento, c’è bisogno di spazi personali. Lo dico con tutto l’amore che ho per Ghigo e per gli altri di una band clamorosa come sono stati i Litfiba.

Se tu hai attraversato un periodo complicato, anche il resto del mondo non sembra passarsela meglio. E questo caos l’hai raccontato in Novichok dove canti: “La nostra evoluzione è rimasta al palo”. È un fatto antropologico?
È una frase per me importantissima, perché si lega a Picnic all’inferno dove dico che l’uomo è l’animale più feroce sulla terra. C’è un filo rosso che lega i due brani, anche se sono usciti ad anni di distanza. La crisi climatica si unisce a quella post pandemia e alle guerre violentissime, di aggressione, che sono proprio di fronte a casa nostra. Negli anni ’90 abbiamo vissuto la guerra di Bosnia, ma queste in Ucraina e Palestina sono molto più strutturate e profonde. E come diceva Gino Strada, purtroppo le vittime di tutte le guerre, quando sono così spietate, sono al 90% civili.

Quella in Palestina ha diviso l’opinione pubblica sul termine da utilizzare per definirla: genocidio?
Io non ho dubbi che ci troviamo di fronte a un genocidio sotto ogni punto di vista. Quello contro il popolo palestinese dura da troppi anni. Ma non voglio dimenticare nemmeno quello in Birmania verso il popolo rohingya, oppure tra Sudan e Sudan del Sud o in Afghanistan con i talebani. Così il novičok è il veleno di Putin diventato il simbolo di questi anni violenti e avvelenati anche dalle propagande, dalle fake news e dai social mal gestiti.

Dei rischi dei social ne parli in Tutto e subito, tra immediatezza di TikTok, auto di lusso e soldi che sembrano l’unico obiettivo finale. E ti chiedi: qualcuno sta pagando o pagherà?
Non c’è nessuno che abbia autorità per mettere un freno a questi social. Così un minorenne può andare a masturbarsi sui porno senza nessun filtro, con uno sconvolgimento totale della sua sfera affettiva. La famiglia e la scuola hanno abdicato alla loro funzione educativa. In questa canzone, in particolare, parlo dei tiktoker, l’ho scritta dopo che un gruppo di ragazzi ha noleggiato una macchina di grossa cilindrata per una challenge finendo per coinvolgere tragicamente una famiglia incolpevole. Mi ha colpito tanto quella vicenda, è nata l’idea di chiamare al mio fianco una giovane band rock come i Fast Animals and Slow Kids che stimo e seguo con grande attenzione e affetto.

I testi trap vengono accusati di eccessiva violenza e di spingere all’emulazione. Ma anche nel rock ci sono sempre stati testi belli tosti, no?
C’è stato un momento violento, sia nel rock che nel post punk o in periodi più politicizzati, qui però sento un po’ troppo scimmiottamento delle gang americane dove ci si spara e ci si ammazza di botte. È qualcosa che spiace, perché non c’è bisogno di arrivare a emulare gli americani per tirare fuori quanto siamo stronzi. Abbiamo la nostra stronzaggine, usiamola.

Non credo che tu abbia mai avuto bisogno dell’Auto-Tune…
Ora devo cantare dal vivo il disco nuovo ed è una bella grana, perché non mi sono fatto problemi di tonalità e di salti melodici tra quarte e ottave. Infatti arrivo da una settimana di prove e mi sto bestemmiando addosso perché avrei potuto calcolare queste cose un po’ meglio. Per cui aspetto a dichiarare che non avrò bisogno dell’Auto-Tune, non si sa mai…

«Gli intellettuali di sinistra dissero che ‘Il mio nome è mai più’ era populista, ma con quei soldi abbiamo aperto tre ospedali»

Nel disco spunta anche una canzone famosissima, e che costò a te, Ligabue e Jovanotti non poche critiche. Si tratta di Il mio nome è mai più, riproposta in versione unplugged.
Mi sembrava giusto riproporla in questo disco in una versione rinnovata a 25 anni di distanza e con qualche minima variazione di testo. “C’era una volta un aeroplano, un militare italiano” e non più americano. È un omaggio al fratello di Lorenzo, Umberto Cherubini, che è scomparso in un incidente aereo.

Ci sono state critiche che hanno fatto più male delle altre?
Ci furono critiche dal mondo degli intellettuali della sinistra, dissero che era troppo populista. E io allora risposti che forse confondevano populista con pop. Comunque con i soldi di quella canzone sono stati aperti tre ospedali, in Kurdistan, Sierra Leone e Afghanistan. Quest’ultimo è ancora aperto. Se pensi che in un Paese così devastato, prima dai russi, poi dai talebani, poi dall’esportazione della democrazia americana e Nato, e stendiamo un velo pietoso su come ci siamo ritirati, Emergency riesce ancora a tenere aperto l’ospedale che fu inaugurato coi soldi di Il mio nome è mai più, capisci che di fronte a tutto questo ogni critica diventa ridicola.

Chi vi criticò?
Vado a memoria, però mi sembra che ci fosse anche qualche interesse da parte di alcuni pseudo intellettuali di sinistra per questioni legate alla scelta di Massimo D’Alema di bombardare la Serbia con i nostri caccia. Ad esempio…

Il mio nome è mai più nel 1999 è stato il tuo primo progetto solista oltre i Litfiba. Da rocker a rocker, cosa consigli ai Måneskin che, dopo il successo, hanno iniziato a fare progetti solisti?
Intanto i Måneskin sono un miracolo della musica italiana che andrà conservato per sempre. Ma se lo ricordino, quei quattro ragazzi, che non potranno mai permettersi di separarsi. Glielo dico da fan della prima ora. Meglio stare uniti, parlarsi tanto tra loro e non lasciare che l’acqua scorra sotto la terra per poi ritrovarsi a camminare sul marcio. Ecco, mi auguro che siano molto più intelligenti e maturi di come sono stati i Litfiba. Noi però venivamo dall’underground, quindi con un percorso molto più complesso.

Prima del successo avete attraversato qualche ostacolo in più rispetto a un X Factor e un Sanremo.
Pensa che per uscire con Desaparecido in Italia dovetti aprire io una etichetta, insieme ad altri due soci, perché nessuno lo voleva pubblicare. E c’erano già dentro Guerra, Tziganata, La preda, Istanbul, pezzi diventati mitici nell’underground. Io avevo portato i Litfiba in Francia già nel 1983, quando in Italia non ci si inculava nessuno nemmeno di striscio. Avevo degli amici là per organizzare delle date e, siccome parlavo francese, parlai con il pubblico e con la stampa e iniziarono i cori «Litfibà… Litfibà» ed esplose il fenomeno.

Che poi continuò in Italia…
Dopo quel periodo ancora non ci cagava nessuno. Poi nel 1985 suonammo alla Nuit du Rock Méditerranéen a Tolosa e la Sony francese si innamorò di noi e pubblicò un disco che io in Italia avevo pubblicato con la mia etichetta iper-mega-indipendente. Quindi noi veniamo da quel mondo lì. Ribadisco, siamo nati underground, non ha mai fatto fatto parte della mia filosofia di vita quello che i Måneskin dicevano già dal primo giorno, cioè «noi diventeremo famosissimi». Ma li applaudo per i risultati che hanno raggiunto. Io nasco dal teatro, dal mimo e dalla musica di strada. Infatti mi trovo bene quando sono in dimensioni “umane”.

Ascoltando pezzi come Baby Bang vien voglia di pogare.
Esatto, come in Canto che è un pezzo da pogo. In questo disco c’è anche tanto punk. Pensa che Baby Bang all’inizio doveva chiamarsi Baby Gang, ma poi, per evitare equivoci, abbiamo deciso di cambiare il nome e ora si riferisce alla frangetta che io adoro e che usano le ragazze sexy, alla Bettie Page o Louise Brooks.

Foto: Oscar Esse

Nel 1991, durante la tournée di El Diablo, sei stato denunciato due volte. La prima per vilipendio alla bandiera quando, per celebrare la caduta di Ceaușescu, hai fatto un buco al tricolore e l’hai indossato come un poncho. La seconda per istigazione alla diserzione quando a un concerto hai invitato le forze dell’ordine a levarsi la divisa. Oggi nessuno fa più gesti del genere, almeno nella musica.
Perché non c’è più un coinvolgimento su quello che la politica ci racconta, sulle bugie del potere, sulle tante promesse sbandierate e non mantenute o addirittura smentite. Si è perso moltissimo l’interesse per la politica, non a caso c’è tantissimo astensionismo tra i giovanissimi. Questa cosa mi preoccupa, perché si rischia di perdersi nel «tanto sono tutti uguali, non cambia nulla e il mio voto non conta». Invece conta eccome, se fatto consapevolmente.

Di Berlusconi hai detto: «Ha interrotto le stragi, ma ci ha felicemente rincoglionito tutti con tette e culi». Oggi con Giorgia Meloni che fase viviamo?
Giorgia Meloni è figlia di Silvio, né più né meno. Non so come mai, ma a un certo punto hanno cominciato a dire che Berlusconi era un grande statista. E questa cosa mi aveva colpito parecchio, perché c’era anche gente a sinistra che lo sosteneva. Ma scusate, è bastato così poco per dimenticarsi che cos’ha combinato il governo Berlusconi a Genova durante il G8 del 2001?

Tu che non usi il gobbo elettronico sul palco hai ancora buona memoria.
Quello era Berlusconi, ma ce lo siamo dimenticati in un attimo. Non ricordiamo la nostra storia, vedi che siamo strafatti di novičok? Ma scusa, perché nessuno parla più del G8 di Genova? Quando fu ucciso Carlo Giuliani, e per averlo detto mi presi critiche pazzesche, nessuno notò che i carabinieri furono mandati allo sbaraglio in mezzo alla folla inferocita con un Land Rover senza le protezioni sui vetri. Nessuno lo ha mai sottolineato, soltanto io ci ho messo la faccia. Ma era chiaro che si volesse che quei carabinieri venissero massacrati per poi giustificare un macello. La macelleria c’è stata lo stesso, ma figurati se fossero stati uccisi quei carabinieri. Ti immagini che cosa avrebbero fatto Berlusconi, Fini e Scajola? Ecco, la Meloni salta fuori da quegli ambienti lì.

Oggi si è tornati a parlare di censura. Tu hai mai avuto il timore di ripercussioni?
A me non piace fare la vittima di niente e di nessuno. E so che se dico certe cose, come quella che ho detto prima, probabilmente la pagherò non finendo in determinati contenitori nazionalpopolari. Ma per me non è un problema. Io sono prima di tutto un cittadino e solo dopo sono un cantautore. E come cittadino ho il dovere e la libertà di dire quello che penso senza offendere nessuno. Semplicemente faccio presente quello che la storia ci ha consegnato, ma affinché non venga dimenticato. È proprio dall’oblio e dal negazionismo che nascono i deserti sociali, politici, umani e sentimentali.

Deserti, che chiude il disco, sembra una sorta di mantra scamanico. E dopo la prima parte in italiano se ne inserisce un’altra in una lingua piuttosto inusuale.
Finisce con una voce misteriosa, che è la lingua del popolo delle Isole Mentawai, in Indonesia. Ci sono andato a girare un documentario con Raz Degan e sono rimasto in contatto con quella tribù. La guida, un ragazzo, ha registrato quelle voci dopo che gli ho spiegato che il disco prende spunto dalla desertificazione. Siamo stati in zone non ancora intaccate, ma durante tutto il percorso in canoa lungo il fiume, per tantissime ore, sentivamo il rumore delle motoseghe. Ho visto con i miei occhi le conseguenze del disboscamento delle foreste equatoriali per produrre il famigerato olio di palma. Ogni giorno vengono tagliati chilometri quadrati di foreste millenarie e scardinato completamente un ecosistema. Mi sembrava giusto chiudere con una voce che testimoniasse quel disastro in corso. Mentre la parte in italiano è ispirata a Io capitano di Matteo Garrone, un film che ho molto amato.

«Sono in bilico tra morti precoci e vite longeve, e sono attratto da entrambe»

Che rapporto hai con la morte?
Me lo porto dietro fin da bambino, da quando è venuto a mancare nonno Mario, che mi ha insegnato a essere pacifista. Lui che ha combattuto nelle trincee della Prima guerra mondiale, era un ragazzo del ’99. È morto di tumore ai polmoni perché, dopo aver visto quella disperazione, non smise più di fumare quattro pacchetti di Gauloises al giorno. Puoi immaginare com’è arrivato alla soglia dei 70 anni. Era la colonna della famiglia e quando lo vidi nella bara capii cos’è la morte. Mi ricorderò sempre quando toccai la sua mano. Poi ci sono stati i compagni di scuola morti a causa della leucemia, Ringo per overdose (il batterista dei Litfiba, nda), altri amici per l’Aids o incidenti. Il rapporto con la fine non è mai mancato e io, per contrasto, mi trovo felicemente con mia madre che ha appena compiuto 87 anni e mio padre che ne compie 97 tra poco. Sono in bilico tra morti precoci e vite longeve. Sono attratto da entrambe. In tutti i casi adoro la filosofia dei messicani che festeggiano la morte.

Comunque andrà, insomma, alla fine è sempre meglio festeggiare.
Ti posso dire che ho iniziato le riprese di un documentario con il regista Francesco Fei, in vista del mio compleanno di febbraio, e ho chiesto a tutti gli invitati di vestirsi da morti. Una festa pazzesca, tanto che a un certo punto è arrivata la polizia a dirci di smetterla. Erano le 4 di notte e il quartiere era in subbuglio. Ho un bellissimo rapporto con la morte. Non ho paura di quello che succederà, come vedi sono abituato a conviverci.

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