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Il lento ritorno dei Jesus and Mary Chain

"Damage and Joy” è il primo disco in 20 anni. Abbiamo parlato con i fratelli Reid per capire cosa sia successo in tutto questo tempo, tra (falsi) istinti omicidi e crisi di nervi

Jesus and Mary Chain. Foto di Steve Gullick

Jesus and Mary Chain. Foto di Steve Gullick

«Damage and Joy, il titolo del disco, l’ha trovato William da qualche parte», spiega Jim Reid, riconoscendo al fratello il merito di aver trovato un titolo al disco più atteso nella storia dei loro Jesus and Mary Chain. «È la traduzione letterale dal tedesco “Schadenfreude”, che indica il trarre piacere dalle disgrazie altrui. Ma non c’entra nulla con l’album, ci piaceva soltanto l’accostamento dei due termini». Gli faccio notare che, visti i guai in cui i Mary Chain si sono messi sistematicamente in passato, potrebbe anche essere un modo per riassumerne la carriera in due parole. Gioia, ovvio, e soddisfazione, specie ora che sono cresciuti. Ma anche un plateale danno a cose e persone da più giovani.

Nel periodo fra l’esordio del 1984 e la prima separazione, gli arresti per rissa, aggressione aggravata e possesso di amfetamine erano il pane quotidiano. Mettici poi un look goth scapigliato più un’inguaribile vena blasfema e per un moralista c’è abbastanza materiale da montare su una tragedia che manco Pirandello. Dal banco della difesa, Jim punta il dito anche contro la stampa, che molto spesso si è accanita sugli alt-rocker per riempire le prime pagine con titoli sensazionalistici. «La gente non sa cosa voglia dire suonare in una band. All’inizio non sapevamo come comportarci, per questo i media hanno iniziato ad agire per conto proprio, decidendo cosa era vero e cosa no». Molte bravate potevano evitarsele, ma Jim non rimpiange nemmeno uno di quegli anni. Se non altro, vivere al massimo un’adolescenza da rockstar gli ha fatto passare da adulto la voglia di bere e di farsi di ogni tipo di sostanza. Merito anche dei 10 anni lontano della band, scioltasi nel ’99 per una spaccatura che pareva insaldabile fra Jim e suo fratello William, 55 e 58 anni. Si dice che Jim, al limite del tracollo nervoso, durante l’ultimo tour del ’97 avrebbe tentato di uccidere William. «Beh, forse anche qui le notizie sono state gonfiate», rassicura Jim sui presunti istinti fratricidi. «Quella tournée è stata estrema: non volevamo più avere a che fare l’uno con l’altro. Non ho provato a uccidere nessuno, c’era solo molto odio. Non potevamo stare nella stessa stanza senza aggredirci».

Per tornare in buoni rapporti, ma anche solo in rapporti, ai due Reid è occorso un lavoro lento e faticoso. Jim individua in un Natale con mamma e papà il primo accenno di pace, che comunque ha richiesto altri tre o quattro inverni perché il cantante potesse anche solo «cominciare a pensare di tornare nella band». Quello di cui è sicuro è che sarebbe stato un rapporto migliore tra fratelli, se non avessero suonato nello stesso gruppo. Comprensibilissimo. Se avete un fratello o una sorella, provate a immaginare come possa essere passarci insieme tutta la giornata. Di giorno a provare e suonare su un palco e la notte stipati su un tour bus come sardine, aggiungendo anche un’instabilità adolescenziale amplificata da whisky e LSD. «Fortuna che non facciamo Gallagher di cognome, noi almeno ci parliamo», scherza Reid.

Avanti veloce fino al 2007, anno chiave per via di due eventi – uno privato e uno pubblico – che ridanno uno slancio alla vita di Jim. Con la famiglia si trasferisce a Devon, un tranquillo angolo di costa del South West inglese. La band deve sicuramente molto (se non tutto) al caos della capitale, dove Jim ha vissuto per più di vent’anni, ma ora c’era bisogno di staccare la spina per poter ripartire sereni. «Ho lasciato la Scozia qualcosa come 32 anni fa», confida. «La band stava emergendo e, almeno all’epoca, Londra e la sua scena musicale sembravano il posto adatto per provarci. Ma ora non fa più per me». Seppellita l’ascia di guerra col fratello e fresco di trasloco, nello stesso anno Jim può finalmente annunciare al mondo il ritorno dei Mary Chain (ama abbreviarli così). Eppure quello che tutti si chiedono è come possa una band riunirsi nel 2007 e non pubblicare nulla, nemmeno uno straccio di EP, per altri 10 lunghi anni. Se non altro, per spiegare questo buco temporale Jim tira fuori tutta la sincerità di questo mondo. Lui, William e gli altri erano limpidamente terrorizzati all’idea di ritrovarsi nell’incubo di fine anni ’90 e di Munki. Un disco registrato fra litigi e odio, il cui misero 47esimo posto della classifica inglese aveva finito per separare la band.

Che fare quindi nell’incertezza, di fronte a un problema? Quello che farebbero tutti gli eterni adolescenti: procrastinare. Non erano mai d’accordo su dove e come registrare, complice lo spauracchio di ritrovarsi con un sequel di Munki. «All’epoca mi è quasi venuta una crisi di nervi», racconta Jim, «non volevo che si ripetesse una cosa del genere, quindi ho rimandato il più possibile. Il problema è che ci chiedevano tutti: “Allora, lo fate o no ’sto nuovo album?” e io continuavo a rispondere: “Sì, molto presto”. A un certo punto ci siamo detti: “O lo facciamo per davvero oppure dovremmo quantomeno smettere di dire che lo facciamo”». E disco fu.

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