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Il gusto di Helado Negro per il freak folk

È quello che gli anglofoni chiamano "artist's artist", un cantautore fuori dagli schemi che mescola folk psichedelico, elettronica, echi di musica latina. Qui racconta com'è nato l'ultimo album 'Far In'

Helado Negro

Foto: Nathan Bajar

È possibile che il nome Helado Negro non vi dica (ancora) niente, ma in alcuni ambienti in cui la musica underground s’intreccia con l’arte, il situazionismo e l’attivismo, il suo è un nome conosciuto da più di dieci anni: si potrebbe dire che è il classico artista preferito del tuo artista preferito, di quelli che magari non arrivano in classifica ma suonano a tutti i festival che contano, ricevono premi su premi, vengono ingaggiati da istituzioni prestigiose per sonorizzare installazioni e ambienti museali.

Nato in Florida da genitori immigrati dall’Ecuador, ha cominciato a fare musica quando si è trasferito a Williamsburg, il quartiere di Brooklyn ormai universalmente riconosciuto per dettare le tendenze culturali – e anche quelle hipster, a ben guardare – per poi esportarle in tutto il mondo. Così è stato anche per Roberto Carlos Lange, che con il suo mix di musica elettronica e sperimentazioni pop-folk di matrice latina è riuscito a ritagliarsi un palcoscenico di tutto rispetto, che negli ultimi dieci anni lo ha portato a suonare ininterrottamente in tutto il mondo e a pubblicare ben otto album sotto il suo bizzarro pseudonimo.

«La racconto ogni volta in modo diverso», risponde ridendo, quando gli chiediamo da dove viene il nome Helado Negro. «Ad esempio, dico che il gelato nero è un cibo che nella realtà non esiste, ed è per quello che ho scelto questo nome. Mi piace mantenere un po’ di mistero attorno alla questione, perché in fondo la musica che mi piace e quella che cerco di fare genera delle sensazioni diverse per ognuno, più che delle risposte incontrovertibili».

Vale anche per l’album Far In, uscito recentemente per la 4AD, casa di molti colleghi di grande valore e prestigio come Cocteau Twins, Bon Iver, TV on the Radio, Daughter, The National, Future Islands e tanti altri. È la prima volta che pubblica con un’etichetta così prestigiosa: «A volte sei tu che cerchi un’occasione, altre volte sono le occasioni che trovano te. Essere parte del loro roster è la ciliegina sulla torta», esclama entusiasta. Questo, però, non è l’unico grande cambiamento dell’ultimo periodo, ci racconta.

Ad esempio?
Nel luglio scorso mi sono trasferito in North Carolina, dopo 15 anni a New York. È una vita completamente diversa: abito in una cittadina da 100 mila abitanti scarsi, con un’economia molto turistica basata sul trekking in montagna. Non possediamo neppure una macchina, anche se prima o poi la compreremo. È ancora tutto un po’ strano, chiaramente, ma ho sempre desiderato vivere anche in posti diversi, era già da un po’ che io e mia moglie ci pensavamo. Diciamo che il mondo è tutto meraviglioso, per me: sto cominciando solo ora a riflettere dove altro potremmo fare base, prima o poi.

La tua musica sembra essere creata senza nessun tipo di criterio o limitazione, in termini di genere, durata delle canzoni, coerenza di idee. A livello discografico molti la considererebbero difficile da vendere…
Hai centrato il punto, in effetti. Ci ho pensato un sacco, perché volevo che Far In fosse un disco lento. Ogni canzone è tanta roba, in tutti i sensi, e sono davvero contento ogni volta che qualcuno lo riconosce. Volevo che ogni traccia fosse un mondo, un viaggio. Odio l’idea che gli album debbano essere digeribili a tutti i costi: ci vuole pazienza per assimilare la musica. Amo tutto ciò che non è ovvio, che riesce a stupirti, che ti porta fuori dalla tua zona di comfort. Per me il lavoro di un musicista deve essere al servizio della canzone, e non del suo ego.

Ti sei messo al servizio di queste canzoni in un contesto abbastanza surreale: bloccato in un paesino del Texas da meno di 2000 abitanti per sei mesi, a causa della pandemia da Covid-19. Che esperienza è stata, per te?
Io e mia moglie siamo andati a Marfa, il paesino di cui parlavi, per un lavoro che ci avevano commissionato, un’installazione artistica che avremmo dovuto inaugurare a inizio 2020. In teoria dovevamo rimanere lì per due settimane, ma poi c’è stato il lockdown ed era difficile rientrare a New York da un luogo così isolato e sperduto. La città più vicina era El Paso, che era comunque a tre ore di viaggio, e non avevamo mezzi nostri per poterla raggiungere in sicurezza, perciò abbiamo deciso di restare. Oltretutto, New York non ci sembrava neanche un buon posto in cui tornare, affollati com’erano gli ospedali. Non tutto il male è venuto per nuocere, però: in quei sei mesi ho avuto un sacco di tempo per andare in studio di registrazione – per fortuna a Marfa ce n’era uno – e per lavorare con mia moglie, il che ha fatto sgorgare una vera e propria fonte di idee nuove. Non pianificavo neanche di fare un album, inizialmente, ma visto che è capitata l’opportunità l’ho colta.

Per te era una rarità rimanere fermo in un posto così a lungo: gli ultimi anni li hai passati costantemente in tour, tra l’altro in situazioni non particolarmente comode, visto che non si parla certo di jet privati e tour bus…
Ti faccio un esempio pratico che sicuramente gli italiani possono capire. Un paio di anni fa, quando ero in Europa a suonare, una sera ero a Parigi per esibirmi a un evento di Pitchfork e la mattina dopo sono andato in aeroporto e mi sono imbarcato per Torino, dove mi attendevano per un set al Club 2 Club. Il mio slot era era previsto all’1 del mattino dopo e durante il giorno non avevo avuto il tempo di dormire: finito il set sono salito in macchina per arrivare fino a Milano, dove mi aspettava un altro aereo, alle 8 del mattino, destinazione Istanbul. Arrivato in Turchia ho suonato con un paio di ore di sonno alle spalle, e il giorno dopo sveglia alle 6 del mattino per volare di nuovo in America. Anzi, no, scusa: da qualche parte tra tutto questo delirio dev’esserci stata anche una tappa in Inghilterra (ride). Era tutto davvero impegnativo, avevo la sensazione di non essere mai fermo. È dura, perché vorresti festeggiare tutti quei momenti e quei traguardi, ma non ci riesci neppure, da quanto sei stanco. Non a caso, quando ho ricominciato a scrivere nel 2019, una delle prime cose che mi sono detto è: non voglio raccontare dei miei viaggi, in queste canzoni.

Comprensibile, direi.
Mi sembrava l’unica cosa che avevo fatto negli ultimi anni e, come si suol dire, ti viene più facile scrivere di ciò che conosci. Però non ne potevo più. Così nel disco c’è una sola canzone che parla di quello: si intitola Purple Tones e spiega proprio quella sensazione di addormentarsi su un aereo e risvegliarsi in un’automobile sconosciuta, o in un albergo, o su un autobus, e non ricordare esattamente dove sei e come ci sei arrivato. Sei come avvolto da una nebbia costante e crepuscolare.

Oltretutto tu sei un artista molto prolifico: oltre al progetto Helado Negro, componi e pubblichi musica con molti altri pseudonimi. Dove trovavi il tempo di fare tutto?
Non saprei. Ci sono giorni in cui mi sveglio e voglio realizzare una nuova canzone, molto semplicemente. A volte è davvero frustrante perché sembra che le idee mi arrivino tutte insieme, e non ho fisicamente il tempo e le energie per realizzarle. Spesso, però, sono proprio le ansie e le frustrazioni che uso per creare la mia musica. Molti cercano di liberare la mente prima di entrare in studio, io invece spesso faccio l’opposto, e lavoro sui sentimenti più negativi mentre scrivo e registro.

Tra le canzoni più belle dell’album c’è Wind Conversation. Com’è nata?
Quando stavamo a Marfa, che è in pieno deserto, io e mia moglie avevamo l’abitudine di andare in questo parco, che era l’unico posto dove c’erano veri alberi, a prendere un po’ d’aria. Era tutto talmente perfetto e magico, in quei momenti, che sembrava una scena uscita da un romanzo. Quell’angolo di verde in mezzo a una landa così arida ci ispirava molte riflessioni sul global warming e sui cambiamenti climatici, e in parte il brano parla anche di quello. “Che strano inferno stare qui seduti / a respirare / sapendo che è troppo tardi”: quei versi si riferiscono proprio a quell’argomento.

Anche Hometown Dream parla del periodo a Marfa.
Esatto, descrive com’è stato per noi stare tutto quel tempo lontani da casa, e poi lasciare per sempre casa, intesa come New York, dopo essere rientrati. Questa esperienza ci ha fatto capire che la casa è un concetto astratto, un luogo mentale, più che uno spazio fisico. Non ti sentirai mai a tuo agio, se non ti senti a tuo agio nella tua pelle.

Dopo tanto peregrinare e tutti questi cambiamenti, ti è tornata voglia di suonare dal vivo e andare in tour?
Con ritmi più dilatati, ma sì. Sicuramente nel 2022 ricomincerò a fare concerti: direi che siamo stati tutti fermi abbastanza, a questo punto.

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