A sentirlo parlare, Claudio “Gallo” Golinelli, non sembra uno che è appena stato ricoverato per una broncopolmonite dopo un tumore al fegato, un altro al rene, un trapianto e una cura sperimentale dalla quale è uscito come unico sopravvissuto di un gruppo di 20 pazienti. Eppure è proprio come l’ha presentato Vasco Rossi al concerto di Rimini: «Il resuscitato». Lui ride e minimizza. Del resto, alla domanda se si senta una rockstar, risponde: «Mi sento un bravo bassista».
Perché il Gallo è uno dei musicisti che hanno contribuito a costruire il sound del rock italiano, ma non ha mai sentito il bisogno di prendersi il centro della scena. Però, dopo 47 anni al fianco del Blasco, si può permettere una battuta per descrivere il loro rapporto: «Mi sono separato dalla prima moglie e non da lui, basta questo per spiegarlo». Tra loro, ci ha raccontato, «c’è del professionismo, ma prima di tutto del gran bene». Una storia iniziata ai tempi di Colpa d’Alfredo e che continua dopo centinaia di concerti, milioni di spettatori e uno stile col basso, da Siamo solo noi a Gli spari sopra, diventato patrimonio collettivo.
In questa intervista ci ha spiegato la sua “vita spericolata”, che Vasco e Gianna Nannini sono «eroi della musica rock», raccontato la “fuga” della Steve Rogers Band («un periodo bellissimo») e il rifiuto del tour mondiale con gli Scorpions («Vasco dove lo trovava un altro come me?»). E ancora, che Adriano Celentano non tollerava le bestemmie, che Franco Battiato era «un pazzo scatenato» e che Gianluca Grignani da erede di Vasco «si è perso».
Ma è anche l’amico che si commuove per Massimo Riva: «Gli facevo da babbo. Purtroppo gliel’ho fatto male». O il bambino nell’orchestra del padre che «se non studiavo non mi dava da mangiare». Un “supervissuto” che, se cerchi di tirargli fuori qual è il suo segreto, esclama sorridente: «Essere il Gallo». Che si traduce in ottimismo: «Per me è sempre meglio il domani».

Golinelli sul palco con Vasco. Foto: Roberto Villani
Gallo, innanzitutto come stai?
Hai sentito che Vasco a Rimini mi ha presentato come «il resuscitato», no? Ho avuto una broncopolmonite fastidiosa che mi sono dovuto curare, prima a Imola e poi a Bologna.
Però, ancora una volta, il Gallo è tornato.
Per ora suono Siamo solo noi, più avanti vedremo.
Torneremo su Siamo solo noi e il tuo rapporto con Vasco. Ma adesso, se ripensi a tutta la tua carriera e a come l’hai approcciata, ti senti una rockstar?
Io una rockstar? No, mi sento un bravo bassista. Ho la scritta “rockstar” sulle cinture del basso, ma perché ce l’ha stampata quello che le produce. Per il resto sono uno che ha suonato con i migliori musicisti d’Italia e contribuito ad alcuni dei migliori dischi italiani, modestia a parte. Il mio maestro di musica quando ero giovane e studiavo al Conservatorio, che è stato il primo contrabbassista del comunale di Firenze, indovina come si chiamava?
Dimmelo tu.
Lando Rossi! Come vedi la mia vita è segnata dai Rossi, oltre che dai Nannini.
Dopo gli ultimi acciacchi hai pensato che, stavolta, non saresti più tornato sul palco?
Non ho mai pensato che avrei smesso. Mai! Io ho avuto un cancro al fegato e poi, dopo tre-quattro anni, un “figlio” di quel cancro al rene sinistro, però sono talmente ottimista che li ho battuti, sono in piedi e anche pronto a tornare sul palco a suonare.
Sei sempre stato così ottimista?
Sì, perché questo è il mio carattere. Per me è sempre meglio il domani.
Quando hai chiamato Vasco per dirgli che avevi dei problemi come ha reagito?
L’ho chiamato quando sono arrivato in ospedale e gli ho spiegato perché non potevo partecipare. Lui mi ha risposto: «Per le prove stai a casa, però a Rimini vieni a suonare Siamo solo noi. Ma vieni». Cosa potevo rispondergli? Vengo! E sono andato.
Hai sentito più il richiamo del Komandante o l’affetto dell’amico?
Dell’amico, senza dubbio. Io e Vasco siamo amici e io gli voglio molto bene. Non mi ha ordinato di andare a suonare, mi ha detto «dai, tirati su, per Siamo solo noi non puoi mancare». Siccome il giro di basso di quella canzone l’ho inventato io, e solo io lo so fare così bene, non potevo non essere presente. Ho saltato Olbia perché in aereo per me non è ancora ideale viaggiare, ma per il resto ci sarò. Sicuramente per quel brano, lo suono come si deve e torno in camerino.
Cos’è che ti unisce così tanto a Vasco?
Mi sono separato dalla prima moglie e non da lui, basta questo per spiegarlo. Il prossimo anno Vasco festeggia i 50 anni di carriera, io sono 47 anni che collaboro con lui. Pensa che storia. È una vita insieme. Sono stato fortunato, anche grazie alla mia bravura, a stare al fianco dei migliori d’Italia. Vasco l’ho conosciuto che cantava Colpa d’Alfredo, te lo ricordi che testo che ha quella canzone? E poi anche Gianna Nannini, che brandiva un vibratore per interpretare America. Sono due eroi della musica rock. A quei tempi erano cose pazzesche.
Quando ti sei accorto che quel ragazzo di Zocca aveva qualcosa di speciale?
Me lo disse mia moglie ai tempi di Albachiara. Io non sapevo neanche chi fosse. Durante il tour europeo con Gianna Nannini mi passano una chiamata dal «signor Vasco Rossi», era lui che mi invitava alla Fonoprint, stava finendo di registrare una canzone e mi chiedeva di costruire l’intro. Lì è nata Siamo solo noi. Ma poi ho continuato a suonare con Gianna.
A un certo punto l’hai lasciata per seguire solo Vasco.
Nell’84 Vasco usciva da un momento difficile e mi disse: «Vieni a suonare con me». Allora ho lasciato Gianna e sono andato con Vasco. Lei per qualche anno non mi ha rivolto la parola, ma la vita è fatta così. Poi ci siamo spiegati, l’ha accettato e ora ci sentiamo spesso. Tra me e Vasco c’è del professionismo, come è giusto che sia, ma c’è prima di tutto del gran bene.
La vostra complicità quando avete interpretato Siamo solo noi a Rimini è evidente, vi guardavate sorridendo e chissà quanti ricordi vi sono passati nella mente.
È un revival di tutta la nostra vita, ci passano davanti agli occhi mille ricordi. Dalle provocazioni alle proibizioni che abbiamo lanciato e abbattuto, alla vita spericolata che abbiamo frequentato per un periodo. Lo sai che ne abbiamo fatte di tutti i colori?
Alcune storie sono note, ma sono sicuro che tantissime altre siano ancora sconosciute. Com’era essere musicisti rock in quegli anni?
Ehhh, una gran bella vita! Adesso non bevo più neanche una birra, invece allora si beveva, a me piaceva molto il cognac francese. Eravamo giovani e ci divertivamo. Ma poi, quando c’era da salire sul palco, eravamo sempre lucidi. Sul palco, nonostante la vita che fai fuori, non devi mai salire stravolto. È vietato! Per rispetto del pubblico, prima di ogni altra cosa.
Non dev’essere facile rimanere professionali vivendo una vita spericolata.
Quello è il bello. Se ci riesci sei sulla strada giusta. Se vai oltre rischi di deragliare anche sul palco. Uno dei miei preferiti, che piaceva tanto anche a Vasco e lo considerava il suo erede, era Gianluca Grignani. Poi si è perso e a me e Vasco è dispiaciuto molto.
Vasco aveva scritto sui social: «Grignani è il John Lennon della musica italiana. O meglio John Lennon è il Grignani della musica mondiale».
È vero, me lo ricordo. Peccato per i meandri in cui Gianluca si è perso.
Chi si è spinto davvero oltre, tanto da perdere la vita, è stato Massimo Riva. Per voi, come avete sempre dichiarato e dimostrato sul palco, è una ferita ancora aperta.
Eh sì, Dio bono… Io ero il suo angelo custode. Gli facevo praticamente da babbo. C’è un poster in studio da Vasco con la foto di me e Massimo e la scritta «gli farà da padre». Purtroppo gliel’ho fatto male… La morte di Massimo è stato uno dei momenti più brutti della nostra vita. Nella quotidianità era il nostro ranocchio, ma sul palco era bravissimo, energia pura con la musica.
Dal punto di vista musicale cosa ti colpiva di Riva?
Era un grandissimo ritmico alla chitarra. Basta andare a rivedere i video del primo concerto di Imola che iniziava lui con Quanti anni hai. È stata una grave e grande perdita, Riva non si sostituisce.
E fuori dal palco?
Se ti racconto tutto quello che abbiamo passato fuori dal palco mi arrestano ancora oggi (ride). Ti racconto solo questa. Siamo a Riccione io Solieri e Riva. Solieri vede una ragazza e inizia a farle il filo, e io e Massimo pensiamo «buon per lui». Ma poi notiamo che la ragazza comincia a occhieggiare a noi. Alla fine è venuta via con noi due e Solieri è rimasto da solo. Così io e Massimo abbiamo continuato a festeggiare. C’era una grandissima complicità tra me e Massimo.
E si torna a quello che è uno dei simboli della Romagna, come disse Vasco in un’intervista quando il politicamente corretto non esisteva: «Non è lo squacquerone ma la gnocca».
Viva la gnocca! È vero, adesso siamo più calmi ma sia chiaro: ci piace lo stesso.
C’è stato anche un momento di distacco tra voi, quando con la Steve Rogers Band avete provato a viaggiare da soli. Come ricordi quegli anni?
Per me è stato un periodo bellissimo, ma in fondo anche per Vasco. Infatti quando abbiamo fatto una riunione con lui per dirgli che ci avevano chiamato in tv a suonare Alzati la gonna gli ho chiesto se ci sarebbe rimasto male, ma ha detto che non avrebbe avuto problemi. Eravamo primi in classifica con quella canzone, tutti ci invitavano in tv o a fare concerti, era chiaro che dovessimo dare un po’ di spazio anche alla nostra musica. Io ho sempre lottato per avere una band.
Ma alla fine siete tornati con Vasco.
Aveva preso un bassista che non andava tanto bene, tanto che dopo un paio di anni ha richiamato me e buonanotte. Posso dire una cosa? È difficile cambiarmi. Anni e anni di duro lavoro e sono professore di contrabbasso, mica un improvvisato.
Un giorno ti chiamano gli Scorpions per coinvolgerti in un tour mondiale e rifiuti.
Io con Vasco mi trovavo benissimo, perché cambiare? Ma anche Vasco dove lo trovava un altro come me? È vero che mi hanno chiamato e non ho accettato, mi dispiaceva lasciare Vasco e un po’ perché Vasco, quando gliel’ho detto, ha risposto a suo modo: «Ehhh, ma dove vai?». Anche Guido Elmi me l’ha sconsigliato. Ma non ho rifiutato gli Scorpions per la loro musica, ero tranquillo e realizzato con Vasco e buona così. L’anno scorso ho rifiutato anche di andare ospite dei Modà a Sanremo, non me la sentivo.
Qual è il concerto con Vasco a cui sei più legato?
Il primo di Imola, perché è la mia città. Ce l’ho ancora nelle vene. Quando mi presentò con queste parole: «Claudio “Gallo” Golinelli al basso, un imolese di questo paese». Avevo i brividi.
Come definiresti il tuo stile?
A parte lo studio e la pratica costanti, lo stile si crea con gli ascolti. Io ancora oggi in auto ho quasi esclusivamente i Beatles e i Weather Report. E i miei riferimenti al basso sono Miroslav Vitouš, Alphonso Johnson e Jaco Pastorius. Ho iniziato a suonare a 8 anni la batteria nell’orchestra di mio padre, poi ho frequentato il Conservatorio e quando ho sentito Please Please Me dei Beatles sono impazzito. E adoro anche i dischi di Paul McCartney e John Lennon, hanno cambiato il mondo.
Oggi ti piace la musica che senti in giro o manca qualcosa?
Manca qualcosa. Per dare un’idea, la maggior parte delle canzoni di Vasco sono caratterizzate dai giri di basso che ho inventato io. Come Portatemi Dio, Deviazioni, Dimentichiamoci questa città. La prima versione de Gli spari sopra aveva un giro di basso che non mi piaceva, ho detto a Vasco che quella roba non la suonavo e lui: «Arrangiati tu Gallo». È diventata quello che cantate ancora oggi. Adesso non sento musicisti che mettono la loro anima, o almeno la loro sensibilità, nei pezzi che suonano.
Qual è il segreto del Gallo?
Essere il Gallo! Ma sai che ci pensavo prima a questa cosa? Cioè come ho fatto a sviluppare uno stile così riconoscibile. Alla fine sono arrivato alla conclusione che è tutto grazie a mio padre. Quando suonavo la batteria nella sua orchestra mi dava le dritte per imparare ma, soprattutto, se non studiavo non mi dava da mangiare. Ho dovuto fare di necessità virtù.
Un’educazione non proprio morbida.
Era stato in guerra 12 anni in Africa e sei da prigioniero degli inglesi. Tornato in Italia sono nato io e mi ha insegnato molto. Come la disciplina, che per un musicista è fondamentale, ma la cosa più importante è come stare al mondo. Dici poco?
Quando si parla della tua carriera ci si riferisce sempre a Vasco, ma hai anche il merito di aver formato la band di Gianna Nannini che l’ha lanciata. Com’era agli esordi?
Fantastica! Con un coraggio incredibile da donna in quegli anni, per quello che cantava e per come si comportava. Sono stato benissimo con lei. Mi portava a vedere il Palio di Siena, perché lei è di quelle parti. Le voglio molto bene e anche lei me ne vuole. All’ultimo concerto sono andato a sentirla e quando dal palco mi ha visto mi fa: «Gallo, vieni su». Figurati Gianna, non ricordo più niente dopo tutti questi anni. Ma per farti capire il rapporto che c’è tra noi. La stimo, come stimo Battiato e Celentano.
Sia con Celentano che con Battiato hai collaborato.
Adriano mi ha fatto iniziare con il basso Pregherò al Congresso eucaristico di Bologna del ’97 di fronte a Papa Giovanni Paolo II e a mezzo milione di persone, pensa che fiducia ha avuto nei miei confronti. Celentano è riservato ed estremamente credente. In sua presenza era vietato dire parolacce, in particolare quelle che si rivolgono a nostro Signore, altrimenti se ne aveva a male. Una fatica per me, che mi scappa una parolaccia così ogni tre parole, però è un artista pazzesco e lo apprezzo molto.
E Franco Battiato?
Mi chiama per collaborare e accetto, come fai a dire di no a Battiato? Poi chiedo: «Quando facciamo le prove?». Risposta: «Niente prove, ti arriverà un pacco». Quando arriva ci sono tutti gli spartiti da imparare. Li imparo, mi presento al concerto al Teatro di Brescia il giorno prima, incontro Battiato e mi dice: «Gallo, voglio fare questo pezzo in apertura che non è tra gli spartiti». Cosa gli dici? Mica puoi rifiutare. Ci siamo messi in macchina io, il chitarrista e il batterista ad ascoltare la cassetta e a buttare giù lo spartito che abbiamo imparato in meno di un giorno senza provarlo. Era un pazzo scatenato e un grande artista.
Per tornare ai problemi di salute che hai dovuto affrontare, è vero che sei arrivato ad affidarti a una cura sperimentale con altre 20 persone e, ad oggi, sei l’unico sopravvissuto?
È vero, ho fatto una cura australiana che mi ha consigliato il professor Fabio Piscaglia dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Non era la solita chemioterapia, ma due pastiglie da prendere una al mattino e una alla sera. Una cura sperimentale che mi aveva portato ad avere le piaghe nelle mani e qualche capello caduto, però mi ha permesso di essere l’unico sopravvissuto.
A questo punto, come dice Vasco, sei tu il vero supervissuto.
Effettivamente… Ma anche Vasco ne ha passate di brutte, solo che noi abbiamo i maroni duri! La mia vita è costellata di momenti bellissimi, a parte le malattie. Ma ogni tanto vado all’ospedale, mi curo, e torno a suonare.
Il tuo segreto, forse, è proprio l’ottimismo.
L’ottimismo e la musica. Alla mia età, con tutto quello che ho passato, stare ancora a suonare sul palco è da deficienti. Ma io lo sono un deficiente per la musica, perché per farla sono disposto a tutto.
Nei giovani musicisti vedi ancora questa dedizione?
Mi sembra di no. Prima ho visto passare dei ragazzi per strada e avevano tutti le cuffie nelle orecchie e guardavano il cellulare. Vivono una strana esistenza, non la capisco fino in fondo. Anche mia figlia viene a tavola e mangia guardando il cellulare. Io il telefonino a volte non me lo porto neanche dietro, se non fosse per mia moglie non risponderei a nessuno. La vita va vissuta, non bisogna stare tutto il giorno davanti agli schermi a guardare quella degli altri.
Se oggi potessi incontrare Claudio Golinelli quando aveva 20 anni, cosa gli diresti?
Avanti tutta con quello che stai facendo che magari arrivi, ma senza perdere l’ottimismo.














