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Il favoloso mondo di Emeli

Intervista a Emeli Sandé, la cantante che usa la forza gentile del pop-soul per incoraggiarci a immaginare un futuro migliore. «Non stiamo andando dritti verso il disastro»

Emeli Sandé

Foto: Ciaran Fredrick

Glasgow, 2009. L’aula studio della facoltà di medicina è affollata di studenti che si preparano per gli esami. Tra loro c’è anche una giovane Emeli Sandé, all’epoca ventiduenne, aspirante neurologa iscritta al terzo anno. C’è una differenza tra lei e tutti i suoi colleghi, però: proprio in quelle stesse settimane Diamond Rings, una canzone del rapper Chipmunk, è entrata nella top 10 singoli della classifica inglese, e il ritornello è cantato proprio da lei. «Era una sensazione stranissima sapere che tutti, là fuori, stavano ascoltando la mia voce in radio», ricorda. «Nel weekend ero salita sul palco dei MOBO Awards per cantare insieme a Chipmunk, e il lunedì ero di nuovo a lezione. I miei compagni erano tutti stupiti, vedendo quanto prendevo sul serio la musica e che tutto il poco tempo libero che avevo veniva impiegato per questo. A quel punto ho capito che forse non era davvero il medico, quello che volevo fare da grande». Inizialmente si prende un anno sabbatico, ma dopo il successo del primo album Our Version of Events abbandona definitivamente gli studi: è chiaro che il suo destino sta nelle sue canzoni, anche in quelle che scrive per/con altri (da Tinie Tempah a Leona Lewis fino ad Alicia Keys), e che le hanno fruttato perfino un titolo di Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico per i servigi resi in campo artistico.

Le sue canzoni Emeli le scrive fin da quando era alle elementari e cantava e suonava il clarinetto nelle recite scolastiche. «Imparavo da Mariah Carey e Céline Dion come strutturare un pezzo pop, provavo a buttare giù qualcosa e poi facevo ascoltare tutto ai miei genitori. Le mie prime cose erano serissime, però. Per qualche misteriosa ragione, non mi andava di scrivere d’amore, volevo occuparmi di problemi più importanti. Uno dei primi pezzi che ho scritto, ad esempio, si intitolava Yesterday Is Tomorrow e parlava del fatto che se non impari dai tuoi errori del passato, sei condannato a ripeterli in eterno. So che è un argomento fin troppo pesante per una bambina di 7 anni, ma ero così».

Quell’urgenza di trattare temi pressanti non l’ha mai abbandonata, a dire il vero: il suo ultimo album Let’s Say for Instance, uscito qualche settimana fa, è un concentrato di testi pieni di significato. Il titolo stesso, che letteralmente significa “Mettiamo per esempio”, è tutt’altro che scontato: «Credo che sia importante implementare le fantasticherie della nostra mente», spiega. «Il mondo è davvero complicato oggi, è difficile trovare un po’ di speranza, perciò cerco di incoraggiare le persone a usare il potere della loro immaginazione. A immaginare che domani sia meglio di oggi, che non stiamo andando dritti verso il disastro. È importante pensare di essere in grado di scrivere un futuro migliore, per noi stessi e per l’umanità».

Così in Let’s Say for Instance troviamo canzoni come Yes You Can, che parlano di salute mentale e dell’importanza di vedere la luce in fondo al tunnel. «Dopo gli ultimi due anni, ha senso affrontare problemi come depressione e suicidio anche nelle canzoni. Io stessa ho attraversato dei momenti molto bui in passato, so come ci si sente ad essere depressi, e ho voluto mandare un incoraggiamento alle persone che ancora sono impantanate in quella situazione. Ho cercato di renderla più potente che potevo, perché so quanto possono essere forti quei sentimenti e quanto è difficile scrollarseli di dosso». O ancora, canzoni come Another One, dedicata al movimento Black Lives Matter. «Per via delle mie origini, mi sento molto toccata dalla questione del razzismo. Le persone che non vengono percepite come bianche vengono de-umanizzate in tutto il mondo, come se valessero meno degli altri. È davvero desolante che nel 2022 siamo ancora a questo punto».

Madre inglese e padre zambiano, Emeli è cresciuta nel cuore della campagna scozzese, in un paesino dove gli unici neri erano lei, suo padre e sua sorella, cosa che l’ha segnata molto. «A chi si trova nella stessa situazione oggi, dico: sentitevi liberi di abbracciare la cultura del vostro Paese adottivo, anche quando è del tutto diversa da quella della vostra famiglia. A un certo punto ho capito che poter attingere da entrambe era una grandissima ricchezza. È anche importante non perdere la propria identità, però, e trovare un modo di abbracciare la propria bellezza: non è sempre facile riconoscerla, quando tutti attorno a te sono di un colore diverso e vedono il bello in qualcosa di completamente diverso da te».

Molti dei brani dell’album (che è il suo primo progetto a essere stato realizzato senza una casa discografica alle spalle e poi pubblicato tramite un’etichetta indipendente, cosa che Sandé definisce liberatoria, «perché non c’è stato bisogno di scendere a compromessi o combattere delle battaglie») hanno tre o quattro anni di vita, mentre altri sono state scritte durante il lockdown. «La pandemia mi ha dato più tempo per esplorare e sperimentare, per prendermi i miei spazi e capire di cosa volevo parlare davvero. È stata la prima volta in dieci anni in cui ho avuto l’occasione di rilassarmi e stare con la mia famiglia. Adoro viaggiare, ma da quando faccio questo lavoro non ero mai riuscita a rimanere nello stesso posto per più di un mese, e questo mi ha dato modo di riflettere. E anche di fare errori e di provare cose nuove, perché no». Non a caso, Let’s Say for Instance è molto vario a livello di sound, allontanandosi in parte dal pop-soul di classe che ha sempre caratterizzato la sua produzione. «Volevo spaziare tra i generi. La fiducia in se stessi, quella necessaria a prendere delle decisioni più coraggiose, probabilmente arriva con l’età. Oggi so chi sono, e riesco a rifletterlo nella mia musica».

E a proposito di questo, in termini di prime volte quest’album ne segna una molto più importante: Let’s Say for Instance è il primo album che Emeli Sandé pubblica dopo aver rivelato di avere una relazione sentimentale con una donna, la pianista classica Yoana Karemova. Si identifica come bisessuale (in passato era stata sposata con un uomo) e dice di innamorarsi di una persona, e non di uno specifico genere. «Fare coming out ha portato molta tranquillità nella mia vita e le ha dato un nuovo boost di energia», dice semplicemente. «Mi ha reso più sicura di me stessa. E poi essere innamorati è una sensazione meravigliosa: quando lo sei tutto è più emozionante e allo stesso tempo più naturale». Alla sua compagna ha dedicato due canzoni, July 25th e September 8th. «Sono date molto importanti per noi. La prima corrisponde a quando il nostro amore è sbocciato, l’inizio della nostra personale summer of love. La seconda, invece, segna il giorno in cui quell’amore era ormai fiorito e i frutti erano maturi, e ci siamo davvero impegnate l’una con l’altra». Per una donna a volte è più complicato rivelare il proprio orientamento sessuale, ammette: «Siamo in una società patriarcale, per noi ci sono sempre delle regole diverse, o delle diverse aspettative. Ma alla fine penso che chi ha una relazione omosessuale affronti le stesse sfide, che sia maschio o femmina».

Al momento Sandé è impegnata in un tour europeo che venerdì 3 giugno la porterà anche in Italia, alla Santeria di Milano. Non potrebbe essere più felice di essere ancora una volta on the road, dopo questa lunga pausa. «È bello avere di nuovo uno scopo. Per molti di noi è uno scopo del tutto nuovo, perché ora che stiamo tornando a una sorta di normalità abbiamo capito quanto è importante fare qualcosa collettivamente. Nulla sarà più lo stesso ai miei occhi: per me la musica ora va oltre il music business e il mio mestiere. Voglio usarla per incoraggiare e curare le ferite della gente».

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