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Il disco illuminista di Teho Teardo contro i nuovi oscurantismi

Ha scritto ‘Ellipses dans l’harmonie‘ ispirandosi agli spartiti contenuti nella ‘Encyclopédie’ di metà Settecento di Diderot e d’Alembert. «Recuperare lo spirito illuminista oggi è un atto politico e rivoluzionario»

Teho Teardo

Foto: Claudia Pajewski

Quando Teho Teardo, invitato a visitare l’Archivio della Fondazione Feltrinelli, si è ritrovato davanti la copia originale dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert si è commosso. Lo racconta parlando di Ellipses dans l’harmonie – Lumi nel buio, il suo nuovo album interamente ispirato alla musica contenuta nelle pagine di quel testo cardine dell’Illuminismo. Realizzato con una trentina di musicisti, inclusi gli archi dell’Orchestra Mitteleuropa, il disco vuole essere un omaggio a un’epoca in cui si posero le basi per la nascita di un nuovo spirito critico e riformista, contro ogni oscurantismo. «Nonostante la Chiesa e la sua censura, l’Encyclopédie ebbe un impatto tale sulla società fino a contribuire alla Rivoluzione Francese», dice Teardo, musicista da sempre interessato al dialogo tra le arti.

Oltre alla colonna sonora de Il divo di Paolo Sorrentino, il compositore, musicista e sound designer friulano, romano d’adozione, ha scritto le musiche di film quali Denti di Gabriele Salvatores, Lavorare con lentezza di Guido Chiesa, Diaz di Daniele Vicari. Ha musicato tre opere di Man Ray e una mostra di Joan Miró. A teatro è al momento al fianco di Enda Walsh – il drammaturgo irlandese del musical Lazarus scritto con David Bowie – per lo spettacolo Medicine. Senza dimenticare il sodalizio con Blixa Bargeld (Einstürzende Neubauten, Bad Seeds) tradottosi finora in due bellissimi dischi e idealmente legato alla prima parte della carriera di Teardo, tra i protagonisti della scena post industrial anni ’80 e ’90 con i Meathead.

Fulcro di un tour (data l’allerta coronavirus verificate le date qui), il nuovo Ellipses dans l’harmonie fonde orchestrazioni e synth, trame elettroniche e field recording, crescendo melodici e passaggi sferzanti per un viaggio nel tempo dal gusto cinematografico. 

Che effetto ti ha fatto avere tra le mani l’Encyclopédie?
Ho pianto. L’avevo studiata all’università, mi sono laureato in Storia dell’arte contemporanea. Sapevo che comprendeva una sezione musicale incentrata su raffigurazioni di strumenti musicali, ma non che ci fossero delle partiture, quella è stata una sorpresa. Anche perché non è nota questa cosa, neppure molti dei musicisti che lavorano con me, che sono di estrazione classica, ne erano al corrente. È stato come lavorare con un fantasma.

Un fantasma che ti dava istruzioni?
Sì, visto che le partiture presenti nell’Encyclopédie sono delle mappe di comportamenti musicali. Rinvenirle è stato come scovare un campionatore del ’700, un campionatore di regole, modi, schemi che ho utilizzato per comporre musica. Non sto parlando di esercizi e composizioni, ma di esempi musicali pensati e scritti allo scopo di insegnare a scrivere un contrappunto, una cadenza, o a lavorare con l’armonia. Quindi non per essere eseguiti. Riprendendoli tre secoli dopo per trasformarli in musica suonata mi sono reso conto della loro fortissima valenza poetica, estetica, espressiva.

Come hai impostato il lavoro?
Ho preso tutti quegli esempi e quelle regole e mi sono imposto di impiegarli per costruire una sorta di struttura compositiva di base. E a un certo punto ho fatto saltare quelle stesse regole ritrovando me stesso. Un po’ come quando costruisci un castello di carta per poi distruggerlo.

Anche per le composizioni di Le retour à la raison eri partito da una regola: comporre usando esclusivamente oggetti presenti nel tuo studio, dalle roncole agli oscillatori, e solo successivamente inserire degli strumenti. Ami avere limiti da superare?
Sì, e questa volta ho voluto complicarmi ancora di più l’esistenza usando limiti imposti non da me, ma da qualcun altro.

C’entra anche una residenza artistica di due settimane a Villa Manin offerta dal CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia. Lì hai piazzato microfoni in qualsiasi anfratto e registrato suoni e rumori che ora si possono sentire nel disco.
Ho trascorso anche parecchio tempo da solo in quella villa gigantesca di un’epoca lontana, dispersa nel nulla in mezzo alla campagna.

Da solo?
Esatto, per diversi giorni. Bello, ma di notte ammetto di aver avuto paura. Una volta stavo dormendo in stanza e ho sentito un cane ringhiare a un metro di distanza da me, cane che ovviamente non c’era, solo che… Insomma, ci sono stati momenti in cui mi sono sentito come in un film horror, tanto che un giorno ho chiamato un amico per chiedergli di venire a dormire lì. Nel frattempo avevo piazzato ovunque un sacco di audio-trappole, a posteriori posso dire che hanno catturato anche diversi suoni strani, inquietanti.

Tipo?
Non è facile identificare i rumori registrati così, ma è questo il loro fascino. Non mi va di schedare e catalogare tutto, quel che posso dire è che moltissimi di quei field recording sono nell’album.

Su Facebook hai scritto: “Vorrei potessimo recuperare una parte dello spirito illuminista per affrontare la nostra contemporaneità offuscata da troppi oscurantismi. Sarebbe un atto politico e sarebbe rivoluzionario”. 
Intanto mi chiedo se tra trecento anni – tanto è passato dalla pubblicazione dell’Encyclopédie – saremo ancora qui. A guardarsi intorno sorge qualche dubbio. Ciò detto, l’Illuminismo è l’epoca in cui si è cercato di fare ordine in tutto ciò che l’essere umano conosceva di se stesso, del mondo e del suo rapporto con il mondo. Un’operazione commovente di cui avremmo bisogno anche oggi, per mettere ordine tra le conoscenze che abbiamo e contrastare l’oscurantismo che stiamo vivendo. Anche in questi giorni.

Ti riferisci al coronavirus?
Sì, perché ci sono mille voci su una possibile epidemia, ma a me sembra folle come si sta gestendo la situazione.

Sui social hai parlato di demenza.
Perché è da dementi chiudere cinema, teatri, sale concerti e lasciare aperti i centri commerciali. Va bene la prudenza, ma questa è una contraddizione grave. Mi sembra ci sia poca chiarezza, siamo bombardati da pareri discordanti. E non puoi chiudere tutti i dipartimenti e i luoghi della cultura e dello spettacolo, così spaventi ancora di più la gente, è come se consigliassi di fare la scorta. Infatti molti hanno svuotato i supermercati, probabilmente tanti no vax. È questo il Medioevo: non saper affrontare razionalmente le situazioni. E vorrei aggiungere che scordarsi che dietro al mondo dello spettacolo, della cultura e dell’intrattenimento c’è la vita di molte persone è grave, perché quella vita ha un valore enorme, non solo quando si parla di salute.

Va detto che l’oscurantismo c’era anche all’epoca di Diderot e d’Alembert: l’Encyclopédie subì svariati tentativi di censura. Allora che cosa faceva paura, secondo te?
La conoscenza. Sì, è sempre la conoscenza che fa paura, purtroppo.

Foto: Roberto Losurdo

Tu sei compositore, musicista, autore di colonne sonore, sound designer. C’è chi ti considera una figura anomala nel panorama italiano.
Sono stufo di questo sguardo dell’Italia su di me. Non sono io a essere strano, semmai è troppo banale e ordinario il mondo che mi considera tale. All’estero non è così, non vedono niente di strano in quel che faccio, si tratta di portare avanti un percorso di ricerca musicale con una visione. Fino a prova contraria è questo che si chiede agli artisti, no? Ma in Italia abbiamo un problema di eccessiva autoreferenzialità, il nostro è un Paese che più di altri è curvo su se stesso, dove chi guarda altrove è visto come strano. Mi sono stancato.

Visti i tuoi legami con la scena internazionale hai mai pensato di trasferirti altrove?
Amo moltissimo l’Italia, penso sia il caso di stare qui e spendersi il più possibile per questo Paese. Ho visto troppi partire e finire a fare i camerieri chissà dove, con tutto il rispetto per il mestiere del cameriere, l’ho fatto anch’io da giovane per comprarmi degli strumenti musicali. Poi è vero, c’è chi trova opportunità migliori, io stesso all’estero sono pagato molto meglio, ma che dovrei fare? Andare in giro a sbandierare che in Inghilterra prendo il doppio e soprattutto mi pagano? Lo sappiamo tutti, facciamo un passo avanti: l’Italia ha risorse culturali e intellettuali favolose, stiamo qui e impegniamoci attivamente affinché le regole del gioco cambino. Perché se tutti se ne vanno, e soprattutto se ad andarsene sono i più giovani, il gioco finisce.

Non è giusto che quelle risorse siano pagate per quel che valgono? Altrimenti è normale che tanti rinuncino a fare certi lavori.
Però qui ci sono assunti sbagliati che vanno eliminati: non è vero che con la cultura non si mangia. Il mio è un percorso decisamente avventuroso nella musica, eppure vivo bene e mantengo la mia famiglia da sempre. Certo, bisogna studiare e lavorare tantissimo. E ripeto, sono le regole del gioco che vanno modificate: insistiamo sulla qualità. La qualità del lavoro, la qualità dei rapporti professionali e sociali. E la qualità artistica, ossia la capacità di fare cose belle. È con la bellezza e con la cultura che si va avanti.

Prima parlavi di visione: se dovessi citare due modelli che rappresentano la tua, di visione?
Poison Ivy, la chitarrista dei Cramps, a pari merito con Alessandro Portelli, docente della Sapienza di Roma, grandissimo esperto di musica folk e blues, oltre che di Resistenza. Prova ad affiancare due loro foto: messi uno accanto all’altro mostrano come anche il rock’n’roll più selvaggio e primitivo non sia sganciato dalla consapevolezza della propria origine e della propria storia. Perché l’unico modo per orientarsi nelle mappe dell’arte e dell’esistenza è sapere chi si è e da dove si viene.

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