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Il disco di Blak Saagan è la versione sonora di ‘Buongiorno, notte’

‘Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo’ è sia una sonorizzazione della nostra memoria storica, sia l'esplorazione di una realtà alternativa, come nel finale del film di Bellocchio. L’intervista nell'anniversario della strage di via Fani

Foto press

Sono passati quarantaquattro anni dalla strage di via Fani e dal rapimento di Aldo Moro, eppure quella vicenda continua a rimanere incastonata nella storia del nostro Paese come un momento di svolta, una ferita aperta, per qualcuno anche una questione con lati non del tutto chiariti. Materiale per ricostruzioni storiche che a volte tracimano nella fantapolitica e nelle inevitabili teorie del complotto, ma anche fonte di suggestione per artisti di estrazioni diverse.

Il caso Moro è stato riletto più volte dal cinema, dal teatro e dalla letteratura, ma fino all’uscita nel 2021 di Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo di Blak Saagan nessuno aveva mai provato a raccontarlo in un disco interamente strumentale, delegando ai soli titoli dei brani il compito di fissare l’arco narrativo. Un vero e proprio concept, quello di Samuele Gottardello (musicista classe ’72 il cui nome d’arte rivela la passione per l’opera dell’astrofisico, cosmologo e autore di fantascienza Carl Sagan), che funziona quasi come una sonorizzazione della nostra memoria storica, tra le colonne sonore degli anni ’70 e la psichedelia occulta, tra i Goblin e il krautrock, tutto suonato con strumentazione rigorosamente analogica. Un esperimento riuscito e molto ben accolto, almeno nell’ambito underground in cui si muove il progetto Blak Saagan, che è valso all’artista anche l’invito in prestigiosi festival come l’olandese Le Guess Who. Non dissimile, come tentativo di storytelling sonoro, da quello che qualche anno fa Nicola Manzan alias Bologna Violenta dedicò alla banda della Uno bianca. E con, forse, gli stessi aspetti problematici che abbiamo provato a discutere con Gottardello.

Giusto per non attenersi alla liturgia delle interviste, partirei con una critica che mi sento di fare al disco e che non so se ti sia già stata rivolta. Non sull’aspetto musicale ma su quello, chiamiamolo così, narrativo. Personalmente trovo che titoli come Convergenze parallele, Ore 9: attacco al cuore dello Stato, Dentro la prigione del popolo siano indubbiamente suggestivi, ma forse un po’ troppo. Una sorta di escamotage pop nel quale ho avvertito un senso di gratuità, soprattutto nel contesto di un album strumentale. Al quale, in fondo, puoi collegare qualunque concept basato su qualunque evento storico.
Non sono ovviamente d’accordo, ma la tua è una lettura del tutto legittima. Posso capire che quei titoli, letti così, rischino di apparire fuorvianti, respingenti o de-contestualizzati. Non potrebbe essere diversamente, nonostante siano passati tanti anni quella vicenda è ancora un nervo scoperto e il mio lavoro ci entra dentro con tutti e due i piedi. Ma l’intento non era certo quello di utilizzare a fini pop quella che è stata da qualunque punto di vista una tragedia che ha cambiato la storia di questo Paese. Semmai, con molta umiltà, mi sono augurato che il mio disco facesse venire voglia a chi è più giovane, ed è nato molti anni dopo quelli di piombo, di approfondire quelle tematiche. E comunque resto convinto che ci sia sempre qualcosa che sfugge e vada al di là dell’intento del musicista. Chi ascolta e legge i titoli ha il diritto di fare un viaggio a modo suo e la libertà di attribuire il senso che preferisce. Anche critiche come la tua sono ben accette, l’importante è che ne nascano discussioni costruttive.

Non vedi il rischio, questo a prescindere dal tuo disco, che anche il terrorismo e gli anni ’70 finiscano per diventare dei fenomeni svuotati della loro funzione storica, e quindi qualcosa a metà tra la fiction, la realtà e il meme da social? Un po’ quello che è successo alla vicenda della Banda della Magliana. Un linguaggio composto da cliché che sembrano quasi parodiare i proclami delle Br, lo stile giornalistico e le formule verbali di allora non va in quel senso?
Può essere. Ma il fatto è che io non sono uno storico. Sono un musicista, e a latere un appassionato di storia, mi definirei un ricercatore autodidatta. Per essere preciso e filologico avrei dovuto scrivere un saggio. La precisione lasciamola agli storici veri. A livello artistico, la questione Moro ha colpito la mia curiosità e stimolato la creazione musicale proprio per i tòpoi che vengono utilizzati da più di quarant’anni. Ovvio che non ci si può fermare a quelli, ci sono tante sfaccettature da approfondire. Ma è vero che ho voluto appropriarmi di quel linguaggio, che è diventato lo strumento attraverso il quale racconto quella storia. Che non è una storia bella, né una storia pulita. Nel caso Moro ci sono dei momenti chiave, io li ho sfruttati e ho sfruttato le immagini che suscitavano in me. È diventato un racconto, e i racconti non possono per loro natura che essere parziali, o privilegiare alcuni aspetti piuttosto che altri. Volevo colpire quando era necessario colpire, e allo stesso tempo coinvolgere l’ascoltatore portandolo in una dimensione narrativa molto forte.

I tuoi riferimenti musicali ti hanno influenzato anche in questo senso?
Certo, proprio perché ho voluto adottare un linguaggio scarno, anche violento. Un linguaggio che ritrovi spesso nella tradizione della musica library italiana degli anni ’70, forse l’ambito sonoro che mi ha ispirato di più. Umiliani faceva dischi intitolati Golpe o Fascismo e dintorni, per dire. Titoli perentori perché quei lavori nascevano come colonne sonore per servizi tv o documentari, dovevano far capire cosa c’era dentro. Nel mio piccolo, ho voluto fare un percorso del genere. Poi certo, in titoli come Ore 9: attacco al cuore dello Stato o Achtung! Achtung! c’è anche l’influenza di certo cinema poliziottesco sempre di quel periodo.

In altri, come Scuola Hyperion e Aperitivo al Bar Olivetti alludi invece a una narrazione del rapimento Moro parallela a quella ufficiale, e che è stata presa in considerazione anche dalle più recenti commissioni di inchiesta. Una letteratura alternativa nella quale non sappiamo quanto ci sia di vero, quanto di romanzesco e quanto di puro e semplice complottismo…
Beh, forse nel maneggiare argomenti come quelli ci voleva prudenza, Io non l’ho avuta (ride). La vicenda della scuola Hyperion è troppo interessante dal punto di vista narrativo per lasciarsela sfuggire. Quando l’ho sentita raccontare dal giudice Calogero ha colpito molto la mia immaginazione. Si tratta di una teoria, non di verità storica acclarata. Ma torno al solito punto: il mio disco non è una cronistoria, in alcuni momenti la narrazione diventa fantastica. So che è difficile far convivere le due cose, io ho volutamente mescolato i piani. Come se non fossi riuscito a prendere una posizione, e quindi ho voluto immettere questa deviazione romanzata. Scuola Hyperion pone uno iato, avevo necessità di un elemento di straniamento.

A questo proposito mi viene in mente il finale del film di Marco Bellocchio, Buongiorno, notte, con Aldo Moro interpretato da Roberto Herlitzka che si ritrova libero per le vie di Roma. Anche lì c’è una commistione tra ciò che è accaduto e ciò che avrebbe potuto accadere.
Quel finale di Bellocchio è stupendo, un colpo di genio. Come se il regista si lasciasse andare a un momento di fuga, a un auspicio. Nel mio disco c’è quel tentativo. La fuga è soprattutto quella da una narrazione lineare. Prima accennavi al complottismo: un film che mi ha colpito molto negli ultimi anni è Under the Silver Lake di David Robert Mitchell. Una storia che prende spunto dalla suggestione che le leggende metropolitane siano vere e le mette in scena. Quel modo di narrare è entrato in Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo, a prescindere da quanto io creda o meno alla teoria della Scuola Hyperion. Riguardo al complottismo in sé, sappiamo tutti che è una deriva pericolosa, la storia allucinante di QAnon lo dimostra.

Hai avuto qualche reazione da persone che hanno avuto a che fare con la vicenda Moro?
L’ho mandato a Paolo Cucchiarelli e Giovanni Fasanella, autori che si sono occupati a fondo del rapimento di Moro e che hanno influenzato molto la genesi del disco. Mi hanno detto che gli è piaciuto e fine. Il mio è un lavoro di un musicista underground, non è che mi aspettassi chissà quali reazioni. Certo sarebbe interessante sapere come persone collegate ai fatti potrebbero reagire. Detto questo, io mi identifico sempre con le vittime. Pur avendo letto di tutto sulla vicenda, non sono un grande appassionato della memorialistica degli ex terroristi. Ultimamente però ho trovato apprezzabile il percorso di Franco Bonisoli e Adriana Faranda (entrambi membri delle Br e partecipanti al sequestro di Moro, nda) e il loro lavoro sulla giustizia riparativa. Da un punto di vista politico l’esperienza degli anni ’70 andrebbe analizzata e rianalizzata. Sento il bisogno che quelle questioni vengano riprese con una chiave di lettura meno polarizzata, e tra le polarizzazioni includo anche la posizione “né con lo Stato né con le Br”.

Più in generale come è stato accolto il tuo lavoro, al di là delle recensioni positive, soprattutto dal pubblico più giovane?
Questa è stata una delle cose più belle. Oltre alla musica è stato capito anche il concept. Ci sono state discussioni pubbliche, momento di approfondimento che mi hanno dato soddisfazione anche dal punto di vista divulgativo. Ho avuto buonissimi feedback, dopo i concerti ho incontrato parecchi ragazzi che mi hanno chiesto delucidazioni sul caso Moro. È stato apprezzato anche da non italiani, i nostri anni di piombo non sono proprio così sconosciuti all’estero. Per farti un esempio dei giornalisti di una rivista olandese mi hanno intervistato in occasione della mia partecipazione al Le Guess Who ed erano molto preparati. Un progetto che ho è quello di fare un podcast in inglese, con musica sperimentale dell’epoca che accompagna il racconto di quelle vicende.

In chiusura vorrei ribaltare la prospettiva e tornare a mettere in primo piano l’aspetto musicale. In che modo pensi che il tipo di musica che fai sia adatta a un concept come questo, o meglio: se facessi un tipo di musica diversa saresti riuscito a svilupparlo allo stesso modo?
Eh, bella domanda. Credo ci sia una influenza reciproca. C’è un tema come la lotta armata che mi appassiona da un punto di vista storico e che ha guidato le scelte sonore, ad esempio l’utilizzo di un equipaggiamento interamente degli anni ’70 e i riferimenti musicali di cui parlavamo prima. Ma è anche vero il contrario, cioè che mi sia sentito così attratto narrativamente da quegli argomenti proprio perché contemporanei alla musica che negli ultimi anni ho ascoltato di più. Poi magari su una vicenda come questa puoi anche farci un disco metal, non lo so. Le cose che ho in mente per il futuro peraltro non hanno nulla a che fare con gli anni ’70, continuerò a usare strumenti dell’epoca ma in una dimensione temporale diversa. Quello di cui sentirò sempre la necessità, comunque, è avere qualcosa da raccontare.

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