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Idles: «Come Caravaggio, rappresentiamo il contrasto tra luce e oscurità»

Rabbia, politica, traumi personali, accettazione di sé. Joe Talbot racconta il nuovo album ‘Ultra Mono’: «La musica non può cambiare la società, ma può scuotere gli individui e spingerli ad agire»

Idles

Foto: Tom Ham

«Avete sentito quel tuono?». Qualche mese fa gli Idles annunciavano così, sui loro social, il nuovo album Ultra Mono. A completamento del post, l’immagine di copertina: un uomo con il volto spiaccicato da un pallone gigante che pare lo stia scaraventando chissà dove. Messaggio chiaro e diretto, in linea con l’identità di una band che ha scelto di fare della musica un megafono per denunciare senza mezzi termini derive razziste, discriminazioni, disuguaglianze, abusi di potere. Un’avventura, quella di Joe Talbot e soci, avviata a colpi di post punk con l’album Brutalism del 2017 e proseguita nel 2018 con Joy As An Act of Resistance, disco fortunato che ha spinto il gruppo britannico al numero 5 della UK Albums Chart.

Ultra Mono è il terzo capitolo prodotto da Nick Launay (Nick Cave, Yeah Yeah Yeahs, Arcade Fire) e Adam ‘Atom’ Greenspan (Anna Calvi) con la complicità di Kenny Beats (FKA twigs, Vince Staples, Gucci Mane) e vede tra gli ospiti Jehnny Beth (Savages), Warren Ellis (Bad Seeds) e Jamie Cullum. In tutto 12 tracce che colpiscono dritto allo stomaco con un suono roboante, vigoroso, intrecciato a testi tra poesia e slogan da battaglia. Materiale esplosivo, ma non nutrito di sola rabbia. «Vogliamo trasmettere fiducia, è questo che ci interessa», spiega Talbot, classe 1984, al telefono dalla sua Bristol.

Nel booklet c’è un tuo testo in cui parli di «momentanea accettazione del sé»: che cosa intendi?
Il focus di Ultra Mono è esattamente questo, è un album volto a una crescita esistenziale che consenta l’accettazione di se stessi nel tempo che stiamo vivendo, qui e ora. Un concetto cui abbiamo adattato un suono potente, pieno, compatto, in grado di avere un impatto forte sull’ascoltatore.

Il biglietto da visita è un artwork piuttosto eloquente…
E coerente con il contenuto del disco. Ho chiesto a un amico di realizzare un dipinto che incarnasse il nostro suono. Un suono violento, che ha anche qualcosa di Caravaggio per il contrasto tra luce e oscurità che racchiude.

Si potrebbe definire fragoroso, come ci avete lavorato?
Volevamo catturare l’energia dei nostri concerti. È un obiettivo che perseguiamo sin dal primo album, questo, ma negli anni ci siamo resi conto di quanto l’esperienza di ascolto di un disco sia diversa da quella data da uno show dal vivo, dove hai una decina di amplificatori che ti sparano la musica in faccia tutti insieme nello stesso momento. La sfida era ricreare questo stesso effetto, perciò abbiamo affrontato ogni traccia a partire da una singola parte della stessa: a seconda dei pezzi fissavamo come punto di partenza una linea di basso o di chitarra, una batteria, un ritornello o una linea vocale, dopodiché tutto nella canzone doveva svilupparsi e funzionare attorno a quel frammento di brano.

Avete registrato il disco a Parigi, c’era già il coronavirus?
No, era settembre di un anno fa. La pandemia è arrivata dopo, conferendo al tutto un nuovo significato. Del resto, una volta che chiudi un disco non è più tuo, diventa del pubblico, degli ascoltatori che lo percepiscono alla loro maniera e in modo diverso a seconda dei momenti, anche cambiando interpretazione nel corso degli anni. Qui il punto focale era l’idea che l’unico modo per avere il controllo sulle proprie emozioni e sui propri comportamenti è essere consapevoli di ciò che si è. Se ci pensi l’isolamento in cui ci ha gettati il lockdown non ha fatto che palesare questa cosa. Non che prima un senso di isolamento non fosse già diffuso, anzi, era enorme a ogni latitudine.

A cosa ti riferisci?
Governi divisivi, movimenti di destra sempre più popolari, globalizzazione senza limiti, sfruttamento, disillusione crescente, senso di oppressione… Sono queste le tematiche che avevo in mente quando mi sono messo al lavoro su Ultra Mono e adesso quei problemi sono ancora più evidenti. Basti guardare a come nel Regno Unito, ma non solo qui, i poveri vengono biasimati per un declino economico di cui in realtà sono le vittime: è del capitalismo la colpa e dovremmo parlarne di più, di questo, così come del fatto che una società in mano a un’élite di ricchi non è affatto democratica.

In tutto ciò che funzione attribuisci alla musica?
La musica non può cambiare la società, ma può stimolare gli individui a un cambiamento, e quegli individui sono soggetti che insieme possono costituire una massa critica, una massa politica. Vale per tutto ciò che è arte: l’arte aiuta le persone a sentirsi parte del mondo in cui vivono ed è fondamentale per il modo in cui può scuoterle, quelle persone, e spingerle ad agire, a farsi sentire, ad alzare la voce. In tal senso la dimensione individuale è già di per sé politica.

I brani degli Idles nascono anche da tuoi traumi personali: nel 2015 hai perso tua madre, di cui ti eri preso cura sin da ragazzo, dopo che un ictus le aveva causato una paralisi; con il secondo album hai scavato nel dolore provocato dalla perdita di tua figlia, morta durante il parto.
Per questo prima parlavo di crescita esistenziale, la cosa che mi preme di più è evolvermi e Ultra Mono non è che la rappresentazione di questo lavoro su me stesso, oltre che un modo per aiutare chi ascolta a credere in sé. Se Joy As An Act of Resistance parlava di consapevolezza, dell’importanza di essere presenti a se stessi, qui mi hanno ispirato la lettura de Il potere di adesso. Una guida all’illuminazione spirituale di Eckhart Tolle e un libro di Anthony De Mello intitolato Awareness. Due saggi che mi hanno fatto capire che ero troppo legato al passato e preoccupato per il futuro, mentre è sull’oggi che dobbiamo concentrarci se vogliamo accettarci così come siamo, con le nostre paure, disillusioni, dipendenze amorose, e fare dei passi in avanti. In questo mi ha aiutato anche Carl Jung, la sua teoria dei tipi psicologici mi è stata utile per capire la mia personalità.

In Mr. Motivator citi il pugile Vasyl Lomachenko, la cantante e attivista punk Kathleen Hannah, la chef Delia Smith, la pittrice Frida Kahlo… Sono altri tuoi punti di riferimento?
Sono i miei eroi, i miei motivatori, appunto: personaggi che non hanno mai smesso di credere nelle loro passioni e che hanno avuto la capacità di coltivarle con costanza e determinazione. Qualcosa che ammiro moltissimo. Avere dei modelli che ti ispirino è importante nella vita.

E se quei modelli sono influencer?
Non bado ai social e a quel mondo lì.

Invece perché hai scelto il linguaggio del punk per esprimere le cose che mi hai appena detto?
Perché facevo queste serate da dj in cui selezionavo dischi punk, post punk e indie rock, e a un certo punto mi è venuta voglia di mettere su una band e mi sono reso conto che nel mercato mancava uno spazio per un certo tipo di musica. Il mio background era diverso, tant’è che il suono di Ultra Mono è stato costruito anche con l’intento di catturare il feeling di un album hip hop: fino ai 20 anni è stato questo il mio genere, non ascoltavo altro.

Che puoi dirci di Ne Touche Pas Moi, con Jehnny Beth?
Ci tenevo ad avere la voce di una donna in un brano che parla di rispetto reciproco degli spazi personali. Jehnny mi sembrava perfetta, mi ha fatto notare che le mie parole in francese non erano corrette (si direbbe “ne me touche pas”, nda), ma abbiamo deciso di non cambiarle.

Adesso senza concerti come farete? Ho visto uno dei live streaming che avete tenuto dagli Abbey Road Studios a fine agosto e vederti scatenare, urlare e sudare senza una folla davanti… Insomma, tu come ti sei sentito?
È stato molto strano e stressante. Anche bello, ma decisamente bizzarro. Eravamo contenti di farlo, però, ci piaceva l’idea di suonare non su un palco, ma in uno studio, e di mostrarci così in tutta la nostra onestà e vulnerabilità.

Se ti chiedessi delle band da ascoltare? C’è una scena a Bristol?
No, nessuna scena, ti dirò cosa piace a me. Vediamo… Sorry, TV Priest, The Cool Greenhouse. E l’album solista di Kim Gordon, No Home Record: è il mio preferito dell’ultimo anno.

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