Rolling Stone Italia

Iceage: evolversi sempre, arrendersi mai

L'album 'Seek Shelter', i cambiamenti, la produzione di Sonic Boom, i riferimenti letterari, i concerti. «Quello che la gente vede sul palco non è un personaggio, è un’esagerazione di me stesso»

Foto: Jonas Bang

Evolversi, sempre. Sono trascorsi dieci anni dall’uscita di New Brigade, il primo album degli Iceage: dieci anni e altri tre dischi con cui la band danese ha conquistato credibilità e attenzione a livello internazionale. Ai tempi degli esordi, quando erano ancora adolescenti imberbi, il cantante e chitarrista Elias Bender Rønnenfelt e Johan Surrballe Wieth (chitarra), Jakob Tvilling Pless (basso) e Dan Kjær Nielsen (batteria) si erano fatti notare per la potenza del loro sound rabbioso, tossico, in bilico tra garage, hardcore e post punk.

Il rischio era di restare intrappolati in uno stile troppo derivativo e sempre uguale a se stesso – accade a molti – ma i quattro hanno dimostrato di avere le carte giuste per non impantanarsi: hanno man mano ampliato il loro terreno d’azione e introdotto nei loro lavori fiati, archi e un mood psych/blues con echi di Nick Cave e Johnny Thunders; i loro arrangiamenti si sono fatti via via orchestrali arricchendosi di venature jazz e abbracciando ritmi più sinuosi.

È in questo percorso esplorativo che s’inserisce Seek Shelter, il loro quinto album per Mexican Summer e un ulteriore passo in avanti: per la prima volta gli Iceage hanno affiancato a Nis Bysted, con loro sin dal debutto, un produttore esterno, Sonic Boom alias l’ex Spacemen 3 Peter Kember, e questo li ha portati a quella che ad oggi risulta la loro opera più matura, più sfaccettata e corposa. «Non che sia cambiato qualcosa nel nostro approccio alla musica», spiega Elias in collegamento su Zoom da Copenaghen. «Crescendo si diventa più consapevoli di ciò che si vuole, ma ciò che conta di più per noi come band è che ogni volta che scriviamo una canzone non lo facciamo seguendo una formula, ma cercando di cogliere la nostra musica da un’angolatura diversa».

La parola chiave è reinventarsi e in questo caso il risultato è un disco registrato a Lisbona a fine 2019 da quello che da quartetto è diventato un quintetto, vista l’aggiunta in line-up del chitarrista Casper Morilla Fernandez. «Ho sempre suonato io la chitarra in studio», dice Elias, «ma a un certo punto avevamo deciso di cercare un chitarrista per i live in modo che potessi muovermi sul palco con maggiore libertà. Ci eravamo rivolti a Casper perché è un buon amico, ci conosciamo da tanti anni ed è un bravo chitarrista. Adesso è nel gruppo in pianta stabile: non è uno di quei chitarristi che si limitano a eseguire i pezzi, ha un approccio creativo e quando ci siamo messi al lavoro su Seek Shelter ha partecipato alla scrittura in modo personale».

L’altra novità, come si diceva, è l’ingaggio di Peter “Sonic Boom” Kember, chiamato a tirare le fila del discorso dall’alto della sua esperienza di produttore per gente come Panda Bear, MGMT, Beach House. Non senza esitazione: «Viviamo il lavoro sugli album come qualcosa di segreto che appartiene a noi e soltanto a noi, per cui abbiamo sempre provato pudore all’idea di coinvolgere qualcuno di esterno. A un certo punto, però, ci siamo resi conto di quanto sia facile non riuscire a rendere giustizia ai pezzi che si scrivono e abbiamo cominciato a pensare che non sarebbe stato male. Sonic Boom è uno che sui dischi cui mette mano imprime la sua personale impronta sonora, rendendoli diversi da qualunque altra cosa. Ci ha portato idee, pedali, effetti, tutto un armamentario che ha fatto la differenza».

La personalità degli Iceage è intatta, le loro metamorfosi non azzerano per creare ex novo, semmai espandono il materiale esistente, lo levigano. È questo che si percepisce ascoltando Seek Shelter, album di chitarre, trombe, violini, spirito decadente e magniloquenza che mescola i Primal Scream con Lou Reed, Springsteen con i Verve, i Libertines e gli Happy Mondays, evocando Jacques Brel nella romantica Drink Rain. In due brani compare il Lisboa Gospel Collective, coro gospel portoghese che ha raggiunto Elias e soci in studio a Lisbona. «Stavamo al Namouche, vecchio studio costruito negli anni ’60. In quei giorni pioveva quasi sempre ed essendo il posto un po’ malandato la pioggia s’infiltrava nelle crepe del soffitto: abbiamo dovuto disporre dei secchi sul pavimento e coprirli con del tessuto, altrimenti il rumore delle gocce che vi cadevano dentro sarebbe entrato nei microfoni. Proprio respirare quel tipo di atmosfera ci ha aiutati, però, a concentrarci, per due settimane abbiamo vissuto là dentro giorno e notte, ce ne andavamo giusto per dormire, niente tempo libero. Anche perché in alcuni giorni sembrava filare tutto liscio, ma in altri abbiamo perso la testa, era come se i nostri sforzi non bastassero mai. Ma è giusto così, fare un album non dovrebbe mai essere facile».

Poi ci sono i testi, che il frontman degli Iceage ha scritto in un lasso di tempo volutamente limitato pescando da diari e ricordi. Versi intrisi di poesia, criptici, intriganti, in cui un immaginario espressionista che ci parla di cadute, di affetti che bruciano e di salvezza sembra tratteggiare una lotta per i sentimenti in un mondo distorto. Costanti i riferimenti spirituali-religiosi, vedi il “dio dal polso molle” che compare in The Holding Hand e l’invocazione alla santa patrona della musica in Dear Saint Cecilia. «In questo credo influisca la mia educazione cattolica, immagini religiose mi riempiono la testa da sempre. Se compaiano in molte tracce non è perché lo decida, stupisce anche me che ci sia questo dio che si fa spazio tra le parole. Forse ha a che vedere col fatto che scrivo di emozioni e quel tipo di immagini mi aiuta ad allontanarle dalla mondanità, mi consente di illustrarle andando oltre». E aggiunge: «Non mi viene facile scrivere i testi, a volte mi escono al volo, ma in genere mi è necessario isolarmi, sedermi e attendere. Non parto mai da un’idea precisa, non penso mai in anticipo a cosa voglio dire in un brano o in un altro. È il contrario: scrivo per comprendere cosa provo, come mi sento, e per catturare il senso delle cose; inizio a scrivere e solo quando ho finito emerge il significato della canzone. Per cui, sì, non è semplice, ma è un processo intriso di verità».

La sua è una poetica fatta di visioni enigmatiche e dall’afflato letterario. «Non saprei dire quali scrittori abbiano effettivamente ispirato i miei testi sin qui, di certo ce ne sono alcuni che mi hanno aiutato a capire cosa si può ottenere con le parole, come posso provocarne la forza. Agli inizi avevo in testa scrittori come Yukio Mishima e Georges Bataille, quelli che hanno destato in me la passione per la lettura. Ultimamente Grian (Chatten, nda) dei Fontaines D.C. mi ha fatto conoscere Il maestro e Margherita di Bulgakov, che ho amato, e di recente mi è piaciuto Poeta a New York di Federico García Lorca».

Il cantante e chitarrista 29enne è uno dei punti di forza degli Iceage, merito di un carisma da punk-rocker che non ha mancato di attrarre il mondo della moda e che dal vivo si traduce in scariche di tensione catartica e sudore, in energia assorbita dal pubblico e sputata fuori in una forma quasi rituale, in un modo di stare sul palco che tende allo stordimento e ricorda certe performance del primo Cave. «Non si tratta di recitare, quello che la gente vede ai concerti non è un personaggio, non è finzione, è più un’esagerazione di me stesso, un’estensione di ciò che sono nella vita. Ormai mi viene naturale agganciare quella dimensione in cui ti abbandoni completamente al momento che stai vivendo ed è per questo che adoro suonare dal vivo, perché lì ciò che conta è solo ed esclusivamente il qui e ora, non pensi a nient’altro, né a cosa stavi facendo prima, né a cosa farai dopo, né alla città in cui ti trovi. Sei dentro l’attimo assieme al pubblico che ti guarda e c’è una forma di estasi in questo».

Era un ragazzino quando decise di lasciare il liceo per dedicarsi alla musica. «Non so se i miei genitori hanno capito davvero le mie scelte, non è che avessi la certezza di una carriera. E onestamente con gli Iceage l’obiettivo non era nemmeno diventare famosi o farci conoscere all’estero, suonavamo per amicizia e per gli amici che venivano a vederci e a fare casino ai nostri live. È stata una sorpresa poter suonare in giro per il mondo, non avevo idea di cosa avrei potuto fare nella vita, questa band e la musica hanno dato un senso a tutto».

Oggi lui e gli Iceage si ritrovano a festeggiare l’uscita di un nuovo album con una pandemia in corso che nei mesi scorsi gli ha impedito di spostarsi da Copenaghen. «Il virus ha messo a dura prova la mia pazienza, la mia vita si è trasformata nel contrario di quel che era sempre stata: ero abituato a essere costantemente in viaggio, è la prima volta da quando avevo 17 anni che mi fermo nello stesso posto così a lungo. Ma è stato anche un processo di apprendimento, mi sono reso conto che in passato ho avuto paura dell’immobilità e ogni volta che mi capitava di non avere molto da fare per un periodo, prendevo comunque la macchina e partivo per andare a perdermi da qualche parte. Questo non è stato più possibile e sebbene di tanto in tanto mi sia sentito soffocare, è stato anche interessante: quando qualcosa che è parte di te ti viene portato via, sei costretto a cercare quel che rimane e a rivalutarne l’importanza, e a me sono rimasti la mia città, di cui ho riscoperto i luoghi che amo, e gli amici, che mi hanno supportato molto. Sono grato per tutto questo, ma ora che ho imparato la lezione direi che è abbastanza: sono pronto a tornare là fuori, nel mondo».

Iscriviti