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Ibisco, c’è vita nel sottobosco della musica italiana

Col secondo album, ispirato a Smile e Fontaines D.C., il cantautore bolognese conferma quanto di buono aveva mostrato all’esordio. Ecco una risposta a chi si lamenta della noia della musica italiana

Foto: Silvia Violante Rouge

Ibisco è un ex calciatore che ha deciso di voler diventare un fuoriclasse della musica. Il suo disco Languore, uscito lo scorso venerdì, è un passo verso questo obiettivo, una risposta a chiunque si lamenti della stagnazione della musica italiana, l’esempio calzante per argomentare l’idea che in Italia c’è ancora qualcuno che ci sa fare. Non a caso l’avevamo inserito tra gli artisti da tener d’occhio nel 2023.

Il disco arriva dopo quasi due anni dal precedente Nowhere Emilia, che a suo tempo era stato ampiamente elogiato dalla critica e che aveva contribuito a ritagliare attorno al giovane bolognese classe 1995 un’immagine di cantautore sperimentale vagamente posh, sicuramente di nicchia. Un’immagine che stava stretta al suo portatore che in questo nuovo lavoro concentra e sintetizza il suo potenziale espressivo senza mai perdere di vista il fuoco, evidente, sull’autosufficienza delle canzoni: Languore è innanzitutto un album di belle canzoni, scritte con intelligenza ma soprattutto con la maturità che consente di percorrere la strada maestra senza cadere nel bisogno o peggio nell’ansia di stupire a tutti i costi e in ogni momento. 

La prima canzone (esclusa la breve introduzione al disco) Dentro me, ad esempio, per almeno un minuto abbondante è una sintesi tra il cantautorato classico italiano e un approccio che ha le sue radici nel mondo indipendente degli anni ’90, dai Verdena in poi: scorre e segue le cadenze naturali di una melodia essenziale e quasi ingenua, che si trattiene appena prima di diventare melensa, e viene stravolta da un ritornello inaspettato e da un arrangiamento – opera dello stesso Ibisco in collaborazione con Marco Bertoni dei Confusional Quartet, figura leggendaria dell’alternatività bolognese degli anni ’70 – che cresce, si trasforma e accompagna, per poi prendere il sopravvento nel finale, quando il brano ha esaurito la sua forza comunicativa e può lasciare spazio a variazioni sul tema.

C’è poi un lato più acido e furioso, rappresentato da brani come Seduci (primo singolo del disco, pubblicato lo scorso maggio), K.O.E e Alcolicixbenzina, e ci sono i rimandi post punk che, pur essendo impliciti nella totalità dell’album, salgono in cattedra in brani come Dopah!. Nel complesso il mondo di Ibisco è completato da testi che alternano divagazioni e stilettate (“Jane, ti prego, vivi triste” è un perfetto ritratto del dolore) e che dialogano costantemente con gli arrangiamenti e le armonie, costruendo un disco che non smette mai di parlarci e di comunicare.

In un bar che alla fine non era un bar, ma un ristorante specializzato in pause pranzo per lavoratori dove i titolari ci fanno capire che dovremmo quantomeno ordinare dei primi, Filippo Giglio, in arte Ibisco, ci ha presentato il suo mondo.

Cosa è successo tra Nowhere Emilia e oggi? Come si arriva alla svolta di Languore?
Innanzitutto tra i due dischi ho suonato molto dal vivo e ho capito un po’ meglio in che modo le cose che si fanno in studio possono tradursi in spettacoli dal vivo. Già dal primo disco ci pensavo, ma a differenza di allora nel fare Languore sapevo già che avrei potuto contare su una band per fare i live, e questo ha cambiato molto la prospettiva. Secondo me Nowhere Emilia era un disco abbastanza dark, e volevo fare un disco che si sganciasse un po’ da quello stereotipo di cantautore di nicchia. In generale mi hanno aiutato molto il nuovo disco degli Smile e Skinty Fia dei Fontaines D.C., ascoltandoli ho capito che non volevo fare un disco che fosse per forza di nicchia, ma uno in cui le canzoni fossero protagoniste, senza per questo rinunciare alla ricerca sonora.

E così si viene alla rinnovata collaborazione con Marco Bertoni dei Confusional Quartet.
Sì, ci siamo conosciuti tanti anni fa quando con alcuni miei vecchi progetti cercavamo qualcuno che ci aiutasse a registrare delle demo. Credo che in questo disco ci sia una crescita anche del nostro rapporto e della consapevolezza di quello che possiamo fare insieme. A questo giro abbiamo deciso di lavorare tutto in analogico, perché ci siamo detti che questo era un disco in cui volevamo trattare le tematiche umane, quasi organiche e che quindi avevamo bisogno di toccare le cose, a partire dagli strumenti. Da qui sono venute fuori delle qualità a livello di pasta sonora che prima non erano mai emerse. Lui è un membro di una band significativa del panorama new wave italiano e quindi averlo in un progetto come il mio, che ha comunque le sue radici in quel mondo lì, è una cosa che mi dà tante soddisfazioni. Mi piace l’idea che ci sia una specie di piccolo passaggio di testimone nella stessa città e della stessa attitudine alla musica.

E qual è questa attitudine?
Credo sia il desiderio di fare quello che ci pare senza darci dei limiti, ma senza mai rifiutare l’aspetto della canzone e della scrittura.

Come ti accorgi che qualcosa che hai scritto è, almeno secondo te, una bella canzone?
Mi succede quando, all’interno di quello che ho scritto, che di solito è un appunto, mi sembra di riconoscere una personalità tale da consentire a quell’appunto di diventare qualcosa di autonomo. Per me una canzone è una cosa che esiste al di là di oggi, è qualcosa che nel tempo può rimanere senza risentire dell’influenza della produzione e quindi del passaggio delle mode, degli usi e dei consumi. Ho cercato di selezionare quelle canzoni che sentivo potessero avere un peso anche tra dieci o vent’anni, perché avevo l’ambizione di fare un disco che tra vent’anni potesse dare le stesse emozioni che dà oggi.

Mi sembra che in questo disco si parli principalmente di tempo e di noia, come se fossero lo sfondo di tutto il resto. Che rapporto hai con il tempo e con la noia?
Sì, sono d’accordo, il tempo è un grande tema del disco: forse Nowhere Emilia era più un disco sullo spazio. In generale ho sempre l’impressione qualcosa mi stia sfuggendo e che il mio potenziale non riesca più ad afferrare il presente, e credo che sia un po’ una malattia generazionale. Con questo lavoro ho cercato di esprimere le conseguenze negative di questa sensazione, tra cui appunto la noia: se il feedback che ti dà la vita è la sensazione di non riuscire mai a trovare te stesso, l’immediata conseguenza è la noia.

C’è anche il tuo tempo, quello che ti prendi abbondantemente in questi brani molto più lunghi rispetto alla media discografica.
Si, è vero, ho fatto questa scelta di dilatare molto i brani. Ho pensato che tutte le mie canzoni preferite durano cinque minuti e mi sono chiesto secondo quale logica le mie dovessero durare per forza tre. Volevo prendermi del tempo, a volte la musica ha bisogno di tempo e di prendere i suoi ritmi. Un disco per esorcizzare e descrivere la volatilità del tempo.

Infine c’è un altro tempo, che è il nostro, quello in cui viviamo e con cui dobbiamo per forza rapportarci. Come stai vivendo questi tempi, così particolari e angoscianti, in cui ci sono poche certezze e tanti pericoli?
Credo che oggi sia molto difficile che il nostro tempo interiore trovi pieno sfogo e pieno ascolto nel mondo. Ho molta difficoltà a sentirmi in fase rispetto al mondo. Per certi aspetti è un mondo iper-stimolante che ti mette davanti tante possibilità e che di conseguenza ti attiva delle voglie, che hanno tutte a che vedere con la realizzazione di noi stessi.

Nei tuoi brani si ha l’impressione che ci sia una patina intellettuale, fatta di riferimenti alla cultura, all’arte e alla storia del pensiero, senza che però questi elementi siano mai ostentati. Che rapporto hai con l’arte in generale?
In generale mi piace l’arte, ma faccio sempre lo sforzo di non approfondire troppo le opere che mi suscitano qualcosa. Voglio sempre viverle in modo naïf perché credo che chiunque possa parlare delle sensazioni suscitate da un film, da un libro o da un quadro e che questo sia ciò che rende l’arte popolare e accessibile. E a me interessa davvero che quello che faccio abbia una componente naïf importante, che possa essere percepita potenzialmente da chiunque. Per questo cerco soluzioni poco pensate perché credo siano più interessanti.

Hai iniziato a suonare a 13 anni: prima che bambino eri?
Da bambino facevo tanti disegni. Ho sempre ascoltato molta musica ma niente di particolare. Poi per un certo periodo della vita dovevo fare il calciatore (ha raggiunto le giovanili del Carpi, ndr) e devo dire che questa esperienza mi ha lasciato una componente agonistica, quasi rudimentale, che è tipica dello sport.

Ti piace ancora il calcio?
Mi piace, ma non ci gioco quasi mai. Mi piace perché mio padre è allenatore, ma è anche la persona che mi ha fatto scoprire più dischi di chiunque altro, e in generale sono orgoglioso di questa componente popolare che fa parte mia famiglia. Io stesso non ho un background particolarmente “intellettuale” in senso umanistico: ho fatto l’istituto tecnico e lavoro tutt’ora come programmatore informatico.

Cos’è questo Languore?
Cercavo una parola che riassumesse quello che volevo dire nel disco, e questa mi sembrava particolarmente calzante per descrivere questo stato di vuoto e di perenne mancanza, questa specie di cocktail di nostalgia, noia e desiderio di esprimere un potenziale. Nel disco c’è anche una componente di furore e di desiderio di rivalsa di quell’attimo. Inizialmente il disco doveva chiamarsi Languore furore.

E poi?
Poi è uscita Furore di Paola & Chiara.

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