Ian Astbury, confessioni di una mente vertiginosa | Rolling Stone Italia
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Ian Astbury, confessioni di una mente vertiginosa

Ricordate i Cult? Sono tornati con ‘Under the Midnight Sun’. Ne abbiamo parlato con Ian Astbury. Anzi, abbiamo parlato di tutt'altro: i libri che sono sexy, al bar con Bukowski e Sean Penn, Patti Smith «che mi ha trattato di merda», la stupida gara dei rocker a morire prima. E Bowie che è meglio di Gesù

Ian Astbury

Foto: Mick Peek

Avete presente la scena finale di Maledetto il giorno che t’ho incontrato di Carlo Verdone? Tutto il film a cercare di ottenere l’intervista della vita sulla vera causa della morte di Jimi Hendrix e poi, una volta fatta, Verdone scopre che Margherita Buy ha fatto partire la registrazione senza audio. Ecco, un po’ quello che è capitato a me con Ian Astbury. Quarantacinque minuti a parlare con il leader dei Cult degli argomenti più disparati, della sua infanzia e della mia, di Bukowski, John Fante, Patti Smith e Lou Reed, per poi ritrovarmi con un film muto di tre quarti d’ora che nemmeno Charlie Chaplin o Buster Keaton. Fortuna vuole che, conoscendo un po’ la mia proverbiale sfiga con la tecnologia, avessi fatto partire in contemporanea il mio registratore portatile. Sai, metti che Zoom mi faccia qualche scherzo…

Ian mi accoglie virtualmente nel suo appartamento di Los Angeles e comprendo immediatamente che il suo stato d’animo è quello giusto. Mi dice che il muro di libri che vede dietro di me lo ha messo di buon umore. «Sai cos’è la cosa più sexy del mondo?», dice come prima cosa. «Vivere sommerso dai libri. È la cosa che mi attira di più di una persona. E magari non li hai letti tutti, ma ognuno di essi è un atto magico e di per sé la sua presenza ha il potere di cambiare il clima, l’aura».

Partiamo subito forte. Il mio timore nel trovarmi di fronte a lui, già alto in partenza, impenna improvvisamente. Se ha visto due libri e stiamo già parlando di magia, come farò a tenere la conversazione su certi livelli? Decido quindi di giocarmi subito la domanda su Mirror, primo brano del nuovo album dei Cult Under the Midnight Sun e direttamente legato alla questione appena aperta. D’altra parte conosco poche cose meno esoteriche di uno specchio. «Mirror è uno dei pezzi più influenzati dalla magia in assoluto. Lo specchio ha un enorme valore magico. Vedersi riflessi è un’allucinazione indotta. O l’apertura verso un mondo in cui noi siamo tutt’altro. C’è dentro il concetto di Doppelgänger di cui potremmo parlare per ore, se avessimo tempo. Ci sono Lewis Carroll e David Lynch».

Foto: Tim Cadiente

I testi di Astbury nel tempo sono cambiati radicalmente, o forse sono tornati alle origini. Pur facendo parte a tutti gli effetti dell’immaginario rock’n’roll, è innegabile che i testi di Lil’ Devil o Love Removal Machine presentassero un terzo della poetica e dell’oscurità di quelli degli ultimi tre album. Non può che venirmi in mente il mantra insegnatomi da Patti Smith, secondo cui Jim Morrison era riuscito a farle capire quanto rock’n’roll ci fosse nella poesia e viceversa. «Vero. Però Patti Smith mi ha sempre trattato di merda. Non so perché. È la persona più scontrosa che abbia conosciuto nell’ambiente. Fred Sonic Smith non era così. Lei è sempre stata tutto un “uh ah what” quando le ho rivolto la parola».

Ok, primo errore. «Hai mai conosciuto Lou Reed?», mi chiede. Sì e mi mandò a fare in culo perché mi ero imbucato a un suo incontro con Fernanda Pivano. «Ecco, Lou Reed è la seconda persona più scontrosa in assoluto. Però lui lo faceva per proteggersi. Avevi sempre la sensazione che si trovasse fuori luogo ovunque e che chiunque cercasse di prenderne un pezzo». Non ribatto sul fatto che magari anche per Patti Smith possa valere lo stesso discorso. Ormai l’intervista per come l’avevo preparata è saltata, il tempo passa e l’ultima cosa che voglio è interrompere Ian Astbury.

«Sai qual è il mio autore preferito? Bukowski. Grazie a lui ho conosciuto John Fante e mi sono rimasti accanto tutta la vita. Una volta lo incontrai in un bar a L.A. Come incontrare Gesù a Nazareth. Era con Sean Penn. Un’esperienza mistica». Non gli confesso che Bukowski è anche uno dei miei preferiti perché non voglio passare per il fan senza vergogna, ma per restare su terreni “mistici” gli dico che la sua versione di Lazarus al tributo a David Bowie di qualche anno fa mi aveva lasciato interdetto. «Capisco cosa vuoi dire. Ho scelto io la canzone, per la quale peraltro non ho dovuto nemmeno lottare. Tutti erano lì per le telecamere e Lazarus poteva far presa solo su pochi. Era più facile vincere con altri pezzi. Credo che si possa istituire un culto basato su Blackstar, tante sono le chiavi di lettura del disco. È una cosa quasi per iniziati. Faccio fatica a confrontarmici».

In effetti, oggi l’influenza di Bowie sembra più marcata rispetto a quella del solito Morrison e il mood generale di Under the Midnight Sun lo mostra appieno. «Con Morrison è stato un incontro tra spiriti affini, ma la mia passione per i nativi americani o gli indigeni in generale non nasce da lui, ma dalla mia esperienza personale. Quando stavo in Canada, ero io il diverso. Quindi è stato facile avvicinarmi alla diversità, fossero gli indigeni, i New York Dolls o David Bowie. Bowie m’ha folgorato. Quando acquistai Life on Mars dissi: fuck Jesus, come in David Bowie». Aggiunge poi: «La cosa che temo di più delle interviste, sono quelle domande idiote sul significato del rock’n’roll o su cosa significhi essere una rockstar e sono felice non ce ne siano state».

Mi affretto dunque a depennare le domande che mi ero scritto a proposito e, visto che ormai la conversazione ha preso la piega di una seduta psicanalitica, mi lascio trasportare dal flusso libero di pensieri. Cosa ne pensa dei Gun Club e di Jeffrey Lee Pierce? «Mi capita davvero di rado di parlare di Jeffrey. Non credo che tu lo sappia, ma nel suo periodo inglese ci siamo frequentati tantissimo. Non ci sarà mai più nessuno come Jeffrey. Quando morì se ne andò una parte di me. Ai tempi si faceva a gara a chi sarebbe morto prima, quanta stupidità. I Gun Club sono la band più sottostimata di sempre».

Vorrei piangere, glielo dico e lui mi invita a farlo insieme. Poi di colpo, mi chiede se la persona al mio fianco nella foto del profilo è mio padre. Gli rispondo che è Jimmy Page. «Vedi, abbiamo scoperto di avere lo stesso papà». Dio, Bowie o chi per loro ti benedica, Ian Astbury.

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