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I Wolf Alice vogliono solo fare rock

Sono la band numero uno in U.K. ma non vogliono etichette. Tranne una: loro sono una rock band e tale vogliono rimanere.
Foto di Alessandro Treves

Foto di Alessandro Treves

Non credo che la gente ci abbia ancora capito del tutto”. Lo diceva in un’intervista dello scorso anno Ellie Rowsell, misteriosa frontwoman dei londinesi Wolf Alice. E quindi, seduto di fronte alla band per due chiacchiere in occasione della loro prima data italiana del 2018, lo ammetto: non credo di avervi ancora capito del tutto, cari Wolf Alice. Siamo scemi noi ascoltatori, o lo fate apposta, a essere elusivi? «Non lo facciamo apposta», mi risponde per primo Theo Ellis, il bassista, che sembra il più simpa dei quattro (completano i Wolf Alice il chitarrista Joff Oddie e il batterista Joel Amey). Di base lo sono tutti e quattro, simpatici, ma con diversi gradi di timidezza/riservatezza; d’altronde chi scrive non è esattamente un animatore da villaggio turistico, quindi siamo a posto. «Ma no, non siete scemi voi. Suoniamo semplicemente le canzoni che ci piacciono, senza fare tanto caso al genere», continua Ellis. «Non siamo certo snob. Forse il rock di una volta lo era, ma oggi le cose sono cambiate».

A proposito di contaminazioni, Charli XCX, insieme al duo Post Precious, di recente ha remixato il loro pezzo Don’t Delete the Kisses, dall’ultimo album Visions of a Life: «Noi non abbiamo fatto niente, è stata un’iniziativa di Charli», dice Rowsell. «Ma, ovviamente, se qualcuno dimostra interesse verso una nostra canzone, non può che farci piacere. Soprattutto se è un’artista che stimiamo». Interviene Ellis: «Rispetto ai soliti remix comunque è più interessante. Sembra quasi una cover».

La definizione più frequente della musica dei Wolf Alice è “folk-grunge”, qualsiasi cosa voglia dire. E forse è proprio per uscire da quella gabbia che i Wolf Alice hanno registrato un secondo album come Visions of a Life – tra i migliori dischi del 2017 per NME e Q,, ha portato alla band una nomination come migliore band ai prossimi Brit Awards. Dal punk incazzoso di Yuk Foo alle derive prog della title track, passando per l’indie danzereccio di Beautifully Unconventional, non si può certo dire che non sia eclettico. «Quell’etichetta è nata con uno dei primi pezzi su di noi, mi pare fosse per Clash Magazine. E da allora è rimasta. Una questione di pigrizia giornalistica, insomma», spiega il chitarrista Joff Oddie, il più tenebroso dei quattro. «Facciamo rock, punto. È semplice. Ma di questi tempi evidentemente suona strano».

I Wolf Alice saranno in Italia altre due volte nei prossimi mesi – a metà giugno per Firenze Rock, dove hanno suonato anche l’anno scorso (“Si moriva di caldo”, mi confessa la tour manager prima dell’intervista, con lo spirito pratico di chi fa quel lavoro) e lo stesso mese agli I-Days di Monza. Del resto i Wolf Alice, questi quattro timidoni, si sono costruiti una reputazione proprio per la potenza dei loro live. Spiega Ellis: «Le canzoni più divertenti da suonare dal vivo sono quelle nuove, più complesse, come…» – prima che finisca la frase penso a Visions of a Life, la traccia più interessante dell’album – «… Visions of a Life, così distesa, ipnotica». Neanche il tempo di compiacermi per i miei ottimi gusti, però, che interviene laconica Rowsell: «Da cantare, però, quelle che danno soddisfazione sono le più pesanti, tipo Yuk Foo o Sadboy».

Parte del successo dei Wolf Alice sta nel fatto di essere guidati da una donna in un mondo, quello del rock, che ha avuto grandi eroine – Debbie Harry, Chrissie Hynde, Siouxsie Sioux, Shirley Manson, PJ Harvey –, ma resta in larga maggioranza una faccenda da maschi: musicisti, tecnici, discografici, ecc. Ellie Rowsell, per una combinazione di fattori – popolarità, carisma, fascino – oggi sembra essere quel tipo di role model rock che mancava da tempo. Voglio sapere se il suo modo di presentarsi è cambiato, con l’affermarsi della band – ovvero, se soffre o meno di quel tic tipico di tante figure alt-rock: lo sminuirsi, il cadere vittima dell’eccessiva autoironia. Una sorta di autocensura che è il contrario dello swag dei rapper. Il crescente impegno politico della band e della stessa Rowsell (hanno fatto campagne in favore di Jeremy Corbyn e organizzato un evento chiamato Bands 4 Refugees) sembra il sintomo di una consapevolezza maggiore: «All’inizio», dice la cantante con voce quasi sussurrata, gli occhi ambra piantati nei miei, «non potevo credere che alle persone interessasse quello che facevo. Oggi parlare di me, della band, è più facile». Fa una pausa, e il suo sguardo si sposta su qualcosa che può vedere soltanto lei. «Ma forse è solo l’abitudine. Nel fondo di me stessa, è una cosa che fa sempre molta paura».

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