Home Musica Interviste Musica

I Tame Impala non sono Kanye West

La one man band di Kevin Parker suona stasera al Market Sound di Milano. Ne abbiamo approfittato per parlare di Kanye, droghe e invasioni di palco

I Tame Impala al Rock in Roma, 26 agosto 2015. Foto: Kimberley Ross

I Tame Impala al Rock in Roma, 26 agosto 2015. Foto: Kimberley Ross

L’ultima notizia che ci è giunta dai Tame Impala risale a un mese fa. Per farla breve, un troll master con due nozioni di hacking aveva recuperato le password di alcuni illustri profili Twitter, tra cui appunto quello della one man band psichedelica di Kevin Parker (che nel live si fa quintetto) e aveva minacciato di far saltare in aria un aereo JetBlue con 15 esplosivi C4 e 12 tubi bomba.

Kevin ovviamente la prende sul ridere scherzandoci su. In fondo non ha nulla di che preoccuparsi: i Tame Impala hanno raggiunto i timpani di cinque continenti senza doversi calare le braghe con featuring strategici, Currents è uno di quei pochi album del 2015 di cui gli ascoltatori compulsivi di Spotify si ricordano ancora nel 2016 e l’annesso tour, che passerà oggi al Market Sound di Milano, sta andando a gonfie vele.

Allora, hai recuperato il tuo account Twitter?
Sì, ma non chiedermi cosa è successo perché non ne ho idea. Che poi Twitter non lo uso mai, faccio fare qualche post ogni tanto per promuovere le date del concerto, fine. Però credo di avere rovinato un po’ i piani al tizio che ha hackerato l’account. Nel senso che si vedeva benissimo che chi scriveva sapeva usare Twitter, mica come me.

Ma poi ti è andata di lusso, lo stesso hacker ha scritto che Jack Black era morto sul suo profilo.
Sì, ora che mi ci fai pensare poteva andare peggio.

C’è sempre un invasore dietro l’angolo. Ti è mai capitato mentre stavi sul palco?
Ovvio! Di invasioni di palco ne ho vissute un po’, c’è sempre il tizio che non sa gestirsi ai festival. Lo trovo divertente, principalmente perché adoro i fuoriprogramma, quando qualcosa non va come deve andare turbando l’equilibrio del concerto. Succede più spesso ai festival piccoli, dove la security è meno efficiente e ci sono meno barriere fra te e il pubblico. Comunque è qualcosa di divertente: l’invasore non ha mai intenzioni bellicose.

Come sta andando il tour?
Non troppo male. Attualmente sono nel Delaware, USA e devo ammettere che il tour si sta rivelando lunghetto. È partito tutto dal Regno Unito, poi ci siamo spostati in USA, infine torneremo in Inghilterra e di nuovo negli USA: insomma, un tour transcontinentale fatto e finito. Fra un mese se Dio vuole potrò riposarmi, ma per ora mi sto divertendo come un bambino. Ci fai l’abitudine dopo anni, è come un hangover continuo.

Ho scoperto che l’ultimo album, Currents, compie un anno il 17 luglio. A bocce ferme, faresti qualche modifica?
Appena dopo l’uscita c’erano almeno cento cose che avrei voluto cambiare. Quando lo ascolto ora sono più soddisfatto. Me lo godo come se fosse l’album di qualcun altro, anche se c’è un preciso elemento che sostituirei al 100%: le batterie. Ma immagino che sia un problema di chiunque faccia musica. Non si è mai soddisfatti del tutto.

O sennò te ne freghi e fai come Kanye West, che aggiorna periodicamente The Life Of Pablo con nuove tracce, versioni migliorate, eccetera.
È fantastico perché lui fa esattamente ciò che ogni artista vorrebbe fare. Per fortuna all’artista “comune” non è concesso, altrimenti chi ascolta l’album si potrebbe sentirsi in diritto di contestare le scelte dell’artista. È molto meglio che un disco sia intoccabile dopo l’uscita: ti piace o non ti piace, punto. Purtroppo però Kanye ha il potere di farlo. Qualcuno dovrebbe sedersi lì e sgridarlo tipo: “No, Kanye, basta! Va bene così, quando un disco è finito, è finito!”

Sei un perfezionista? Parlando sempre della costruzione di un album.
Non mi definirei tale. O perlomeno non mi sento di esserlo, se non per il mood del brano. Quando scrivo una canzone ho un mood preciso in mente e dev’essere rispettato. Non mi fermo finché il brano non trasmette la stessa identica sensazione che avevo inizialmente. In questo senso, mi aiuta molto lavorare sulla melodia e sui testi. Non cerco il suono perfetto, solo l’atmosfera giusta.

E i personaggi dei tuoi testi sono veri?
I personaggi sono frutto di un processo irrazionale. Non credo di aver mai scritto una canzone pensando a una persona precisa o qualcuno che mi sono sognato. Se però ti imbatti in un personaggio ascoltando una mia traccia, è molto probabile che abbia una funzione precisa e che sia comunque frutto della mia esperienza personale ma non troppo, ecco. Se è qualcosa di estremamente personale non finisce in una canzone.

Quindi il Trevor di The Less I Know The Better l’hai incontrato per davvero.
Trevor è solo un nome che mi suonava bene per la metrica, però, sì, esiste per davvero quel personaggio. È strano perché non mi sarei mai aspettato di inserirlo in quella determinata canzone e con quel nome. Però è successo, e la gente continua a chiedermi di Trevor perché a chiunque è capitato di correre per vedere la persona che ami e ritrovarla invece mano nella mano col Trevor di turno. Cosa che dimostra ancora una volta il potere evocativo della musica, no?

Praticamente ho incontrato solo dei Trevor.
Ricordati però che Trevor è un nome come un altro.

Come descriveresti a un italiano la scena psych rock australiana?
Non saprei proprio come fare. Più che altro perché non esiste una vera e propria scena, ma piuttosto poche persone che fanno cose abbastanza diverse fra loro. Piccole realtà disconnesse, troppo frammentate per essere chiamate “scena”. Ho notato che qualcosa si è mosso da quando i Tame Impala hanno raggiunto un pochino di notorietà ma, no, non ho mai sentito di fare parte di una scena. L’Australia ha una proposta musicale abbastanza merdosa attualmente fra EDM e pop scadente. Ecco, non mi sono mai sentito parte di tutto ciò. La cosa non mi tocca.

In Italia per fortuna lo psych sopravvive. A stento, ma sopravvive.
Sì, lo so. Da voi le cose sicuramente vanno meglio.

Senti ma cos’è un Nang?
Il Nang è una cosa che ti fa molto ridere, una bomboletta di gas esilarante che ti dà una botta euforica. Quando ho scritto la canzone omonima però pensavo di più al nome che all’oggetto. Mi piaceva il rumore della parola, che credo sia nata come onomatopea della botta che ti viene.

Mai provato, ma credo di aver capito. Sono tipo quelle bombolette per la panna, giusto?
Esatto. Per un secondo non percepisci il tuo corpo, dopodiché cominci a ridere e non smetti più. Sono aggeggi divertenti. Ora che ci penso non ho mai ascoltato musica dopo un Nang.

Secondo te è ancora giusto mettere in relazione le droghe e il rock psichedelico?
Per molti ancora lo è perché ha senso da un punto di vista pop, inteso come pop culture. Ma sono sicuro al 100% che ci sia più droga a un festival EDM che in uno dove potrebbero suonare i Tame Impala. Dipende tutto da quanto tu sia davvero interessato a ciò che ascolti. Ci può stare che che ti prendi qualcosa per entrare più a fondo nella musica, ma per quanto mi riguarda posso permettermi di farlo o no e divertirmi ugualmente, apprezzando comunque ciò che sento. Currents suona diverso sotto l’effetto di sostanza, ma non credo che suoni meglio. E poi quello della psichedelia con i cartoni di LSD è un concetto datato e superato con gli anni. Non c’è più motivo di mettere in relazione droga e rock psichedelico. Fidati, si sono visti più cartoni ai party di Wall Street che ai concerti psych.

Altre notizie su:  Tame Impala