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I Subsonica di ‘Microchip emozionale’ hanno intravisto il futuro

Max Casacci racconta il remake dell’album del 1999, che ora si intitola 'Microchip temporale', e misura la distanza fra il mondo di allora e quello odierno, dai fermenti dell’underground al controllo esercitato dai colossi del web

‘Microchip temporale’ uscirà il 22 novembre

Foto: Chiara Mirelli

Era l’agosto 1999 quando i Subsonica pubblicavano Microchip emozionale, l’album che avrebbe dato la svolta definitiva alla loro carriera. Era loro secondo disco, tutt’oggi quello che molti considerano l’apice creativo della loro carriera, rinfacciando alla band torinese di non aver mai più raggiunto lo stesso livello. Di sicuro è vero che anche a distanza di vent’anni quell’opera colpisce per la perfetta commistione di elettronica, rock, funk e pop d’autore che il gruppo metteva in campo abbattendo i confini tra i generi, perché riunisce alcuni dei classici più amati dei Subsonica, da Liberi tutti a Discolabirinto, ma anche per l’incisività con cui racconta un’epoca ormai lontana e molto diversa da quella odierna.

Ora i Subsonica hanno deciso di premere il tasto rewind e di tornare proprio là, a quegli 11 brani diventati 13 nel 2000, quando, dopo la partecipazione al Festival di Sanremo, diedero alle stampe una riedizione di Microchip emozionale arricchita da Tutti i miei sbagli, presentata sul palco dell’Ariston, e da Albe meccaniche. È il momento delle celebrazioni: in occasione del ventennale, Microchip emozionale diventa Microchip temporale, album che uscirà il 22 novembre e che altro non è che una rilettura del disco del 1999-2000 con alcuni dei protagonisti del panorama musicale odierno: Achille Lauro, Coma_Cose & Mamakass, Cosmo, Coez, Ensi, Fast Animals and Slow Kids, Gemitaiz, Lo Stato Sociale, Myss Keta, Nitro, Willie Peyote, Motta, oltre all’«eccezione» Elisa, che esordì negli stessi anni dei Subsonica. Samuel, Max Casacci, Boosta, Ninja e Vicio lo porteranno in tour nel 2020. «E chissà che non riusciremo a fare una data con tutti gli ospiti», azzarda Max Casacci, che in quest’intervista spiega il perché di quest’operazione in bilico tra passato e presente.

Partiamo dall’artwork. Midori Tateno, la ragazza con la pistola sulla copertina di Microchip emozionale, è tornata per la nuova versione del disco. Vent’anni fa, però, puntava l’arma contro qualcosa o qualcuno, oggi la vediamo camminare verso il tramonto con la pistola abbassata. Non è più arrabbiata?
La nuova copertina, per come la intendiamo noi, rappresenta i Subsonica che si guardano attorno. Nel ’99 se non eravamo ancora protagonisti della scena musicale italiana, lo stavamo diventando. Oggi ci rendiamo conto che il contesto in cui ci muoviamo è diverso, ma siamo comunque parte del panorama, quindi osserviamo ciò che ci circonda per cogliere il ruolo che la nostra esperienza può ancora avere. 

L’avete colto, questo ruolo?
Diciamo che negli ultimi anni abbiamo ricevuto attestati di stima da parte di molti giovani artisti, non solo quelli presenti in Microchip temporale, e questo ci ha fatto capire che la nostra storia è stata d’ispirazione. Non che le nuove generazioni prendano spunto dai Subsonica direttamente, ma credo che la nostra vicenda abbia dimostrato a tanti ragazzi che fare seriamente musica in Italia si può, e li abbia incoraggiati a prendere la nostra strada. 

Microchip emozionale usciva in un’Italia estremamente diversa da quella di oggi: eravamo nell’era pre-social, i centri sociali erano luoghi di controcultura molto frequentati dove anche voi suonavate, nella vostra Torino i Murazzi attiravano giovani da tutto il Paese. Viste queste differenze, quel disco può ancora parlare al nostro presente?
Dal punto di vista prettamente musicale può parlare al presente perché è un album che ha lasciato tracce nei dischi di altri. Per il resto è vero che dal ’99 a oggi sono cambiate tante cose, ma non mancano elementi di continuità tra quell’epoca e il presente, ancor più evidenti se si riflette su quanto è accaduto nel frattempo, negli anni Duemila. 

A cosa ti riferisci?
Innanzitutto, dopo più di dieci anni di offuscamento e disconnessione rispetto all’idea di voler essere protagonisti delle trasformazioni del proprio tempo, noto un ritorno, da parte delle nuove generazioni, all’esigenza di far sentire la propria voce. Basti pensare alle moltitudini di giovani che manifestano contro i cambiamenti climatici e alla reazione di tutto il mondo ai nuovi sovranismi. Inoltre, benché la musica di oggi sia ovviamente differente da quella di allora, vedo un grande fermento creativo attorno a tutto ciò che attiene alla scena di derivazione black e hip hop – la trap, per esempio, è un linguaggio che si lega a quel ceppo genetico – e questo era già avvenuto ai tempi. Ma ci sarebbe anche un’altra analogia.

Prego.
Il fatto che negli ultimi anni – più di allora, ma comunque un po’ come allora – l’attenzione dei giovani si è focalizzata sulla musica italiana. In questo momento i ragazzi prediligono gli autori italiani rispetto agli artisti internazionali; negli anni ’90 era più un ex aequo, ma colgo delle affinità. Così come mi sembra che più in generale la musica sia tornata centrale negli interessi delle nuove generazioni, proprio come lo era ai tempi. 

Negli anni ’90 l’interesse verso la musica italiana consentì a voi Subsonica e ad altri, dagli Afterhours ai C.S.I. ai Bluvertigo, di ottenere maggiore visibilità e di raggiungere un pubblico ampio. Negli ultimi anni è successo lo stesso, benché in misura diversa, con svariati esponenti della scena pop e rap passati in breve tempo dai piccoli ai grandi locali. Si può cogliere qualche analogia, ma parliamo inevitabilmente di due mondi ed epoche dissimili, no?
Indubbiamente. La differenza fondamentale è che stiamo vivendo una stagione laica, mentre negli anni ’90 la musica era una religione animata da monoteismi solidi: i generi avevano tratti molto differenziati e se ascoltavi un certo tipo di musica tendenzialmente non andavi d’accordo con i coetanei appassionati di altri generi. Non solo: alla musica si richiedeva un’interpretazione del mondo, probabilmente sopravvalutando la possibilità, da parte di musicisti e band, di ricoprire un ruolo così importante. Questo oggi non accade più e se da un lato la conseguenza negativa è che la musica non è più in grado di incidere sul proprio tempo, dall’altro la laicità di cui sopra offre dei vantaggi: l’opportunità di muoversi con maggiore agilità tra generi diversi. Il che è un bene. 

Sotto il profilo sonoro, Microchip temporale presenta due tracce che ne rappresentano gli estremi: l’acustica Tutti i miei sbagli con Motta e l’esplosiva Discolabirinto con Cosmo. 
Questi due brani in effetti coincidono con le due anime che lungo il nostro percorso ci hanno permesso di conquistare uno spazio sia nella scena dei club sia presso un pubblico più abituato ai concerti, di estrazione più rock. Parlando nello specifico di Tutti i miei sbagli, era da un po’ che avevamo tra le mani una versione acustica, un po’ alla Johnny Cash: l’avevamo proposta dal vivo in vari contesti e dato che ci piaceva abbiamo deciso di inciderla con qualcuno. La scelta è ricaduta su Motta sia per l’estensione vocale, sia perché è un artista abituato a relazionarsi con il mondo acustico, ma non in una chiave edulcorata, sia per la sua voce legata a un immaginario rock, ma piena di sfumature, un po’ aspra e cigolante.

Con Cosmo, invece, com’è andata? Lui tra gli ospiti dell’album è il vostro erede più diretto.
Vero, ma la sua musica non è derivativa, da ragazzino Cosmo andava a ballare la techno e da lì ha sviluppato sonorità sue. Proprio per questo sarebbe stato riduttivo coinvolgerlo per una partecipazione solo vocale, nel suo caso aveva senso chiamarlo in causa come artista a 360 gradi dandogli in mano la produzione del pezzo e lasciandogli carta bianca. Ha fatto molti tentativi prima di arrivare alla versione finita nell’album.

La versione originale di Discolabirinto fu scritta da Boosta con i Bluvertigo. Nel testo co-firmato da Morgan la «discoteca labirinto bianca, senza luci colorate, grande un centinaio di chilometri» era il Cocoricò, tempio della dance che di recente ha chiuso i battenti, anche se girano voci che potrebbe riaprire. Sono tanti i locali che negli ultimi vent’anni hanno fatto la stessa fine. Qual è il tuo bilancio?
Non molto tempo fa ho visto una mostra fotografica sui templi della dance negli anni ’90 che oggi sono luoghi perlopiù abbandonati. Di fatto in Italia avevamo vere e proprie cattedrali dove ballare riconosciute in tutto il mondo, e molte sono sparite. Tra l’altro mi viene in mente che il video del singolo di Cosmo, Turbo, è stato girato all’interno de L’ultimo Impero, ex discoteca di Torino: altro parallelismo. Senza contare che un’altra traccia del disco, Il mio D.J., che abbiamo rivisitato con Achille Lauro, rimanda a una fase di nostro deragliamento verso la cassa in quattro e quel tipo di house proposta da Claudio Coccoluto: fu lui a ispirarci il brano e fu lui a remixarlo per noi, per la ghost track dell’album.

Sonde, la canzone che avete rivisitato con Willie Peyote, è quella che più palesemente collega passato e presente: ieri parlavate del desiderio di fuga dai sistemi di sorveglianza informatica come Echelon, oggi Peyote rappa al vostro fianco sottolineando come al controllo dei sistemi informatici e dei colossi del web abbiamo ormai ceduto e continuiamo a cedere. «Sanno la tua posizione perché la condividi, per stare comodo di quanta libertà ti privi». Siamo alla remissività più totale?
In effetti è come se ispirandoci a una certa fantascienza distopica dell’epoca avessimo profetizzato ciò che sarebbe avvenuto dopo. Certo, mai avremmo immaginato che certi fenomeni relativi al controllo delle persone che avevamo captato allora sarebbero diventati così pervasivi e così rapidamente. E sì, se negli anni ’90 qualcuno avesse provato a entrare in modo così intrusivo nelle nostre vite probabilmente ci sarebbe stata una rivoluzione, mentre oggi prevale l’accettazione.

Per ricordare il ventennale di Microchip emozionale hai pubblicato un post su Facebook in cui hai fatto riferimento al «mondo underground», mondo che hai sempre descritto come salvifico per la cultura delle nostre città. La domanda è: credi che questo termine abbia ancora senso per i ventenni di oggi?
A questo proposito vorrei raccontare una cosa: un annetto fa sono venuto a sapere di una serata catodica glitch e lì per lì ero perplesso, perché a mia memoria il glitch è un fenomeno legato alla musica elettronica dei primi Duemila, peccato che dei nomi annunciati per quella serata non ne conoscessi nemmeno uno. Così mi sono incuriosito e ci sono andato. 

E cosa hai scoperto?
Mi sono ritrovato davanti a un gruppo di ragazzi sui 20 anni che mostravano di avere un rapporto con i tubi catodici simile a quello che ho avuto io alla loro età con i grammofoni. S’intuiva che per loro erano oggetti di un’epoca lontana, eppure con quegli oggetti avevano messo in piedi delle installazioni artistiche con cui di fatto stavano scrivendo una loro pagina creativa ed estetica, con delle coordinate diverse da quelle che potevo avere in mente io. Ci saranno state 50 persone, il che può voler dire tutto e niente, ma a me è sembrato di assistere alla prima puntata di qualcosa che nei prossimi anni potrebbe svilupparsi. Lo stesso discorso potrei farlo parlando dei giovani che oggi studiano jazz, ma che al contempo amano la scena elettronica o ascoltano una band lontana da logiche commerciali come i C’mon Tigre.

Ossia?
Io lì vedo tutta una serie di possibilità straordinarie che potrebbero tradursi in una nuova ondata legata a un tipo di rock più estremo, combinato con il jazz e altro. Questo potrebbe condurre alla nascita di una nuova stagione fatta di musicisti che interagiscono e ritrovano il piacere di utilizzare strumenti diversi dal computer, oltre che di mescolare linguaggi e di suonare insieme. Musicisti non interessati ai like e alle visualizzazioni, distanti dai tanti iperconnessi che oggi producono musica da soli nelle loro camerette, ma senza quella tendenza a sentirsi superiori che avevano gli artisti underground di vent’anni fa. Come dire: sono ottimista, per me il panorama non è così desolato.

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