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I Post Nebbia alla ricerca della spiritualità

Sospeso tra la forma canzone classica e le influenze psichedeliche, il nuovo album ‘Entropia Padrepio’ parla di materia e spirito, del bisogno di pensiero magico nato durante l’isolamento e i lockdown. L’intervista

I Post Nebbia

Foto: Ilaria Ieie

Il rumore del vento e il suono delle campane. Inizia così Entropia Padrepio (Dischi Sotterranei/La Tempesta), terza prova dei Post Nebbia, band padovana nata dagli esperimenti di home recording del bravo Carlo Corbellini, che qui scrive, arrangia, canta, suona basso, moog, tastiere, chitarre, e co-produce il tutto assieme a Fight Pausa. Il risultato finale è un bel passo in avanti rispetto al precedente e già promettente Canale Paesaggi, che conduce i Post Nebbia verso una scrittura più rivolta all’idea di canzone pop in senso classico, pur se gravida di deviazioni e traiettorie inaspettate e perciò intriganti che mescolano l’amore per un certo psych-rock alla MGMT o alla Tame Impala con sapori da colonna sonora vintage, suoni tra Moroder e i Daft Punk, testi che sanno combinare profondità e ironia nel parlare di materia e spirito, vita terrena e bisogno di metafisica e “pensieri magici”. Tutto è nato da un periodo d’introspezione dello stesso Carlo, classe 1999 e una grande voglia di giocare con la musica con curiosità e personalità. «Il titolo Entropia Padrepio», dice, «arriva da un’idea di un ritornello per un pezzo che non è mai stato scritto e che nel momento in cui cercavo un titolo che riassumesse l’anima di questo disco mi è tornato in mente. Mi sembra incarni bene il significato dell’album, in cui c’è una parte di visione del funzionamento dell’universo, l’entropia, e un’altra parte di iconografia cattolica, da cui il riferimento a Padre Pio».

Riprendendo l’immaginario del cattolicesimo evochi la potenza dei rituali collettivi e l’idea che la fede sia salvifica, ma tutto ciò è usato come metafora su cui finisci per improntare una sorta di autoanalisi, un’esplorazione interiore. Hai avuto una crisi spirituale?
Sì, possiamo chiamarla così. Questo album è giunto nel periodo di solitudine forzata causato dalla pandemia, in cui ho avuto tempo per riflettere. Forse troppo, visto che la mia visione pessimistica della realtà mi ha incanalato in un tunnel di pensieri da letto di morte fatti troppo in anticipo, oltre a spingermi a rivalutare la mia maniera di relazionarmi con gli altri e con il resto del mondo. Il lockdown e in generale la condizione di isolamento mi hanno portato a considerare cose che non avevo mai preso in considerazione prima: ho iniziato a empatizzare di più con il bisogno di spiritualità di molte persone, qualsiasi cosa questo possa significare. Pur partendo da un background non religioso e anzi, vagamente anticlericale in modo anche contestatorio e polemico, ho capito di non essere estraneo a quel tipo di esigenza.

L’elemento dell’anticlericalismo si avverte, basti pensare all’ironia insita in certi passaggi di Viale Santissima Trinità.
Questo si lega al fatto che la zona dove sono cresciuto a Padova, il quartiere Arcella, dal punto di vista urbanistico, come tanti altri quartieri italiani, ruota attorno alla parrocchia, anzi, alle parrocchie, visto che ce n’è più di una. Già solo il fatto che le nostre periferie siano articolate in questo modo fa sì che, anche se non sei religioso, non puoi prescindere completamente da quei contesti. Io stesso ho iniziato a suonare in parrocchia, perché c’era una scuola di musica lì, ed è finita che quegli ambienti me li sono un po’ studiati, li ho osservati, ho cercato di coglierne le dinamiche. Ma con curiosità, senza giudicare, in realtà è un mondo che mi affascina tantissimo. E l’Arcella è particolarmente interessante sotto questo aspetto, perché è un quartiere pieno di immigrati, per cui oltre alle chiese degli italiani ci sono le loro, ricavate dentro a capannoni, officine.

“Sono in fondo fino al collo / nel pensiero magico / mi toglie il peso del controllo / spezza le catene del panico”, canti in Pensiero magico, parlando, però, di “cazzate da sciamano”. In un’altra epoca e con un altro linguaggio Guccini in Addio cantava di “magie di moda delle religioni orientali che da noi nascondono soltanto vuoti di pensiero”. In ballo c’è sempre e comunque l’esigenza degli esseri umani di trascendere.
Diciamo che ho iniziato a provare un pelo di invidia e di ammirazione nei confronti di chi riesce ad affrontare con una leggerezza e un ottimismo maggiori dei miei le cose che la vita ti tira addosso. Che è ciò di cui parla Pensiero magico. Credo che alla fine le spiegazioni mistiche, spirituali, religiose, dogmatiche o come le si vuole chiamare siano per molti un modo di dare un ordine a una realtà che è totalmente incomprensibile, inspiegabile, priva di un significato razionale, perlomeno per come ragioniamo noi. Quindi, sì, ho cominciato a dirmi che probabilmente se credessi nell’oroscopo riuscirei a spiegare ciò che mi ruota attorno e i comportamenti delle persone, magari in modo sbagliato, ma con meno confusione. E lo dico – vorrei fosse chiaro – senza alcun senso di superiorità: l’album nasce, semmai, dallo sforzo di empatizzare con chi ha fede verso qualcosa di superiore, di ultraterreno, di mistico, di metafisico.

Lo si percepisce, questo, ascoltando l’album. Album che mi sembra ti abbia spinto, in termini di scrittura, a una forma canzone più strutturata, rispetto al passato.
È così. Il motivo è che venivo da un disco come Canale Paesaggi, che ha una produzione molto orientata sul loop, sul beat anni ’90, in cui gli accordi della strofa sono gli stessi del ritornello ma con più roba sopra: in sostanza partivo da una cellula e facevo copia e incolla fino alla fine aggiungendo roba sul ritornello. In quel modo di procedere, però, la complessità a livello di arrangiamento e di canzone nel senso più classico è fortemente limitata, per cui, benché mi sia divertito molto a lavorare in quella maniera, con Entropia Padrepio ho voluto andare oltre esasperando il processo nella direzione opposta, cercando di fare arrangiamenti molto più movimentati, più opulenti, un po’ più beatlesiani.

Anche i Beatles tornano sempre…
È che ho avuto un periodo di fissa per i Beatles, l’ennesimo, in realtà, ma più importante dei precedenti. Così nello scrivere i pezzi ho cercato di inserire degli spunti pescati dalla loro discografia, in particolare da Revolver in poi, e da altra roba anni ’60, tra cui Pet Sounds dei Beach Boys. In alcuni casi sono venute fuori delle cose fluide, in altri dei bordelli schizofrenici, ma sono contento di entrambi i risvolti. In più, confrontandomi con Fight Pausa anche molto prima di decidere di affidargli la produzione dell’album, mi sono affacciato su quella parte di scena musicale italiana che ha una visione meno loopposa della canzone: ascoltando e frequentando, tra gli altri, Generic Animal, Marco Giudici e i 72-HOUR dello stesso Fight Pausa, mi sono reso conto che nella mia musica mancava quel tipo di organicità, ho cominciato a sentirla un po’ robotica. Cosa che era anche intenzionale in Canale Paesaggi, ma che mi ha spinto a uscire da quello schema. Per esempio, inserendo parti di batteria non perfettamente in griglia, ma che a volte si spostano, rallentano, poi ritornano, ed effettando molto di meno la voce, per mettere più al centro l’interpretazione e ricercare una maggiore umanità, un certo tipo di profondità, di intimismo, di vulnerabilità.

Esperimento riuscito, secondo me, che in alcuni passaggi mi ha riportato anche al Morgan solista o ai Bluvertigo. Parlo solo di echi, che, però, hanno a che fare con quello che stai dicendo.
Il riferimento è simile, sono comunque canzoni di clausura con un’ispirazione vagamente sixties, ci sta.

È un ottimo sincretismo, questo dei Post Nebbia, in cui affiora anche un grande amore per le colonne sonore anni ’60-70.
Quello è un mondo che ho scoperto per osmosi con un percorso inverso a quello solito, ossia non partendo dai film, né dall’ascolto di musiche per il cinema, ma ascoltando molto rap underground americano che quell’universo lì, dai Goblin a Piccioni a Umiliani, lo ha campionato spesso, vedi Madlib. E poi i Calibro 35, da cui sono passato a sentirmi compositori di musica library e soundtrack di quegli anni, da Riz Ortolani a Stelvio Cipriani. È una scena, quella, che ha dato molto in termini qualitativi e credo dipenda dal fatto che non fosse strettamente legata alla discografia, il suo essere collegata ad altri media dava molta libertà agli autori.

Nella cartella stampa si dice che per il concept di Entropia Padrepio ti sei ispirato anche a Neon Genesis Evangelion, anime giapponese del ’95: non l’ho vista, ma vuoi approfondire?
In Evangelion c’è una visione molto romanzata e folle dell’immaginario cristiano, c’è un ragionamento sulla spiritualità molto interessante che non è stato il punto di partenza per scrivere l’album, ma che in qualche modo c’entra. L’ultima puntata, in perfetto stile anime, inizia come fosse un teen drama e alla fine è tutto un casino di robottoni, esplosioni e sparatorie alla giapponese che, però, ruota attorno a un senso di sconforto esistenziale del protagonista. Al centro c’è la sofferenza di quest’ultimo per essere separato dal resto dell’umanità, dalle altre persone, perché delimitato da una barriera fisica.

In Entropia Padrepio, in effetti, parli anche di distacco dalla vanità, di rinuncia all’ego, ed è ciò che rende molto attuali queste tue canzoni. Poi uno può intripparsi per lo yoga, per Jodorowsky o diventare buddista, ma dipende sempre da come…
Io non mi sono fissato su nulla.

Tu hai la musica.
Sì, non ho cambiato la mia visione del mondo alla fine di questo viaggio, ma ho capito che posso vivere facendo delle figate con la musica e con persone che mi piacciono. Facendo questo album, stare tanto tempo a contatto con gente che ammiro tanto, mi ha fatto mettere più in prospettiva la mia vita, cosa mi piace fare, cosa sono bravo a fare, ho risolto molte cose che quando ho scritto queste canzoni non erano risolte. Durante il periodo di stop ai concerti e di coprifuochi avevo messo in dubbio la mia scelta di fare musica, temevo fosse condizionata da un’ambizione per compensare altro, ma ora sono sicuro che se faccio questa cosa è perché mi aiuta davvero. Ho fatto pace con me stesso, ma non leggo l’oroscopo (ride).

Tra l’altro, prima hai parlato di pessimismo, ma riconoscere le brutture del mondo può rendere profondamente idealisti. Per questo in una vecchia intervista su Rolling Stone ti sei definito “un outsider”?
Ma senza spocchia, nel senso che a me piace moltissimo fare musica, ci tengo veramente tanto, quindi, semplicemente, voglio continuare a farla in un certo modo. Non contro qualcos’altro, ma secondo il mio approccio: voglio che l’urgenza espressiva sia sempre al di sopra di logiche di vendita che ci sono – ed è naturale, giusto e bello che ci siano, perché è un riscontro del fatto che le cose funzionano –, però, ecco, mi preme che la sovrastruttura non sia più grande del contenuto.

Foto: Ilaria Ieie

Tornando a Entropia Padrepio, cosa c’è “oltre la soglia”, citando la traccia di chiusura?
Quella canzone parla in un modo un po’ giocoso, fantasioso, della morte, di cosa c’è dopo, di cosa vorresti portarti dietro. Si articola attorno a un espediente narrativo, mi sono immaginato di poter passare alla morte come si oltrepassa la frontiera in un aeroporto o il cancello di un festival, per cui metti la vodka al posto dell’acqua per portarti dietro dell’alcol. È una bella pesata, quel pezzo, me ne rendo conto.

E che cosa vorresti portare con te, anche solo per gioco?
Credo nulla, non è un argomento facile… Ma penso che ciò che si può apprezzare della morte è la fine di questa separazione dal resto dell’universo, la rinuncia a ciò che ti definisce e ti delimita come individuo. Oggi c’è molta pressione sugli individui: da un lato, siamo sempre spinti a dimostrare che facciamo qualcosa, che andiamo alle serate, che ci divertiamo, che lavoriamo e non stiamo a casa a grattarci; dall’altro, c’è un’assenza di esperienze collettive, anche quando ci sono i dj-set e le discoteche pieni, ho quasi l’impressione di non essere davvero lì, come se mi stessi continuamente guardando da fuori. Specie dopo due anni di distanze e isolamento, si fa fatica a rimettere le persone nella condizione di abbandonarsi davvero a se stesse e a una catarsi collettiva autentica. Sarà anche che da qualche tempo c’è una visione spersonalizzante e mega chirurgica nell’organizzazione di eventi che sta contaminando anche i festival minori e ciò che arriva più dal basso. Ma non bisogna mollare, anzi, si va avanti e si pesta il triplo.

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