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I Porcupine Tree se ne fregano di Daniel Ek

I campioni riluttanti del nuovo prog tornano con ‘Closure/Continuation’. È un album fatto alla vecchia perché secondo loro chi pubblica singoli a raffica, come suggerisce di fare il boss di Spotify, «è come un regista che gira scene senza mai fare un film»

Porcupine Tree. Da sinistra, Gavin Harrison, Steven Wilson, Richard Barbieri

Foto: Alex Lake

L’autobiografia che Steven Wilson ha pubblicato un paio di mesi fa si apre con questa scena. È il 2010 e lui è sul palco della Royal Albert Hall per il concerto che segna il picco di popolarità dei Porcupine Tree, il gruppo che ha inventato quand’era un ventenne senza alcuna chance di trasformare le sue bislacche fantasie rock in realtà. Wilson è lì, ma non se la gode. Non riesce ad ammettere a sé stesso, figuriamoci dirlo ai compagni della band, che quello sarà l’ultimo concerto del gruppo, almeno per un po’. I Porcupine Tree non sono mai stati altrettanto popolari, eppure va tutto male. I contrasti interni logorano la band, i musicisti suonano bene ma senza energia, lui non si diverte più ed è deluso per com’è venuto l’ultimo disco The Incident. Persino l’abbraccio finale in scena gli sembra esprimere una connessione che è solo illusoria.

Com’è allora che oggi i Porcupine Tree sono qui, alla Sony di Milano, a fare interviste per il nuovo album Closure/Continuation? «Beh, sono passati dodici anni», dice laconicamente Richard Barbieri, che fa parte del gruppo dal 1993 e ha una formidabile storia alle spalle che va dai Japan ai dischi solisti strumentali, passando per la frequentazione col pop italiano (non è presente all’intervista il batterista Gavin Harrison, che suona anche coi King Crimson). «Siamo più saggi», aggiunge Wilson, «o almeno, qui parlo per me stesso, oggi prendo le cose con filosofia. E tieni conto che prima dello show alla Royal Albert Hall venivamo da 17 anni di cicli tour-album-tour-album».

Non c’entra solo il logorio della routine, ma anche l’ambizione. Per anni, Wilson s’è sentito ripetere che i Porcupine Tree sarebbero diventati i nuovi Pink Floyd. Non che ci credesse fino in fondo, ma aveva l’ambizione di diventare un musicista largo, popolare, per tutti. «Quando non è successo è stata una delusione», ammette. La nuova fase dei Porcupine Tree, che prevede un tour che a ottobre arriverà al Forum di Assago, nasce dall’accettazione di essere, per parafrasare il titolo dell’autobiografia, un musicista unico nel suo genere che ha trovato un modo per avere successo al di fuori dal mainstream. «Oggi sono una persona completamente diversa. M’interessa, eccome, raggiungere quanta più gente possibile con la mia musica. Del resto sono cresciuto con un poster di Prince sul muro della camera, volevo essere una popstar come lui. Però ora riesco finalmente a godermi quel che ho. Prendi questo disco: mi sono divertito a farlo, in parte perché nessuno sapeva che lo stavamo facendo, non il management, né la casa discografica e nemmeno i fan. Quindi zero pressioni».

Ai tempi dell’album del 2009 The Incident la band arrancava. «A quel disco» dice Barbieri «mancava l’eccitazione che nasce quando sai di avere per le mani un suono nuovo, mancava l’energia che ti porta a un altro livello, come ai tempi di In Absentia o di Fear of a Blank Planet». Aggiunge Wilson: «Per la prima volta, abbiamo avuto l’impressione di esserci ripetuti. È una cosa che molte band fanno, danno ai fan quel che i fan chiedono, ma noi siamo cresciuti ascoltando artisti che ogni volta si sono reinventati e a loro ci ispiriamo. Ogni disco deve avere una sua ragion d’essere. Come Scott Walker, che faceva album ogni dieci anni, solo quand’era certo di avere qualcosa di nuovo da dire».

I musicisti sono spinti a ripetersi anche da ragioni molto pratiche, questioni di soldi «Finisci il tour», dice Barbieri, «firmi un contratto e incassi un anticipo che però ti obbliga a pubblicare qualcosa. L’ho visto anche coi Japan, all’epoca: dopo che hai avuto successo tutto ti spinge a rifare quel che hai già fatto. Ma hai bisogno di prenderti del tempo per fare qualcosa di nuovo. Coi Porcupine Tree abbiamo evitato di cadere in questa trappola». Per dirla con Wilson, «il tuo output è prodotto dell’input: la musica che senti, i film che vedi, i libri che leggi, le notizie del mondo, la vita che fai. Se stai a bordo di un tour bus per due anni, che disco vuoi che venga fuori?».

Se Closure/Continuation (il titolo si riferisce al fatto che non è chiaro nemmeno a Wilson se il disco e il tour segneranno la fine del gruppo o rappresenteranno un nuovo inizio) sembra più vivo di The Incident non è solo perché tiene in equilibro la parte diciamo così tecnico-razionale della musica dei Porcupine Tree con quella squisitamente emotiva. È anche per il modo in cui è stato costruito. Gran parte delle canzoni sono nate da jam di Harrison alla batteria e Wilson al basso elettrico (il bassista Colin Edwin non fa più parte della band, dal vivo al suo posto ci sarà Nate Navarro, con Randy McStine alla seconda chitarra, «session man fenomenali», assicura il leader). «De-enfatizzando il ruolo della chitarra si è creato più spazio per la musica». Qual è allora l’essenza musicale dei Porcupine Tree? «Noi tre assieme», dice Barbieri, un concetto che Wilson elabora: «La combinazione fra l’interesse di Gavin nei poliritmi complessi, il talento di sound designer di Richard e il mio songwriting. Li metti assieme e il risultato è inconfondibilmente Porcupine Tree».

Wilson sorride quando gli dico che sto cercando di trovare un senso ai testi del disco: «Buona fortuna, ci sto provando anch’io». Di certo sono cupi e sembrano avere a che fare col dolore. A volte raccontano storie personali, a volte sembrano metafore per la condizione umana nel mondo contemporaneo, ad esempio nella riflessione sul potere di Rats Return. Sollevano domande, ma non offrono risposte. «Il punto», dice dopo una lunga pausa Wilson, «è che li ho scritti nell’arco di quasi dieci anni e quindi forse per la prima volta manca un senso di continuità, di unità. Quelli che ho scritto una decina d’anni fa, come Of the New Day o Chimera’s Wreck, riflettono la fase che stavo vivendo, soprattutto la morte di mio padre, il fatto che da giovane hai un’idea di chi diventerai che è un po’ una chimera e quando perdi qualcuno cominci a farti domande su chi sei, ti domandi se sei diventato la persona che avresti voluto essere».

Molte canzoni evocano il passato e questo è dovuto al «fascino che provo per le scelte che facciamo e i rimpianti che finiscono inevitabilmente per generare. La cosa più triste al mondo è una vita buttata a causa delle scelte sbagliate che hai fatto. Non sono religioso, sono convinto che questa realtà sia l’unica che abbiamo, però penso che la vita sia un dono. Accorgersi di averne tratto il massimo è di una tristezza assoluta. Di questo parlano molte canzoni. Come Dignity: il protagonista sarebbe potuto essere qualcuno e invece vive per strada a causa di una qualche decisione che ha preso tempo prima. Sono storie che non finiscono mai di affascinarmi».

È davvero fuori dal tempo questa band che fa una musica che piace e molto agli amanti del rock tradizionale, che crede fermamente nell’album come «viaggio musicale», che disdegna il concetto di musica come contenuto da fornire ai follower. I Porcupine Tree erano fuori dal tempo nel 2010 e lo sono a maggior ragione oggi, nell’era di Spotify, che all’epoca non era che una startup, e della comunicazione via social. «Non condivido l’idea suggerita da Daniel Ek di Spotify di pubblicare continuamente canzoni e non un album ogni tot album», commenta Wilson. «È come essere registi che non fanno mai un film, però ogni tre mesi pubblicano una scena. Viviamo in un mondo guidato dai contenuti. Il potere non ce l’hanno più le case discografiche o i programmatori radiofonici, ma le piattaforme. Che cosa possiamo farci? Niente, se non continuare a fare il nostro mestiere con integrità. Noi siamo cresciuti con un’altra idea di musica e a quella restiamo fedeli». Il paradosso è che, dopo 13 anni di silenzio discografico, il panorama sarà anche cambiato radicalmente, ma i Porcupine Tree sono più popolari che mai: mentre stavano in silenzio, il loro culto s’allargava e ora si trovano a suonare in posti decisamente più grandi della Royal Albert Hall.

La storia dei Porcupine Tree è anche una storia di fraintendimenti. Amante delle liste, in una pagina dell’autobiografia Limited Edition of One Wilson mette in fila le convinzioni errate che lo riguardano: il fatto che sia depresso, che non sorrida mai, che sia un lavoratore infaticabile, che sia un guitar hero (no, non si considera un virtuoso). E soprattutto che sia un musicista esclusivamente prog, un’idea che sembra infastidirlo particolarmente visto l’ampio spettro di stili con cui si misura. È una delle tante cose che non può controllare. «Questa band è nata per gioco. Suonavo in gruppo synth pop, quella doveva essere la mia strada per il successo. Se avessero avuto successo i No-Man ora verrei considerato un musicista di pop elettronico. E invece hanno avuto successo i Porcupine Tree». Ed eccolo qua, il campione riluttante del progressive rock a cui tocca fare i conti con l’epoca di Spotify.

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