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I Parquet Courts vogliono uscire dalla catena di montaggio dell’indie

Nel nuovo album ‘Sympathy for Life’ la band porta il rock sulla pista da ballo. Non è un cambiamento solo musicale: «Basta culto della personalità, meglio la cultura inclusiva della dance»

Parquet Courts

Foto: Pooneh Ghana

Solo musicisti pieni d’inventiva ed eruditi come i Parquet Courts potevano fare un disco della pandemia prima ancora che la pandemia si manifestasse. L’album s’intitola Sympathy for Life, è il settimo della band di Brooklyn, uscirà il 22 ottobre ed è una riflessione in musica su tecnologia, alienazione e relazioni impersonali. Le maschere sono un tema ricorrente, ma intese in senso psicologico. C’è anche una parvenza di speranza: la salvezza può essere ottenuta grazie alla presenza di una comunità. La via per arrivarci, sembrano suggerire i Parquet Courts, passa per la pista da ballo.

«Son tutte cose che c’erano già, ma che sono state esacerbate dalla pandemia», dice Austin Brown, uno dei due frontman della band. «È il bello di questo disco: racconta una storia senza tempo di cui però ci rendiamo conto solo adesso, per via delle privazioni che abbiamo sofferto».

Sympathy for Life era sostanzialmente finito nel marzo 2020 (Marathon of Anger, ispirata da Black Lives Matter, rappresenta un’eccezione). Se già nel precedente Wide Awake! del 2018, prodotto da Danger Mouse, il gruppo flirtava con ritmi ballabili, nel disco nuovo li abbraccia di brutto. Andrew Savage, l’altro frontman, cita una trinità d’influenze composta da Can, Canned Heat e This Heat, ma si sentono echi dei Talking Heads e dei Prima Scream di Screamadelica. L’album è prodotto da Rodaidh McDonald, che in passato ha lavorato con The xx, David Byrne, Hot Chip, Savages, King Krule. Due pezzi sono stati incisi con John Parish.

Il disco segna un ritorno a una componente fondamentale del dna del gruppo: l’improvvisazione. Jam di una quarantina di minuti sono state pesantemente editate e trasformate in canzoni tradizionali. In questo nuovo mondo sonoro Brown suona a malapena la chitarra e Savage dice d’essersi sentito come Brian Eno dei Roxy Music alle prese con un torre di mixer e synth. Il punto fondamentale è che il disco è frutto oggi più che mai di un processo collettivo.

«Siamo insieme da così tanto tempo che ci sono tante band che oramai possono scrivere nel nostro stile, anzi, ho sentito proprio canzoni dei Parquet Courts che non abbiamo scritto noi», dice ridendo Brown. «Il che mi fa pensare a quant’è importante evolversi e mettersi alle spalle il vecchio sound dei Parquet Courts».

In due interviste separate, che sono state unite per chiarezza, Brown e Savage ci hanno raccontato i limiti dell’indie, gli acidi che calati in Italia e l’amore per la musica dance.

Come sono stati gli ultimi 18 mesi? Non siete mai stati tanto lontani dai palchi, no?
Brown: Siamo assieme da dieci anni e passa. Il modo in cui riusciamo a comunicare è unico, non ci succede quando suoniamo con altri. Questa cosa mi è mancata.

Savage: Abbiamo iniziato nel 2010, ma le cose hanno cominciato ad andare per il verso giusto quando quelli di What’s Your Rupture? hanno ristampato Light Up Gold nel gennaio 2013. Da allora e fino al 2019 non abbiamo mai smesso di fare concerti. E quindi da quando avevo 27 anni, e ora ne ho 35, vivere per me significa stare nella band. Non ho mai conosciuto altro stile di vita e perciò è stato un bel cambiamento.

Andrew, tu hai scritto alcune canzoni durante un viaggio in Italia in cui ti sei calato dell’acido e hai fatto sollevamento pesi.
Savage: Di tanto in tanto mi piace fare di queste, diciamo così, vacanze creative. Sai, andare da solo da qualche parte, fare cose strane, concentrarmi sulla mia arte. Ero nell’Italia meridionale, in un posto remoto, non avevo l’auto e nemmeno la bici. La città più vicina era a un’ora di cammino. Ogni tot dovevo andarci – parlo di una cittadina che è a malapena sulla carta geografica – per comprare del cibo al mercato. Non sapevo che avrei lavorato al materiale dei Parquet Courts, ma è successo.

E il sollevamento pesi? E che c’entrano gli acidi?
Savage: Magari non si nota, ma sono un tipo bello attivo, vado in bici, faccio camminate. Il tutto è cominciato quando, dopo aver preso degli acidi a casa mia [a Brooklyn], mi sono messo lì a fare flessioni. M’è venuta voglia di andare in palestra, ma non si va in palestra fatti di acido, no? E però mi sono detto: dai, adesso esci, alla fine dell’isolato giri a sinistra e in cinque minuti sei in palestra, entri, non guardi nessuno negli occhi, passi la tessera e vai dritto al vogatore. E l’ho fatto. Ci sono rimasto per forse due ore. È un fatto di testa, tipo la mente che vince sul corpo. Così mi sono deciso a fare la vacanza in questo stesso spirito: spingere il mio corpo al limite sotto il sole infuocato dell’Italia e con la testa fritta dall’acido. Tranquilli: non ho alcuna intenzione di scrivere un libro su come fare esercizi sotto acido, però mi ha aiutato mettermi nella giusta predisposizione per l’album.

Com’è che avete scelto di lavorare con Rodaidh McDonald e John Parish?
Brown: Abbiamo fatto un po’ come i Primal Scream di Screamadelica. Non che abbiamo copiato il loro sound, ma abbiamo operato come una rock band ispirata dai rave. Sapevamo che per cambiare il sound dovevamo cambiare il processo. E quindi improvvisare e lavorare con tanti produttori come hanno fatto i Primal Scream con Andrew Weatherall, Orb, Hugo Nicolson. Anche noi abbiamo lavorato con tanta gente, anche se alla fine sono rimasti solo i pezzi fatti con Rodaidh e John.

Savage: Sono entrambi fan della band ed è quello che vuoi da un produttore. Vedono quel che noi non vediamo e ci spingono a fare cose nuove. È stato Rodaidh a incoraggiarci a registrare il disco improvvisando e poi editando la musica. Invece John l’abbiamo scelto perché ha un gran talento nel collegare i microfoni direttamente al registratore senza filtri e facendo suonare tutto in modo fenomenale. Sono due approcci radicalmente diversi, che è poi una delle cose che rendono il disco interessante.

In che modo siete stati influenzati dai club newyorchesi?
Brown: Dopo Wide Awake! non mi andava più di fare un disco rock. Alla scena indie e ai festival dove i musicisti sono trattati come piccole celebrità da adorare ho cominciato a preferire la scena dance dove al centro c’è la musica che mette tutti in connessione, dove c’è un senso di comunità in cui ci si prende cura l’uno dell’altro e la cosa va avanti tutta la notte fino al mattino. Mi ha molto ispirato. E la cura che mettono nel presentare la musica in alta fedeltà è notevole. Al confronto il rock sembra stupido e frivolo. Anche le droghe sono migliori e le conversazioni sono incentrate sul volersi bene, sull’essere inclusivi. Credo che sia per via dei posti dove la musica dance è stata promossa, specialmente a New York. Al Loft e al Paradise Garage gay e neri potevano esprimersi liberamente senza il timore di venire giudicati o messi alla porta. Anche solo esistere era un atto sovversivo.

Savage: Nel 2017, 2018 ho cominciato ad appassionarmi di techno e industrial. Il pop, il rock e l’hip hop sono basati sul performer e sul pubblico, laddove invece la techno ha a che fare con un ambiente sonoro che trasmette sensazioni quasi fisiche. È tipo Dream House, l’installazione di La Monte Young a TriBeCa. Ci sono quattro amplificatori a onda sinusoidale ai quattro angoli della stanza e quando giri per la stanza senti la musica vibrare in modo differente a seconda della posizione in cui sei. È un’esperienza fisica indotta da un ambiente sonoro controllato ed è così che vedo la techno. Mettiamola così: quando ballo la techno non mi sembra di ascoltare musica.

Brown: C’è anche il fattore New York che non avevo considerato prima e che mi ossessiona. Ho sempre pensato ai Parquet Courts come a un gruppo newyorchese alla stregua di Velvet Underground, Talking Heads, Ramones, Sonic Youth, Yo La Tengo. Ma parallelamente c’è un filone dance realmente sovversivo, in grado di minacciare lo status quo ben più del rock. L’estetica punk è diventata mainstream. È diventata lo status quo.

Savage: Il pogo sotto il palco è diventato ridicolo, è roba così vecchia da sembrare una parodia. E così io e Austin abbiamo cominciato a pensare a un concerto rock in cui la gente balla. Il termine dance music non mi piace: tutta la musica dovrebbe essere ballabile. Puoi ballare Elvis, Stravinsky e Steve Reich se ti va. Volevo fare musica che invita al ballo. E chissà, magari me ne uscirò con qualche strano modo nuovo di ballare.

M’interessa questa critica al rock come esperienza unidirezionale. È una cosa che avete provato in prima persona?
Brown: Penso abbia a che fare con la musica incazzata che suoniamo. Wide Awake! aveva almeno in parte un tono incazzoso ed è una cosa che non m’interessa più. Mi metteva a disagio quand’ero sul palco. Ma non riguarda solo noi, c’entra l’idea stessa di concerto: tante facce che ne guardano una sola. Non per spararla grossa, ma è un tratto del capitalismo (ride). È un rapporto piramidale, non è sano. Anch’io ho visto grandi concerti di questo tipo, eh, ma c’è una sorta di catena di montaggio nell’indie: festival uguali con sempre le stesse band e zero cura per la comunità. Ti prendono i soldi e avanti il prossimo. Succede anche nella musica dance, lo so bene, ma non è la direzione in cui voglio andare. Voglio che a nessuno importi se sono uno dei Parquet Courts.

Il vostro album mi ha fatto pensare a come siamo influenzati dalle big tech e da altre forme inquietanti di capitalismo. Che ne pensate, come band?
Savage: Facciamo un lavoro da classe operaia. Non facciamo tanti soldi. Io ho un casino di debiti. Poco fa un mio coinquilino se n’è andato, ora devo pagare l’affitto da solo e mi tocca trovare qualcuno al suo posto per coprire la sua quota. La gente non sa che molti dei suoi artisti preferiti, magari appartenenti allo stesso mondo indie dei Parquet Courts, vivono alla giornata. Di sicuro vale per noi. Se fossimo ai tempi in cui la gente comprava i CD, non sarebbe così (ride). So che i gruppi indie che hanno centrato qualche hit negli anni ’90 se la cavano ancora bene.

Non voglio fare come Lars dei Metallica, non voglio dare la colpa allo streaming. Anch’io ci guadagno. Adoro il fatto che se qualcuno mi consiglia un disco psichedelico e misterioso degli anni ’70, posso andare su YouTube e ascoltarlo. È incredibile. Oggi i ragazzini possono ascoltare l’intero catalogo del black metal norvegese prima ancora di conoscere una nota dei Roxy Music. Il problema è che gli artisti non guadagnano più come una volta, quel sistema è saltato. Non ti resta che andare tour fino alla morte, una cosa che, credimi, non vedo l’ora di fare. È uno stile di vita che adoro e i soldi non sono tutto. Ho una vita incredibilmente figa, ma le aziende tech guadagnano sul lavoro degli artisti.

In Sympathy for Life c’è anche della speranza, soprattutto nei brani che parlano di comunità. Mi sembra una scelta azzeccata per un disco legato alla musica dance come me l’avete raccontata prima. Ha senso quello che sto dicendo?
Savage: La title track è un po’ il manifesto del disco. Parla di sentirsi liberi, di sentimenti condivisi, del senso di comunità. Sono i mantra dell’album. Ci sono anche canzoni che parlano di alienazione, come Applicatus Apparatus e Homo Sapien, ma in fin dei conti anche quelle parlano del bisogno di comunità. In un certo senso abbiamo anticipato questa voglia di comunità che la gente ha inevitabilmente sentito.

Brown: A causa del virus, il mondo della musica dance è a rischio estinzione. Non hanno ricevuto alcun aiuto. Vogliamo diffondere un messaggio d’amore, di impegno per la comunità, di inclusione. Lo diciamo senza rabbia, con tenerezza. Sono cose che mettono seriamente in pericolo le società capitaliste e oppressive. Prendi il classico della disco music Love Is the Message. Ecco cosa vogliamo dire con questo disco: l’amore è il messaggio più pericoloso per chi detiene il potere.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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