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I Mount Kimbie predicano l’amore

James Blake, King Krule e tanti altri nel disco dei due produttori elettronici inglesi, che però non cercano collaboratori: solo amici
Da sinistra, Kai Campos e Dominic Maker alias Mount Kimbie. Foto: Stampa

Da sinistra, Kai Campos e Dominic Maker alias Mount Kimbie. Foto: Stampa

I Mount Kimbie hanno una placidità disarmante. Sarà almeno la seconda volta che una compagnia aerea perde un loro bagaglio in Italia, con dentro non delle mutande ma un sintetizzatore o comunque uno dei loro marchingegni per suonare dal vivo. Ma loro la prendono con filosofia. Tanto, farsi venire il sangue amaro non serve a nulla. «Che ci possiamo fare? Può solo succedere che prima o poi ce lo ritrovino. Altrimenti, ciao. È stato bello!» scherza Kai Campos, metà del duo che insieme al socio Dominic Maker da ormai cinque anni rimpingua i cataloghi di Warp Records con una sintesi di IDM, new wave, kraut e post-rock.

E tanto per rimanere in tema pace e amore, i due inglesi hanno chiamato l’ultimo album Love What Survives. Come a dire che anche sticazzi dell’incompetenza di Ryanair, nella vita conta altro. Se ne stanno stravaccati su due sdraio nel backstage del Castello Maniace di Siracusa. Mancano un paio di ore alla loro esibizione, uno dei momenti più attesi dell’Ortigia Sound System, quindi si possono tranquillamente permettere di fare quattro chiacchiere sorseggiando calici di rosso.

Quindi, ‘sto bagaglio?
Dominic: Eh, ‘sto bagaglio pare sia finito da tutt’altra parte rispetto a noi. C’era dentro un synth che tra parentesi costicchiava anche. Ma vedrai che lo ritroviamo.

Magari hanno fatto casino coi nomi e l’hanno spedito sul Mount Kimbie. Ammesso che ne esista uno.
Kai: No, non credo ne esista uno. È un nome inventato, però non credo sia una storia interessante.

Eh no! Adesso sono curioso.
Kai: Volevamo trovare un nome che coinvolgesse cose che ci piacciono. Il “Mount” quindi deriva da Mount Eerie, mentre il “Kimbie” da una canzone di Nick Drake che si chiama così. Molto semplice, abbiamo messo insieme le due parole.

E che mi dite del disco? Ho apprezzato tantissimo le batterie tipo krautrock.
Kai: Quella del kraut, te ne sarai accorto, è una cosa che è tornata molto di recente. Noi non siamo mai stati grandi fan, non ti sapremmo mai nominare tutti i più grandi dischi kraut della storia. Però è strano come a volte le cose che ti entusiasmano di più sono proprio quelle che conosci di meno. Molto spesso il migliore ambiente per lavorare è l’ignoto. C’è materiale kraut che ci piace da sempre, singoli pezzi più che band specifiche. Come genere in sé comunque non pullula di materiale interessante, almeno secondo me.

Dominic: Il bello del kraut secondo me è che non ti focalizzi su costruire un vero e proprio beat. Piazzi lì una batteria e costruisci tutto attorno, a partire da quello. È una figata.


Il disco si apre con un pezzo che si chiama Four Years And One Day. Ho fatto due conti ed è praticamente il tempo che è passato dall’ultimo album. Possibile?
Kai: Non esattamente ma quasi. È vero, l’ultimo disco è di quattro anni fa e ci è voluto parecchio tempo per tornare anche solo a pensare di farne uno nuovo. A volte può essere frustrante. Quel pezzo è stato uno dei primi a tormentarmi, perché ci ho lavorato quattro lunghi anni. Per dire, il giorno prima di mixare l’album, data di scadenza per finire di registrare, il pezzo non era ancora terminato. Così mi sono messo lì e l’ho finito in due ore. È un pezzo che ha letteralmente richiesto quattro anni e un giorno per essere completato.

In più oltre all’incubo del tempo ora c’è anche quello dello spazio. Il trasferimento di Dominic a Los Angeles non ha rallentato un po’ i lavori?
Dominic: Stare in due diverse nazioni, anzi in due diversi continenti, ha cambiato completamente il nostro modo di lavorare. Ma di base abbiamo sempre lavorato separatamente. Le idee nascono da soli, poi ci vediamo per arrangiare i pezzi. Una delle influenze più grandi dell’album sicuramente è derivata dall’aver coinvolto James [Blake, ndr]. Anche lui vive a Los Angeles, quindi io e lui abbiamo lavorato molto insieme. Comunque ho fatto molto avanti indietro dall’Inghilterra, quindi non è stato un totale isolamento.

È così attraente Los Angeles per un artista?
Dominic: Moltissimo. Al momento è una città vivissima, succedono molte cose. Non sono del tutto immerso nelle “scene” locali, ammesso che ce ne siano. Ma per me è una questione di energia che si respira nell’aria. Stanno sempre tutti facendo qualcosa, il che è piuttosto contagioso.

Collaborate solo con amici?
Dominic: Direi proprio di sì. Nei dischi vogliamo prima di tutto amici, persone a cui teniamo. Con tutte queste persone, non c’è mai stata un’interazione “fredda” tipo: ti mando lo strumentale e tu me lo rimandi indietro con le voci sopra. Le tracce sono nate insieme, a quattr’occhi, con idee che venivano fuori una dopo l’altra. Amici, prima di tutto.

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