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I Mount Kimbie a caccia di bellezza tra le rovine del sogno americano

La band inglese torna dopo sette anni con un disco registrato nel deserto della California e pieno di chitarre che ricordano post punk e shoegaze. Scopo: reimmaginare i paesaggi naturali e culturali in cui viviamo

Foto: T Bone Fletcher

Sono tornati i Mount Kimbie, ed è ossigeno puro: 37 minuti di disco che, al netto dell’entusiasmo a caldo, potrebbero candidarsi a essere i migliori mai registrati dal duo – ora quartetto, dopo l’ingresso a tempo pieno anche in fase creativa di Andrea Balency-Béarn e Marc Pell – nato a Londra nel 2008. Che Kai Campos e Dom Maker, nucleo storico del progetto, avessero dei pruriti shoegaze lo si era intuito già nel precedente Love What Survives (2017), ma The Sunset Violent riceve buona parte dei suoi colori da un utilizzo inedito della chitarra in prima linea nel conferire al disco intero un suono convincente, sporco, saturo. Campionamenti, drum machine vintage e sintetizzatori sono secondari rispetti ai fraseggi di chitarra, invertendo di fatto i rapporti che avevano caratterizzato fino ad ora le sperimentazioni del gruppo.

Sullo sfondo i deserti di Yucca Valley dove i musicisti si sono rinchiusi per scrivere il disco, tra documentazioni ambigue e sfuggenti su presunti avvistamenti di ufo nel passato nebbioso della cittadina californiana che li ha ospitati, saloon che sembrano non essersi accorti del passare dei secoli e un ristorante di sushi la cui unica funzione sembrerebbe essere riportare alla realtà di quella globalizzazione che qualcuno, fuori nel mondo, annuncia essere in fase crepuscolare, schiacciata dalla realtà delle guerre e delle crisi economiche.

Il disco è nato in questo contesto e da un’acuta riflessione sulla violenza e sul dolore, sull’incombenza delle minacce e sulla possibilità di rintracciare una forma di bellezza all’interno di questo quadro raccapricciante. I racconti di Roald Dahl fanno capolino nei testi inquietanti e nichilisti di Dom Maker che si appoggiano su armonie e suoni sempre sospesi e sempre angoscianti, mentre in copertina un’auto caduta in un fossato di una qualsiasi provinciale si erge a icona di bellezza dolorosa. Infine torna King Krule, presente in due brani del disco, ad approfondire una collaborazione che aveva già dato frutti deliziosi in Blue Train Lines nel 2017.

The Sunset Violent è un disco che merita di essere capito, e anche per questo abbiamo voluto parlare con Kai Campos e Dom Maker, che ci hanno fatto strada nel loro personalissimo inferno.

Sostanzialmente ogni volta che avete pubblicato un disco nuovo avete trovato il modo di rinnovarvi. L’impressione è che in questa occasione abbiate scelto di eleggere la chitarra a strumento dominante, strumento che fino ad ora era rilegato a un ruolo di supporto. C’è stata una riflessione a riguardo o è successo e basta?
Kai Campos
: Abbiamo sempre tenuto in grande considerazione la chitarra, ma non ci era mai successo di scrivere canzoni partendo da lì. Già prima di iniziare le sessioni nei deserti di Yucca Valley c’era l’idea di provare questa strada, perché ci sembrava una sfida interessante e allo stesso tempo una via per una maggiore libertà creativa. Rimane comunque nella nostra musica un modo di ragionare in termini di eventi sequenziati molto freddi che derivano dal nostro background elettronico, ma la strumentazione acustica ci ha sempre permesso di bilanciare questa schematicità, con tutti gli errori umani che comporta.

Avete anche scritto in modo diverso?
KC
: Diciamo che fino ad ora nella maggior parte dei casi le canzoni venivano costruite nello stesso momento in cui le producevamo. Questa volta invece ci siamo posti l’obiettivo di scrivere innanzitutto delle belle canzoni, e successivamente capire come farle suonare nel modo migliore possibile. Tutto questo alla fine credo che abbia portato a un grande cambiamento nello stile e nel sound del disco rispetto a quello che abbiamo fatto prima, ma perché c’è stato innanzitutto un cambiamento di approccio.

Il disco è nato principalmente a Yucca Valley, una cittadina, cito testualmente, con due saloon, un buon ristorante di sushi e un misterioso pregresso di avvistamenti ufo. Come ci siete finiti?
Dom Maker
: Non abbiamo pianificato di finire nel deserto di Yucca Valley, semplicemente le nostre vite ci hanno portato qui. C’è stato un lungo periodo in cui a causa del Covid ci sono state restrizioni nei viaggi e la conseguenza per noi è stata che io e Kai non abbiamo avuto occasione per molto tempo di scrivere musica insieme nella stessa stanza.
KC: Sì, quando c’è stata l’opportunità per me di andare in America abbiamo pensato di trovarci un posto meno caotico di Los Angeles, dove abitava Dom. Abbiamo passato un po’ di tempo a Yucca Valley e ci piaceva stare lì, abbiamo capito che quello sarebbe stato un posto in cui saremmo riusciti a trovare la concentrazione che cercavamo. Quando poi abbiamo iniziato a scrivere il disco, il posto è diventato un punto di riferimento per la musica e per il suono che abbiamo alla fine ottenuto.

The Sunset Violent, ovvero la dicotomia tra bellezza e minaccia incombente. È un titolo programmatico?
DM
: Sì, penso che sia un titolo che rispecchi il contenuto del disco. Cerchiamo di capire le situazioni che ci circondano, se possibile rintracciandone i lati più divertenti, interessanti e peculiari. L’America si presta molto a questa cosa perché c’è sempre questa situazione in cui la presentazione del sogno non ha nulla a che vedere con la realtà.

Il vostro primo disco insieme Crooks & Lovers risale al 2010. In cosa siete cambiati in questi anni?
KC
: Quando abbiamo iniziato eravamo poco più che ventenni e a quell’età uno dei motori principali nel fare musica è dimostrare agli altri o a te stesso quello che sai fare per crescere come band e come persone. Oggi siamo molto più legati al processo di creazione della musica, ci piace scoprire la nostra musica mentre la facciamo, e più andiamo avanti più la fiducia nel processo si rafforza. In ogni caso cerchiamo sempre di essere eccitati come quando avevamo vent’anni e di riconoscere la nostra identità, liberandoci però del bisogno di dover dimostrare qualcosa a tutti i costi. L’approccio è diverso, ma il fine, ovvero l’eccitazione, è lo stesso.

E invece come è cambiato il mondo della musica? Il vostro amico James Blake ha le idee molto chiare a riguardo: cosa pensate della sua iniziativa e di Vault, la piattaforma che ha lanciato come alternativa agli attuali modelli di streaming?
DM
: Penso che il modello di streaming attualmente dominante funzioni bene dal punto di vista dei consumatori e di un numero molto ristretto di artisti, mentre per la maggior parte dei musicisti rappresenta una visione insostenibile del futuro.

Pensate che per questo si stia perdendo qualcosa anche a livello artistico?
DM
: Sicuramente c’è un impatto, e credo che sia a causa di questo modello se stanno scomparendo cose come la durata delle canzoni, l’idea di fare degli album e forse anche quella di volerli ascoltare. Penso che tra chi lavora nelle principali piattaforme di streaming ci siano anche persone che hanno a cuore il futuro della musica, ma man mano sali ai vertici delle aziende credo che nessuno si preoccupi di questo, né tantomeno di favorire l’esistenza di musica che abbia anche un peso culturale.

Insomma, non se ne esce.
KC
: Non è facile, ma quello che ha fatto James e in generale tutte le alternative a questo modello meritano di essere scoperte, esplorate e incoraggiate perché, indirettamente o meno, siamo tutti responsabili dei modelli che dominano, sia quando ci piacciono, sia come in questo caso quando ci sembrano insostenibili. Credo che il problema principale, comunque, sia la rincorsa all’essere user friendly a tutti i costi. In ogni caso la migliore idea credo sia ancora quella di andare a comprare i CD.

Avete lavorato a vario titolo con molti artisti nella vostra carriera, sia come Mount Kimbie, sia separatamente. Eppure in qualche modo torna sempre King Krule, che in questo disco è presente in due brani. Cosa rende il vostro rapporto artistico così speciale?
KC
: Semplicemente ci piace molto il suo lavoro: oltre a essere un amico è una persona che sente la musica e che fa cose che nessun altro fa. Ci vediamo regolarmente e partecipa alla creazione dei nostri dischi praticamente dall’inizio. Siamo sempre stati ispirati da Archie e amiamo tutto quello che sta facendo nella sua carriera, e quindi è sempre un piacere avere dei pezzi con lui. Vogliamo continuare a lavorare con lui e pensiamo che la sua presenza su questo disco sia speciale e unica nel suo stile, rispetto a quello che avevamo fatto prima.

Farete altre date in Italia oltre allo Spring Attitude di Roma a settembre?
KC: Dovremmo, sì, sia i festival, sia un tour nostro.

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