I Mokadelic mettono in musica l’apocalisse ambientale, senza bla bla bla | Rolling Stone Italia
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I Mokadelic mettono in musica l’apocalisse ambientale, senza bla bla bla

Ovvero senza testi. Dopo aver lavorato con Salvatores e Sollima, hanno scritto 'Apocalysm', colonna sonora della fine del mondo. «Senza il rumore delle parole», ma con uno strano senso di liberazione

Mokadelic

Foto: Giulia Natalia Comito

Se gli chiedi come fanno a lavorare in cinque alla composizione di colonne sonore che arrivano a toccare anche le 37 tracce (vedi Romulus), i Mokadelic non rispondono. Mai. Di risolvere il mistero del coordinamento armonico interno al gruppo, che tra l’altro il più delle volte deve relazionarsi con un solo frontman esterno, il regista (Sollima, Rovere o D’Amore, in principio Salvatores), non se ne parla neanche: «È un codice che ci appartiene», risponde uno. «È una comunicazione non verbale perfetta», spalleggia l’altro. Sì, ma come fate? Raccontatemi un aneddoto, un segreto, una litigata. Allora tento di indagare le scelte legate ai singoli strumenti, il non-confine che hanno ottenuto tra digitale e distorsioni analogiche, ma di nuovo mi riportano al punto di partenza: nel gruppo ormai tutti suonano tutto, mi dicono.

Probabilmente non vale neanche più la certezza di star parlando con Cristian Marras, Maurizio Mazzenga e Alberto Broccatelli (che siano invece gli altri due, Mecozzi e Novelli?), mentre il vero cuore della chiacchierata si fa interessante: Apocalysm, il loro nuovo album per Blackcandy Produzioni, in uscita il 26 novembre, otto tracce dai titoli tanto ricercati quanto impronunciabili (le parole fanno rumore, e che non si dica che i Mokadelic non sono fieramente strumentali anche nel packaging).

Nelle intenzioni un cortocircuito di riferimenti al pianeta agonizzante (dall’orca Tilikum alla glaciazione Würm e le plastiche nel Pacifico). Nelle concept un memorandum onirico che forse vuole ricordarci la morte, o forse solo prepararci ad accoglierla. Nel risultato un unicum che tocca il picco della loro sperimentazione.

Il titolo è un neologismo: perché proprio Apocalysm?
Maurizio: Perché Apocalysm a noi richiama subito l’apocalisse, che è una cosa oscura. Ma in realtà il disco ha anche tratti meno dark e pessimistici. Serviva qualcosa di più ampio. Il concept non è tanto l’apocalisse quanto il grande cambiamento che stiamo già affrontando e che dovremo ancora affrontare. Il rapporto tra uomo e natura è un tema che ci portiamo dietro da molto tempo.

E che invece nel cantautorato non è che stia proprio spopolando.
Alberto: È che per noi il punto non è l’ecologia, né il messaggio ambientalista. Ci interessa la radice della problematica, che abbiamo indagato senza il rumore delle parole. Il punto zero, cioè l’apocalisse, per noi potrebbe essere anche una nuova rinascita. Non volevamo strangolare questo concetto nel suo significato letterale.
Maurizio: Anche perché non è un disco radiofonico. Le canzoni cantautorali parlano dell’essere umano, delle passioni, dell’amore, tutto è uomo-centrico.

Eppure un effetto impegnato ce lo trovo eccome, sembra la soundtrack della fine del mondo per surriscaldamento globale.
Alberto: Sicuramente è un album con una tensione forte. È stato concepito in un periodo in cui la tensione emotiva era alle stelle. Però quello che ci piace molto è proprio non indirizzarvi, in un periodo storico in cui provano ad indirizzarci su qualsiasi cosa. Ho parlato con persone che hanno avvertito la tua stessa sensazione, e altre che invece hanno sentito un grande senso di liberazione. Quindi vai, creati un giudizio ascoltando un brano senza paletti. Il concetto è: cazzo, so’ libero, e mo che faccio?
Cristian: E credo che questo sia il dono dell’essere strumentali. Il linguaggio è puntuale, indirizza il significato. Ma i suoni sono liberi, puoi essere sincero con le emozioni che provi. Quindi sì, la reazione all’ascolto di questo album va abbracciata.

Bene la libertà, ma tra di voi dovrete anche coordinarvi. E questo è un album con una radice antropologica. Le opinioni personali di cinque elementi come si traducono in chitarre, batterie, synth?

Alberto: Questa è la ricetta che nessun cuoco ti dirà mai. Quando dici: ma come la fai ‘sta carbonara? Eh, non te lo posso di’.
Cristian: Sono più di vent’anni che suoniamo insieme, io ho molta difficoltà a rispondere a questa domanda. Forse questa roba ha un suo fascino anche perché non riusciamo a spiegartela.
Alberto: È una comunicazione perfetta, solo che non è verbale.

Praticamente non è il segreto di un gruppo funzionante, ma del matrimonio perfetto.
Cristian: (Ride) Sì, è la relazione più lunga della nostra vita.
Maurizio: Ma ovviamente questo disco non è privo di contrasti. È quella la difficoltà che poi viene fuori in una relazione: come gestire i contrasti? Considera che abbiamo iniziato a comporre in lockdown, e da lì che emerge tutto quel magma oscuro che tu hai percepito ascoltando il disco.

Tecnicamente nessuno di voi è libero di comporre quello che gli passa per la testa. Non c’è un frontman né un leader. Questo tessuto armonico da dove esce fuori?
Alberto: Io credo che ormai sia un codice che ci appartiene. Sarebbe interessante capire come si è creato? Però, come in tutte le più belle storie d’amore, più ti fai domande e più rovini tutto.

Ok, sarà l’ennesima intervista senza risposta a questa domanda.
Alberto: All’interno del gruppo ci sono proprio delle coppie. Ma non si possono dire neanche queste.
Cristian: L’assenza di un frontman e di un cantato però ci ha imposto di trovare un equilibrio. Ci ha obbligati all’ascolto dell’altro. Siamo cinque, non siamo pochi. Ma siamo dispari, e fortunatamente questo aiuta nelle decisioni ad impronta democratica.
Maurizio: Le privazioni in effetti ci sono. Io percepisco nei limiti un buon motore per incanalare la creatività e farla convergere in delle sinergie con gli altri.

Posso giurare di avervi sentito dire che le etichette sono necessarie. Siete partiti con quella di band post rock, poi è subentrata l’elettronica e la neo psichedelia, fino a qualcosa di non inquadrabile. Oggi sapreste etichettarvi?

Cristian: Domanda difficile. Credo permanga un aspetto psichedelico, ci accompagna da sempre. A prescindere dalla natura più rock o più elettronica che diamo di volta in volta. Ma credo che l’elettronica sia la vera radice che ci tiene ancora attaccati a un’etichetta.

Gli accostamenti sono andati dai Godspeed You! Black Emperor a Morricone. Vi hanno influenzati davvero o ce lo siamo immaginato?

Cristian: Certamente ascoltare il post rock di fine anni ’90 è stata una grande rivelazione, perché ha offerto una nuova prospettiva. Liberava la struttura canzone, si apriva a delle composizioni molto lunghe. Spingevano lo spettatore a sedersi, ascoltare e vivere un’esperienza. Dei nostri primi incontri tra Roma e i Castelli Romani ricordo delle sessioni lunghissime di brani senza fine. Cavalcate vere, momenti di sperimentazione sonora.
Maurizio: Io credo che il post rock sia stata la scintilla all’inizio del nostro percorso. Il discorso di una musica colossale, lunga, strumentale, la non comunicazione come forma di comunicazione. Sì, le etichette non piacciono a nessuno, ma è anche giusto far parte di un flusso globale.
Alberto: All’inizio del percorso avere un’etichetta ti aiuta, in qualche modo devi definire la tua identità. È crescendo che un’etichetta può starti stretta.

Con il passaggio da tracce come A Nightmare Called Life a un brano come 135° W to 155° W and 35° N to 42° N si sente un forte lavoro di pre-produzione sui singoli strumenti. Più del solito. Possibile?
Alberto: Noi siamo un gruppo di omertosi (risata collettiva. Spoiler: ovviamente non me lo diranno).
Cristian: Ognuno di noi ha iniziato con uno strumento di base, ma nell’arco del tempo poi ha messo le mani negli strumenti degli altri. Io ho suonato le chitarre, Maurizio il basso, Alberto i synth… Adesso è diventato tutto un magma generale. Però sì, effettivamente abbiamo fatto un lavoro più fitto di pre-produzione. Soprattutto per trovare il giusto equilibrio tra mondo sintetico e analogico. Poi c’è chi voleva restare più nell’ambito soundscape e colonna sonora, chi no. Ma fondamentalmente tutti volevamo fare un passo avanti. Siamo riusciti ad armonizzare e riconcepire i ruoli dei singoli strumenti. Noi non siamo nati con i synth, li abbiamo scoperti. Anche facendo scuola di tutta l’esperienza nell’audiovisivo.

Ho questo ricordo: nel 2015 usciva Suburra, il film, con la sountrack degli M83. Nel frattempo era partita la prima stagione di Gomorra – La serie, con le vostre musiche. Da queste parti sembrava una rivoluzione… merito di Sollima?
Cristian: Il fatto che Stefano Sollima sia il regista di Suburra ma anche di Gomorra apre una considerazione generale: noi siamo cresciuti guardando film di carattere internazionale. Credo che i registi ci scegliessero per le sonorità ma anche per l’approccio non prettamente cinematografico, che costituiva una novità. In questo Sollima è stato un grande stimolo. Da A.C.A.B. lo avevamo intuito, ma gli effetti internazionali di Gomorra sulle nostre musiche sono stati inaspettati.

Sì, ma dov’era la chiave dell’internazionalità?
Maurizio: Stefano in A.C.A.B. ci ha incoraggiati a spingerci a sperimentare, da lì è nata una scintilla. L’accostamento che fai non è casuale, dopo aver usato gli M83. La chiave credo sia stata la relazione con quel regista. Spesso le colonne sonore vincenti sono frutto di una collaborazione stretta tra regista e compositore oppure di un’idea filmica molto forte. Questo spiegherebbe anche perché sono tanti i casi in cui un compositore fa le stelle su un progetto e poi rimane anonimo sugli altri.

Però voi riuscite a fare i Mokadelic su ogni progetto.
Cristian: Chi ci sceglie si aspetta un certo tipo di approccio musicale, ma lì inizia un percorso di libertà nostra. Siamo liberi di fare proposte e ci poniamo pochi limiti. Io riascolto poco le colonne sonore dei Mokadelic, ma so che non ne abbiamo mai fatta una con gli stessi canoni della precedente.

Il cast di Romulus sta sudando freddo con il protolatino. Per voi invece che tipo di stimolo è stato?
Maurizio: È stato un lavoro mastodontico. Il protolatino ti proietta in una primordialità che ci appartiene, così abbiamo cercato una strada più istintiva nella composizione. Più pancia e meno intelletto.

L’orchestra in particolare era una novità nella vostra produzione.
Cristian: Siamo partiti come sempre dall’aspetto elettronico per raccontare in modo contemporaneo qualcosa di lontano nel tempo. Ma ci servivano anche degli elementi umani, per connetterci con la terra. Da qui il coro. In particolare abbiamo fatto un sampling della sessione di bassi e di baritoni, manipolando dei campioni e inserendoli all’interno delle nostre composizioni. Questo fa subito atmosfera. A dire la verità a noi piace usare spesso dei campioni orchestrali, ma il vero suono orchestrale è inimitabile.
Maurizio: Tutto Romulus per noi è giocato su due entità: le divinità, che sono una costante, e la linea sanguigna. Musicalmente è stato affascinante rappresentare questo concetto.

Qualche tempo fa vi chiedevano se a questo punto riuscite a vivere di musica. Rispondevate no. Oggi vi pagano bene?
Cristian: Non riesco a immaginare una vita senza musica, ma la musica paga sempre la vita?
Maurizio: La verità? Ognuno di noi fa un altro lavoro. Oggi ci pagano bene, come si paga un buon compositore. Ma noi sempre cinque siamo.

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