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I Meshuggah sono ancora i matematici più infaticabili del metal

Intervista a Tomas Haake: il nuovo album ‘Immutable’ che uscirà il 1° aprile, l'eczema che da un anno gli impedisce di suonare, la costruzione dei ritmi, i ragazzini che replicano le sue parti in un giorno

Foto press

I Meshuggah stanno per partire per il loro primo tour in tre anni e il batterista Tomas Haake ha un sacco di cose a cui pensare. Insieme ai compagni della band è al lavoro per immaginare un nuovo palco, gestire i cambiamenti della crew, organizzare le prove, raccontare al mondo Immutable, il loro prossimo album in studio. La questione più urgente – la causa del rinvio delle date americane del tour – è però un’altra. Mentre lo intervistiamo via Zoom, in diretta dal quartier generale del gruppo a Stoccolma, Haake alza le mani davanti alla telecamera: sono coperte da guanti di cotone bianchi come i suoi capelli e la sua barba.

«Ho un eczema alle mani», spiega. «Ho le dita fasciate e devo mettere i guanti anche solo per sistemare il kit. Il che significa che non tocco la batteria dalle registrazioni del disco, cioè aprile 2021. È quasi un anno che non suono».

Il problema è apparso all’improvviso all’inizio del 2020. Due anni dopo, i medici non hanno ancora trovato una causa. «Sono andato da un sacco di specialisti e dermatologi, ma non se ne capacitano. Dicono che sembra un eczema da contatto, ma l’abbiamo escluso dopo tutte le analisi possibili. Va e viene, è una bella rottura, anche se non fai il batterista. Insomma, chi non ha bisogno delle mani?».

Vero, ma noialtri non dobbiamo usarle per guidare la sezione ritmica di uno dei gruppi più rivoluzionari del metal contemporaneo. Molte altre band metal negli ultimi 25 anni hanno venduto più dei Meshuggah. Poche, però, sono altrettanto rispettate. Dagli esordi nel 1987, il quintetto di Ümea – una piccola città nel nordest della Svezia – ha conquistato l’ammirazione di colleghi di alto profilo, grandi nomi di generi completamente diversi e anche di un grande comico. In più, hanno dato vita senza volerlo a un sottogenere fatto di riff sferraglianti suonati su chitarre personalizzate a otto corde, ritmi sovrapposti che si scontrano come placche tettoniche e i ruggiti implacabili del cantante Jens Kidman.

Al centro di questo ballet mécanique c’è Haake, che in qualche modo riesce ad accompagnare la band stoicamente e contemporaneamente inserire accenti diabolici sui suoi ritmi. Il sound innovativo e la centralità del batterista dei Meshuggah sono elementi fondamentali del metal contemporaneo, esattamente come i dischi di J. Dilla hanno influenzato l’hip hop e l’R&B degli anni ’90 e oltre.

Per Haake, che ora ha 50 anni, il titolo del disco – Immutable, in uscita il 1° aprile – è un po’ un omaggio alla determinazione incrollabile della band, al modo in cui, all’inizio della carriera, hanno trasformato le influenze dei gruppi della new wave of British heavy metal e del thrash britannico in uno stile particolare, uno stile a cui si sono dedicati come se fosse un vero manifesto.

«È come se avessimo preso una via laterale al metal, diciamo così, e non abbiamo mai cambiato direzione, ci siamo spinti sempre più in fondo. C’entrano gli strumenti che suoniamo, le persone che coinvolgiamo, il modo in cui siamo e lo stile di canto di Jens», dice. «Conosciamo i nostri limiti e sappiamo cosa vogliamo… Quindi sì, la band è immutabile, nel senso che i nostri obiettivi non sono cambiati».

Di conseguenza, Immutable ha un suono tipicamente Meshuggah. Brani aggressivi come God He Sees in Mirrors, I Am That Thirst e il recente singolo Light the Shortening Fuse sfruttano in maniera brillante i riff intrecciati tipici del loro stile, un bombardamento che mescola l’headbanging con grande complessità ritmica, formando così un groove irresistibile. I 67 devastanti minuti del disco sono puntellati da alcuni pezzi differenti, tra cui il lento crescendo di Broken Cog, con un’inquietante parte recitata dal chitarrista Mårten Hagström; Black Cathedral, un interludio per chitarra al tremolo; e They Move Below, uno strumentale di oltre nove minuti in cui un’intro cristallina e pulita lascia spazio a un ritmo lento e rumoroso e assoli melodici.

«A qualcuno la presenza di uno strumentale sembrerà strana», dice Haake. «Ma ci vogliono pezzi del genere per guidare l’ascoltatore in un viaggio. Facciamo dischi alla vecchia maniera, sono concepiti per essere ascoltati dall’inizio alla fine, non importa se oggi la gente salta da un pezzo all’altro su Spotify». Per spiegarsi meglio cita una pietra miliare del metal, un disco in cui un gigantesco strumentale prog spezza in due la scaletta. «La nostra guida era Master of Puppets. They Move Below è la Orion di questo album».

I fan della band apprezzeranno gli inimitabili assoli del chitarrista e co-fondatore Fredrik Thordendal, presente in quattro pezzi dell’album. Il suo ruolo nella band è un punto interrogativo da anni, soprattutto da quando si è ritirato dai tour nel 2017 (Haake dice che il chitarrista è al lavoro sul seguito del suo debutto solista, il cult del 1997 Sol Niger Within, e sta costruendo uno studio casalingo, dove ha registrato le parti del nuovo disco). Quest’anno Thordendal tornerà in tour coi Meshuggah, e com’è evidente in un altro singolo, The Abysmal Eye, il suo contributo in Immutable – bordate veloci e disturbanti che colpiscono l’ascoltatore come un taser fantascientifico – è la ciliegina sulla torta.

«È stato davvero figo ricevere i file con le sue parti», dice Haake. «Non è mai venuto in studio perché non ce n’era bisogno, ha registrato a casa sua. Quando abbiamo sentito le sue cose ci siamo detti: ecco Fredrik, ecco i classici Meshuggah. Eravamo felici di non dover usare un altro chitarrista per quelle parti da solista, non sarebbe stata la stessa cosa».

Haake aggiunge che anche se il disco è stato scritto durante il Covid, la pandemia non ha influenzato più di tanto i musicisti della band. Anzi, li ha aiutati a rilassarsi più del solito. «In passato eravamo molto duri con noi stessi, soprattutto nel rispettare le deadline e cose del genere», dice. «Questa volta ci siamo presi il nostro tempo, non volevamo ritrovarci in quella situazione». La pandemia è arrivata subito dopo la fine di un tour, così si sono separati per scrivere individualmente – Hagström ha composto metà disco da solo, Haake e il bassista Dick Lövgren hanno scritto insieme qualche pezzo, mentre Lövgren si è occupato del resto. Per il precedente The Violent Sleep of Reason (2016) avevano registrato dal vivo in studio, ma questa volta hanno lavorato separatamente. Haake, Lövgren e Hagström negli Sweetspot Studios di Halmstad, Kidman a casa sua.

Haake è l’autore principale dei testi. Nonostante la pandemia, s’è ritrovato a pensare a problemi più insidiosi della nostra società. In un brano, Armies of the Preposterous, fa riferimento a “una pandemia, un contagio a cui vi abbandonate”, ma in realtà parla «dell’ennesimo ritorno dell’estrema destra in Europa e nel resto del mondo, delle implicazioni di questo fenomeno». Light the Shortening Fuse, un brano scritto interamente da Hagström, è invece una riflessione su «quello che ci stanno facendo i social media».

La band ha sempre gettato uno sguardo amaro sulla condizione umana e Haake non nutre grandi speranze per il nostro futuro. Per spiegarsi mostra la copertina di Immutable, dove uno scheletro è avvolto dalle fiamme, armato di coltello. «Non c’è la guerra o il genocidio e altre cose orrende, ma con il cambiamento climatico la faccenda si farà difficile. E poi c’è la questione Ucraina. Sono cose che accadono da sempre in tutto il mondo. È l’immutabilità dell’uomo, se vuoi. La copertina dice: stai bruciando, amico, ma pensi ancora al coltello. Che cazzo hai che non va?».

Haake ora è una forza musicale e concettuale fondamentale per la band, eppure quand’è entrato nei Meshuggah – nel 1990, al posto del primo batterista del gruppo – era l’anello debole. È cresciuto a Örnsköldsvik, in Svezia, ammirando leggende dell’hard rock come Vinny Appice (Dio, Black Sabbath) e Cozy Powell (Rainbow, Jeff Beck), e giganti del prog come Phil Collins e Neil Peart, punti di riferimento in quanto «batteristi che non facevano necessariamente solo i batteristi». La sua tecnica, però, era tutta da sviluppare.

«Il primo batterista, Niklas Lundgren, ha lasciato la band nell’89 ed era molto più avanti di me. Quando sono arrivato io, la band ha dovuto abituarsi a un batterista di un livello inferiore. Durante i primi anni ho lavorato parecchio per raggiungere quello standard. Eravamo giovani e super entusiasti. A volte provavamo per 10 o 14 ore di fila mangiando soli dolci e gelato».

Il risultato di quella dedizione e dell’iperattività di cui parla Haake è evidente nel debutto del 1991 Contradictions Collapse. Band come Bathory ed Entombed avevano già messo la Svezia sui radar degli appassionati di metal estremo, ma già allora era chiaro che i Meshuggah attraversavano un territorio molto diverso, una versione cerebrale e ispirata dalla fusione di stili degli Anthrax.

Nonostante nessuno dei membri della band sia ebreo, il nome che hanno scelto – una parola Yiddish che significa “pazzo” e che Kidman ha trovato per caso su un dizionario – è sempre sembrato stranamente adatto (quando gli chiediamo cosa ne pensa oggi, Haake risponde: «A un certo punto smetti di pensarci, non importa se è figo o un po’ banale… in fondo anche Metallica è davvero un nome figo di per sé? Alla fine lo diventa solo se il gruppo vale»). Nel secondo LP, Destroy Erase Improve (1995), hanno messo alle spalle le loro influenze, inventando un nuovo standard per il prog-metal futuristico e i ritmi spaccacervello. Qualche anno dopo, Rolling Stone US li ha definiti “metal per professori di trigonometria”.

Alcune band cercherebbero di liberarsi della reputazione di gruppo freddo e meccanico, ma i Meshuggah hanno fatto l’opposto. Per Chaosphere del 1999 hanno iniziato a scrivere completamente online, separatamente, per poi imparare a suonare i brani insieme in un secondo momento. Adesso quel modo di lavorare è legge per la band: chiunque scriva un pezzo deve anche programmare la batteria, fino ai minimi dettagli. «È un modo strano di lavorare, ma l’abbiamo fatto per così tanto tempo che ora è l’unico possibile», dice Haake. «Non saremmo la stessa band senza questi strumenti [tecnologici], ci hanno aiutato a implementare le idee in maniera diversa dalle semplici jam. Senza avremmo un suono diverso».

Un altro elemento chiave del sound dei Meshuggah è emerso nel 2002, con Nothing. È la loro bizzarra abilità di suonare versioni barocche e heavy del 4/4, uno stile che permette loro di inserire ritmi destabilizzanti per l’ascoltatore, ma allo stesso tempo ancorandolo a una pulsazione a prova di bomba. Se i primi Meshuggah suonavano come una contrazione senza fine, a metà della loro carriera i brani hanno iniziato a respirare, a proiettare una strana serenità nel mezzo del solito mare di informazioni sonore (non a caso Nothing è il loro primo disco entrato nella Billboard 200). Haake dice che questa tattica ritmica si è sviluppata grazie alla voglia di mettersi alle spalle le proprie influenze.

«Siamo cresciuti ascoltando un bel numero di band che suonano tempi dispari, dal prog a cose tipo Marillion e Rush. E Fredrik era fissato con la fusion grazie al padre, che faceva il sassofonista. Noi però volevamo trovare un nostro groove, fare le cose a modo nostro», spiega. «La maggior parte dei nostri pezzi è un semplice 4/4. Una volta stabilito il ritmo puoi andare dove vuoi, il resto del brano è scritto intorno a quell’elemento fisso. L’abbiamo capito subito, ci ha permesso di trovare il nostro groove… Sono convinto che abbiamo bisogno di questo elemento più diretto, ci permette di aggiungere tutte quelle idee assurde di riff. È il nostro marchio di fabbrica da un bel po’ ormai».

Tutti gli elementi della versione matura dei Meshuggah – il metodo di scrittura, l’abilità di bilanciare la complessità con il groove e la ricerca costante del perfetto suono heavy – hanno dato vita a una band spesso imitata, ma impossibile da replicare. Hanno anche reso Haake una leggenda nel mondo dei batteristi, celebrato per la grande tecnica dimostrata in pezzi come Bleed (da Obzen, 2008), in cui suona la doppia cassa con la grazia di un ballerino di tip tap, il tutto mentre padroneggia una sequenza ritmica in costante evoluzione. Su YouTube c’è un’intera sezione di video costruita attorno a Haake, non solo le riprese delle sue performance, che raccolgono milioni di visualizzazioni, ma anche tutorial e video reaction. Per dire, se volete sapere cosa pensa un batterista jazz di Bleed, la risposta è a portata di clic.

Haake si è abituato a osservare le sue parti vivisezionate con cura o addirittura replicate a velocità quasi istantanea. Prendete il singolo di lancio di Immutable, The Abysmal Eye. «Quel pezzo ha delle difficoltà fisiche, serve resistenza come nella cardio», dice. «L’abbiamo pubblicata e nel giro di due giorni c’erano già video di ragazzini che la suonavano dall’inizio alla fine… Fico, ma questi ragazzini imparano in fretta, è fastidioso», aggiunge ridendo. «Insomma, ma come diavolo fanno? Hanno capito il pezzo in 23 ore e mezza. Che avete che non va?».

Suonare quelle parti pazzesche di batteria ogni sera ha lasciato il segno su Haake. Nel 2009, un’ernia lombare non curata gli ha provocato dolori alla gamba e al piede. E, cosa persino peggiore per chi fa il suo mestiere, «il piede destro non dava retta al cervello», causando imprevedibili perdite di controllo. Haake sta ancora affrontando questi problemi, che gli hanno tolto un po’ del piacere di suonare dal vivo. Ora, mentre si prepara a tornare sul palco, deve affrontare anche l’enigma dell’eczema. «È deprimente, amico», ammette. «Cerco di restare positivo e non buttarmi giù. Certe cose succedono. Speriamo che i nuovi medici abbiano qualcosa per aiutarmi a uscirne. Detto questo, suonerò comunque».

Acciacchi a parte Haake non è alla ricerca di un lavoro alternativo. Al momento sta lavorando a nuove idee musicali con la fidanzata, l’attrice di Orange is the New Black Jessica Pimentel, e dice che un giorno potrebbero registrare e pubblicare un disco insieme. Per il momento si accontenta della band. Quando gli chiedo se ha ambizioni irrealizzabili nel contesto dei Meshuggah, risponde con un netto no.

«Non ho mai sentito il bisogno di andare da altri musicisti o fare musica diversa», dice. «Avevo 19 anni quando sono entrato nella band, questa è l’unica musica che mi interessava suonare, non mi è mai sembrato un limite».

Poco dopo riassume la storia sua e dei Meshuggah in poche parole: «È l’unica cosa che ho sempre sognato di fare, e ci sono riuscito».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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