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I Major Lazer sanno come si organizza una festa globale in un’epoca senza feste

Abbiamo intervistato il trio per l'uscita di ‘Music Is the Weapon’, un altro giro del mondo che attraversa generi e luoghi. Ci hanno parlato di ricerca e produzione, hardcore e mainstream, concerti nei drive-in

I Major Lazer

Foto press

Sono successe parecchie cose nel mondo dei Major Lazer da quando, nel 2018, Diplo ne ha annunciato la fine. La più evidente, come avrete capito, è che la band non si è sciolta. Nel 2019, vista la dipartita di uno dei suoi membri, Jillionaire, il progetto ha accolto un nuovo elemento, Ape Drums, producer americano del roster della Mad Decent, storica etichetta di Diplo su cui escono gli stessi Major Lazer. Sempre in quell’anno hanno pubblicato un EP, Africa Is the Future, e collaborato con Beyoncé per Already, brano contenuto in The Lion King: The Gift. Lo scorso mese è stato presentato Chasing the Sound, interessante documentario etnomusicale girato tra Nigeria e Ghana, ad anticipare l’uscita del quarto album in studio della band, Music Is the Weapon.

Music Is the Weapon è un altro giro del mondo firmato Major Lazer, un agglomerato urbano di suoni provenienti dall’Africa, India, Sud e Centro America, contaminati con l’esperienza culturale occidentale. La Giamaica di Skip Marley, Shenseea, BEAM e Busy Signal, il Brasile di MC Lan e Anitta, la Colombia di J Balvin, la Nigeria di Mr Eazi e Joeboy, la Repubblica Dominicana di El Alfa, l’India di Nucleya e Rashmeet Kaur, Trinidad e Tobago di Nicky Minaj. «È davvero stimolante poter far conoscere un determinato artista, o genere musicale, a persone che probabilmente non ne sono a conoscenza», ci racconta Ape Drums su Zoom, «amiamo scoprire la musica che arriva da certi luoghi del mondo e ci divertiamo a farla con gli artisti locali».

I dischi dei Major Lazer sono difatti dei veri e propri viaggi geografici. «Spesso pensiamo a certe realtà come lontane da noi perché ci spaventa realizzarne la reale vicinanza», spiega Walshy Fire, membro di origini giamaicane e ghanese da dieci anni alla guida di Major Lazer. «Per me, ad esempio, è stato importante poter andare in Ghana a girare quel documentario; quelle sono le mie origini. Con questi dischi e questi documentari vogliamo mettere in luce le unicità di queste popolazioni e di questi artisti che ci ispirano e con cui spesso poi collaboriamo. In un certo senso, è come mettere insieme certi pezzi del puzzle». Lo spirito musicale dei Major Lazer è sostenuto da una continua ricerca di suoni dal globo, un digging profondo nei sentieri meno esplorati dalla nostra cultura. «È un percorso che ognuno di noi fa in maniera personale, setacciando negozi di dischi e blog. La ricerca è una parte fondamentale dell’essere un produttore. Oltretutto, in quanto dj, siamo abituati ad una costante ricerca di nuova musica da suonare».

Per una band che è riuscita a scrivere successi clamorosi come Lean On (tre miliardi di views su YouTube, 1,4 miliardi di ascolti su Spotify), sembra quasi impossibile credere nella tranquillità con cui continuano a ripeterci che non vivono con la pressione di dover ripetere un successo di tale portata, «non sentiamo e non viviamo pressioni esterne. La pressione e i numeri sono una cosa che interessa i media e il resto del mondo, non noi. Per noi far musica è un divertimento, non può essere altro. La pressione è un problema che molte persone hanno quando entrano in questo business e ricevono le prime attenzioni. Iniziano a farsi domande su come piacere e questo solitamente è controproduttivo. Se perdi la capacità di divertirti nel far musica, probabilmente perdi anche le caratteristiche che ti contraddistinguono dagli altri. Quando arrivi a quel punto devi aver la lucidità di fermarti, fare un passo indietro e ritornare a goderti il processo creativo e l’idea di fare arte». Continua Welshy Fire, «abbiamo sempre voluto mantenere quell’anima dura e cruda che ci contraddistingue ma, naturalmente, negli anni il nostro seguito è cresciuto e ora in produzione è normale che pensiamo anche alle grandi arene e alle grandi folle e non solo più limitandoci ai piccoli club. È parte di ciò che siamo ora. Ma questo non ci toglie dalla testa l’idea di realizzare brani pensati per situazioni più hardcore, dal sostrato da cui arriviamo. Abbiamo iniziato da cose piccole e ora siamo qui. Nella nostra idea di musica convivono queste due energie».

Muovendoci tra generi, località, etnie, il filo conduttore è il ritmo, il corpo, la danza. Ogni brano ha l’ambizione di sintetizzare energia, di creare festa, di musicare momenti di unione. In un mondo privato dei live, anche i Major Lazer si sono dovuti adeguare, «ci siamo esibiti in alcuni dj set in live streaming. Ora abbiamo in programma un piccolo tour di drive-in show dove le persone possono venire, ma rimanendo nelle loro auto. Qui negli States stiamo iniziando ad utilizzare questa possibilità; meglio che nulla. Noi lo facciamo solo per i fan, per dare qualcosa con cui divertirsi e svagarsi in un momento del genere. Ma i live show sono un’altra cosa e devono tornare presto. Bisogna ritornare ad assaporare la musica dal vivo». Per questo l’intenzione è cercare di mantenere una comunicazione aperta e diretta con la fanbase. «Ci piace dare ai fan la possibilità di scoprire il dietro le quinte del mondo della musica, cosa significhi essere in tour, produrre un disco o un documentario. Dare quel piccolo pezzo è raccontare qualcosa di sconosciuto al pubblico, qualcosa che potrebbe non conoscere».

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Music Is The Weapon è un disco da festa in un’epoca senza feste, ma questo non ha scosso la band. L’intero universo Major Lazer risuona ancora nella definizione di Welshy Fire, «rendere il mondo più piccolo con una festa sempre più grande». E, a dieci anni dagli esordi, nonostante i grandi successi, le tensioni interne e questi tempi assurdi, la filosofia della band è rimasta questa, unire il mondo in unico grande party.

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