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I Lemon Twigs sono il gruppo rock’n’roll più spudorato al mondo

Negli anni ’70, i fratelli D’Addario sarebbero stati dei teen idol. E invece sono folli revivalisti che suonano mini opere rock con furore e spirito adolescenziale. «Dite che siamo una caricatura, tipo Spinal Tap?»

I Lemon Twigs: i fratelli Brian (a sinistra) e Michael D'Addario

Foto: Michael Hili

«Ho ascoltato tanto Cat Stevens. E poi roba degli anni ’20 come Henry Burr e Rudy Vallee». Altro che vintage: gli anni ’20 del Ventesimo secolo, Burr e Vallee sono crooner di cent’anni fa. Classe 1998, Brian D’Addario fa questi nomi parlando dei suoi ascolti durante le registrazioni di Songs for the General Public, il terzo album dei Lemon Twigs. Ma con la voce impastata da un risveglio a colpi di interviste promozionali, ci tiene a specificare, parlando per sé e per suo fratello Michael, poco più giovane di lui: «Non siamo tipi da farci ossessionare da un singolo artista, non ci fissiamo solo su una cosa e basta».

E si sente, considerato lo spettro caleidoscopico di stili e sonorità offerto dalle 12 canzoni di Songs for the General Public: glam rock, pop barocco, strizzatine d’occhio prog, seduzioni da spettacolo teatrale e sbandate punk. Hell on Wheels, la prima canzone, potrebbe essere un pezzo dei Mott the Hoople di Ian Hunter. «Molti ci hanno paragonati a loro», spiega Brian al telefono da casa sua a New York, «ma non posso dire che siano una nostra influenza dato che non li conosco bene». Il secondo pezzo dell’album, Live in Favor of Tomorrow, è invece un’allegra cavalcata in territorio Wings: «Altre canzoni non raccontano sempre la mia visione delle cose, ma offrono un punto di vista più generico utile alla buona riuscita del brano. Non è questo il caso: mi sento perfettamente in sintonia con questa canzone, gioiosa e potente».

Passando in rassegna la scaletta di Songs for the General Public, Brian sceglie come miglior brano del disco la ballata Ashamed: «È la canzone più bella e, siccome non è un pezzo che ho scritto io, ma mio fratello Michael, posso dirlo oggettivamente. Ha un testo interessante, mi emoziona». È una piccola suite in due parti, voci sovrapposte e chitarre acustiche nella prima, crescendo di vocalizzi e feedback elettrici nella seconda.

Foto: Michael Hili

I Lemon Twigs sono un’impresa a conduzione familiare. I due fratelli Brian e Michael suonano insieme da sempre, spinti dal padre Ronnie D’Addario, musicista navigato. «Ci sono video di noi che a 3 e 5 anni suoniamo canzoni dei Beatles che ci aveva fatto conoscere papà», ricorda Brian. E, quando spiega chi erano i propri idoli musicali da adolescente, fa un altro salto indietro nel tempo: «Gli Who e i Beach Boys». Oldies su oldies, salvo un’eccezione, quasi a giustificarsi: «Da ragazzino mi piacevano anche i My Chemical Romance, ma è vero: ho sempre preferito roba vecchia».

Se fossimo negli anni ’70, i Lemon Twigs sarebbero molto probabilmente dei teen idol. Ci sarebbe una Lemon Twigs-mania, come la Rollermania, il fanatismo per un altro fenomeno pop rétro che inevitabilmente Brian e Michael D’Addario ricordano: i Bay City Rollers, tra rock’n’roll e ruffianate da hit parade. «In realtà non ci ho mai pensato», dice Brian, «ma forse sì, penso che tutto sia possibile». Invece siamo nel XXI secolo e i Lemon Twigs sono un piccolo culto. Chi sono i loro fan? «Ai nostri concerti ci sono tanti ventenni, poi trentenni, quarantenni, cinquantenni. Bella gente, persone entusiaste».

Bella gente, persone entusiaste come Elton John, Todd Rundgren o Tony Visconti, colossi della musica anni ’70 che hanno espresso grande amore nei confronti dei Lemon Twigs. «È stata una delle cose più bizzarre che ci sono successe in tour», ricorda Brian D’Addario. «Era il nostro secondo concerto in Inghilterra e, finito di suonare, abbiamo trovato ad aspettarci nel backstage Tony Visconti. In quel momento pensavamo che solo persone che conoscevamo personalmente apprezzassero la nostra musica e invece abbiamo scoperto di avere altri fan».

Sì, Tony Visconti – produttore di David Bowie, T-Rex, Sparks e Badfinger, per citare artisti che vengono in mente ascoltando i Lemon Twigs – è un grande fan dei fratelli D’Addario. Cosa potrebbe essere un disco dei due prodotto da lui? «Avevamo pensato di coinvolgere Tony Visconti alla fine del nostro secondo album, Go to School, ma poi ci siamo persi nel nostro mondo». Un mondo di cui fa parte anche Jonathan Rado dei Foxygen, che ha lavorato su tutti i dischi dei Lemon Twigs, dall’esordio del 2016 Do Hollywood a Songs for the General Public.

Ma tra mullet, piume, pantaloni a zampa, composizioni pompose e calci volanti sul palco, Brian e Michael D’Addario rischiano di sembrare una caricatura più o meno volontaria degli anni ’70. Insomma, una sceneggiata mock rock stile Spinal Tap. «È la prima volta che qualcuno me lo fa notare», ammette un po’ imbarazzato Brian, «ma il film mi piace, è divertente».

In ogni caso, i Lemon Twigs non amano le etichette e non si considerano un semplice gruppo rock’n’roll passatista: «Buona parte del rock’n’roll è morto e la sua epoca d’oro è durata veramente poco: è stato un lampo nella storia della musica. Per un breve momento c’è stata una concentrazione incredibile di ottime band rock, ma ora ce ne sono pochissime. E tra queste poche alcune magari non si definiscono neanche rock, ma semplicemente pop. Noi stessi non ci riteniamo un gruppo rock perché spaziamo tra cantautorato, ballate, pop e qualcosa che possiamo anche chiamare opera rock».

‘Songs for the General Public’ uscirà il 21 agosto

La vita on the road dei Lemon Twigs non tocca minimamente gli stereotipi da Almost Famous, sesso, droga e rock’n’roll. Niente groupie, niente feste. «Anzi, siamo l’esatto opposto. Anche se ci svegliamo presto, finiamo sempre per essere in ritardo. E quindi è sempre una corsa da una città all’altra per fare il soundcheck. Poi cerchi un posto per mangiare, suoni e riparti. Ci piace parlare con le persone dopo i concerti, sentire direttamente da loro cosa pensano della nostra musica, ma sono incontri velocissimi e capitano raramente perché, ora che smonti, nel locale non c’è più nessuno».

Sgomberiamo il campo da potenziali leggende metropolitane. I fratelli D’Addario non hanno niente a che vedere con l’omonimo marchio di corde per chitarra. Mai ricevuto neanche un endorsement? «Tanto tempo fa ci avevano dato dei cavi per i microfoni, ma poi è finita lì. Non siamo bravi in questo tipo di cose. Ma usiamo spesso le loro corde, sì».

Questo è un ottimo gancio per parlare di strumenti musicali, ovviamente vintage e spesso legati – anzi, proprio appesi – alle quattro mura di casa D’Addario. «Ora sto usando una Stratocaster del 1977 e una BC Rich Mockingbird. E il basso che abbiamo è un Precision degli anni ’70 di nostro papà… Anche la batteria che usiamo tuttora ce l’avevano regalata mamma e papà. È una specie di batteria giapponese degli anni ’70, suona molto bene».

Ma Brian e Michael non sono stanchi di essere una cosa sola, dalla cameretta ai palchi di mezzo mondo, sempre insieme? «No, le cose funzionano bene. Abbiamo tante canzoni ed è ovvio che ognuno vorrebbe suonare di più le sue», spiega Brian, «ma per il momento andiamo avanti così senza problemi. Faremo sicuramente altri dischi con su canzoni di entrambi, ma già dopo questo album potrebbero arrivare album solisti a nome proprio».

A fine luglio, quando Brian risponde a questa intervista, la situazione Covid a New York è, parole sue, stabile. Ma la pandemia ha posticipato la pubblicazione di Songs for the General Public e rende improbabile un tour, americano o mondiale, nel giro di pochi mesi. «Non ci voglio neanche pensare», dice Brian, «perché qualsiasi siano le nostre aspettative potrebbero essere deluse: ogni cosa può essere rinviata o saltare da un momento all’altro. Mi piacerebbe però fare qualche live in streaming ben prodotto, filmato bene. Perché tutto quello che ci piace fare ha dietro un grande sforzo, un lavoro serio. Quindi, l’unica cosa che ora possiamo fare davvero è scrivere nuove canzoni».

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