I Kings of Convenience sono tornati per dirci che la felicità è uno stato transitorio | Rolling Stone Italia
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I Kings of Convenience sono tornati per dirci che la felicità è uno stato transitorio

'Peace or Love', il primo disco dei norvegesi da 12 anni a questa parte, parla di «piccoli momenti reali». Eirik Glambek Bøe e Erlend Øye ci hanno raccontato com'è nato e come gestiscono i dissidi fra di loro

Kings of Convenience

Foto press

Non penso di essere stato l’unico ad aver ripescato i primi tre dischi dei Kings of Convenience per cercare equilibrio durante lo stress pandemico. Poca musica leggera dà un senso di armonia come quella del duo norvegese, incastri vocali e chitarristici amalgamati nella naturalezza di un abbraccio. Forse per questo ascolto ripetuto e meditativo, non mi sembra nemmeno siano passati 12 anni dal loro ultimo lavoro in studio, Declaration of Dependence. Impegnati nei rispettivi progetti solisti, The Whitest Boy Alive e Kommode, e separati geograficamente tra Sicilia e Norvegia, i due hanno portato avanti le loro vite a distanza, continuando lentamente a scrivere e registrare questo nuovo lavoro. Peace or Love, uscito ieri, si inserisce con grazia nella tradizione del duo, come se il tempo fosse rimasto immobile. Abbiamo quindi colto l’occasione per dividerci in una chiacchiera alternata tra la Norvegia di Eirik Glambek Bøe e la Sicilia di Erlend Øye.

Dodici anni sono tanti. Come mai avete deciso di tornare proprio adesso?
Eirik: Sembra un ritorno, ma per noi non lo è. Ho iniziato a lavorare a questo disco nel 2012, quando ho scritto Rocky Trail. Poi c’è voluto tempo affinché Erlend trovasse il suo per scrivere dei brani, oltre a quello necessario a cercare il miglior studio e trovare il momento migliore per registrare. Ciò che ci rallenta molto è riuscire ad ottenere il momento e il luogo perfetti per lavorare assieme. La pandemia ha poi causato un ulteriore ritardo.

Come nasce una canzone dei Kings of Convenience?
Eirik: La maggior parte del songwriting lo facciamo da soli. Registriamo demo e poi ce li mandiamo, ci scambiamo idee. Song About It invece l’abbiamo scritta a casa di Erlend, nel suo salotto, ma questo accade raramente. Le nostre canzoni nascono principalmente come lavori individuali.

E quando nell’equazione entra invece una vostra cara amica come Feist?
Erlend: Con Feist ci siamo trovati qui in Sicilia nell’estate del 2019. Qui abbiamo provato a registrare Love Is A Lovely Thing all’unisono, ma non ci convinceva. Ci siamo rivisti a settembre a Berlino per registrare quattro brani e a qualcuno è venuta l’idea di riprendere Love Is A Lovely Thing e di registrarne le parti individualmente, una strofa ciascuno. Il primo take è quello che si sente nel disco. Potendo cantare da soli, siamo riusciti a cantare in un modo più personale, liberi dalla precisione dell’unisono. Nel brano si sente proprio che quando cantiamo siamo liberi. Quando si registra bisogna sapersi ingannare, trovare un gioco che ti porti altrove, che non ti faccia pensare che in quel preciso momento stai registrando.

Solitamente invece come registrare le canzoni per il disco? In presa diretta per cattura la magia del momento o registrando separatamente le tracce?
Eirik: Cerchiamo di registrare tutte le nostre canzoni in presa diretta, dal vivo, con due microfoni. Seduti e rilassati. È difficile trovare la take perfetta, perché anche aver suonato e cantato perfettamente non significa aver raggiunto la miglior registrazione possibile. Deve esserci un elemento di sorpresa, qualcosa che è accaduto e di cui non conosciamo il motivo. A volte è un errore microscopico o un fiato preso in un certo modo che dà una certa texture al cantato. Deve esserci qualcosa di sorprendente.

Per i titoli dei vostri dischi avete da sempre prediletto un qualche gioco di parole, un contrasto linguistico. Quiet Is the New Loud, Riot On an Empty Street, Declaration of Dependence. Stavolta è il turno di Peace or Love. Come nasce questo titolo?
Eirik: Il titolo è una frase di Øystein Gjærder Bruvi, chitarrista della mia band Kommode. Me lo scrisse per messaggio. Peace or Love penso sia una descrizione corretta di cosa si incontri nella vita, al contrario di peace and love che è una visione utopica di cosa possa essere la vita da cui non puoi che rimane deluso. Tendiamo a riempirci la mente di queste aspettative, ma non esiste la felicità eterna. La felicità è uno stato transitorio, accade quando qualcosa di negativo viene tramutato in qualcosa di bellissimo o nuovo. Per questo l’idea della felicità eterna ci rende irrequieti, ci fa sentire inadeguati e impreparati. Ma semplicemente la vita non è disegnata per la felicità eterna. Dobbiamo stare attenti alle parole che ci mettiamo in testa e che mettiamo in testa agli altri. Peace and love è una cosa bella, certo, ma che si può avere solo per un ristretto periodo di tempo. L’amore è una forza dinamica, l’amore smuove, crea cambiamento. E così la pace finisce.

Erlend: Si può crescere con il cliché, con l’utopia del peace and love, ma a una certa età devi accettare che si possa raggiungere la pace e non l’amore o viceversa. Dipende da te, è una scelta che devi fare. Penso a come sia diversa la mia idea d’amore da quella di Eirik. Lui ha trovato l’amore in sua moglie, nella famiglia. Per me l’amore non è mai stato l’amore per una donna, quanto per la musica. E cosa significa pace? Cosa significa amore? Amore è una parola così grande di cui ognuno ha una propria visione soggettiva. Tu puoi saper cosa significa, ma solo per te, non puoi sapere cosa c’è dentro il cuore di un’altra persona.

Di cosa vi interessa cantare ora, a cosa ambisce Peace or Love?
Eirik: È davvero difficile scrivere una canzone su un argomento ampio come l’amore o la vita. È difficile essere sinceri quando si scrive di qualcosa di così grande, spesso si cade nei cliché. Se ti focalizzi su piccoli momenti, piccoli dettagli della vita, cose che magari durano due secondi come un sentimento che ti attraversa per un attimo, è più semplice essere vero. E lì che si sente che davvero credi in quello che stai cantando. Piccoli momenti, conversazioni tra due persone, un sentimento che passa. Questo è ciò di cui parlano le nostre canzoni: piccoli momenti reali.

Cosa vi ha ispirato, musicalmente, per questo disco?
Erlend: In Rocky Trail c’è tanta Italia, ci sento Lucio Dalla. Love Is a Lovely Thing invece mi ricorda i White Shoes & The Couples Company, una band indonesiana di Giacarta, ma anche tutto il mondo di Feist. Washing Machine è ispirata ad un brano del 1996, Dry Martini dei Le Mans, una band spagnola. Per tutta la mia carriera invece ho provato a scrivere qualcosa che si avvicinasse a Bleecker Street di Simon & Garfunkel nella versione demo, anche se in realtà loro non mi piacciono particolarmente. Ho sempre pensato potessero far meglio con le capacità che avevano, ma probabilmente hanno avuto costrizioni verso direzioni meno interessanti. Ecco, quel tentativo si può sentire in Comb My Hair. Song About It invece è ispirata agli anni ’60, ma anche ai groove del pop moderno. Il groove è ispirato a quel tipo di pop, ma non si sente perché voi non potete sentire la batteria che c’è nelle nostre teste (ride).

Le vostre discografie soliste sono ricche di progetti molto ritmici, elettronici, con batterie, ma nei Kings of Convenience, tranne in sporadici casi, resiste l’idea di un progetto basato esclusivamente su voci e chitarre.
Erlend: La batteria è spesso un cliché che definisce il brano e lo incastra in un periodo storico o in un genere. Se un brano è raggae, o è degli anni ’80, lo capisci da come suona la batteria. Noi volevamo evitarlo. La batteria è spesso inutile, non aggiunge tanto. Coi Kings of Convenience cerchiamo di avere il sugo cotto più ore possibili per far sì che ci sia solo l’essenza. In Fever, ad esempio, abbiamo messo una batteria, ma perché non siamo riusciti a registrarla in un modo che funzionasse senza. In qualche modo, è un fallimento.

Sembrate due persone molto differenti, eppure nella vostra musica permane un’armonia intoccabile, quasi impossibile. È difficile continuare a lavorare assieme dopo tutti questi anni?
Eirik: Chi sentirà il disco sentirà che a farlo sono state le stesse persone dei dischi precedenti. Abbiamo provato a non cambiare da quel punto di vista. La vita è un saliscendi e ogni volta che penso di aver realizzato qualcosa e capito tutto, succede qualcosa di inaspettato e si riparte da capo. Certo, negli anni sono arrivati un po’ di cinismo e rassegnazione, ma sono la gioia e l’amore per ciò che facciamo la risposta. Questo penso sia il segreto che rende ancora attuali i Kings of Convenience.

Erlend: Mi sembra che Eirik voglia che tra noi ci sia ancora la stessa dinamica che c’era a fine anni ’90 e questo a me crea dei problemi. Spero sempre che lui possa vedermi per quello che sono ora, per i miglioramenti che ho fatto come musicista. Ma è normale che, quando una persona la conosci da sempre, da quando eri nel tuo paesino, quella persona possa trattarti ancora come se aveste 14 anni.

In questa lunga pausa non avete mai pensato di allontanarvi definitivamente o chiudere il progetto?
Erlend: La domanda non è mai stata «vogliamo fare qualcosa assieme?», ma «che cosa possiamo fare assieme?». Solo così potevamo e possiamo durare a lungo. A me già solo poter far un concerto all’anno con Eirik mi dà tanto; che bello che tutto ciò che abbiamo fatto come musicisti rimane. Anche se facciamo cose molto differenti, credo che continueremo a suonare assieme ancora per tanto. Che triste far finire una cosa per sempre.

E come gestite i possibili dissidi?
Erlend: Il superpotere dei Kings of Convenience è la capacità che abbiamo di saperci dire le cose in faccia. Sappiamo dire quando non ci piace qualcosa che ha fatto l’altro. A volte litighiamo, vero, perché non siamo come quelle band che per evitare lo stress lasciano nei brani cose in cui non credono: è così che perdi la semplicità e l’attrattività della tua musica.

Avete avuto la fortuna di poter riprendere l’attività live a maggio in Norvegia con date da 100 persone e distanziamento sociale. Come è andata?
Eirik: È stato come trovare acqua nel deserto.

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