I Fast Animals and Slow Kids incontrano Willie Peyote: dialogo tra un impegnato e un non so | Rolling Stone Italia
Home Musica Interviste Musica

I Fast Animals and Slow Kids incontrano Willie Peyote: dialogo tra un impegnato e un non so

Venerdì pubblicheranno assieme il singolo 'Cosa ci direbbe'. Li abbiamo fatti parlare del pezzo, del bello di «fare schifo», di Sanremo, della differenza fra l'artista e le sue creazioni, della morte del rock

I FASK con Willie Peyote

Foto: Alessio Albi

Si sono conosciuti a Roma nel 2018, in occasione del Concerto del Primo Maggio: in quell’edizione il presentatore era Lodo Guenzi de Lo Stato Sociale, fu lui a contattare Aimone Romizi dei Fast Animals and Slow Kids e Willie Peyote per chiedergli di partecipare all’evento. «Mancavano solo tre giorni», racconta Aimone. «Mi spiegò che avrei fatto parte di una superband composta da vari artisti e che avremmo proposto un omaggio agli Skiantos: “C’è una sala prove prenotata, vi vedrete lì il giorno prima”. È così che ci siamo beccati la prima volta io e Willie: provando per tre quarti d’ora dei pezzi degli Skiantos poco prima di presentarli su un palco davanti a 40 mila persone».

Tre anni dopo si sono ritrovati: Cosa ci direbbe è il nuovo singolo dei FASK feat. Willie Peyote in uscita venerdì 23 aprile. Un brano pop-rock con intermezzo rap che va ad aggiungersi ai due inediti pubblicati dal gruppo in quest’anno e passa di pandemia: Come conchiglie del 2020 e Come un animale di un paio di mesi fa. Ma cos’hanno in comune il gruppo perugino che ha fatto dell’alternative rock e dello stage diving la sua bandiera con il rapper torinese, vincitore del Premio della Critica all’ultimo Festival di Sanremo con Mai dire mai (La locura)? Per capirlo abbiamo organizzato una chiacchierata tra il frontman Aimone Romizi e Guglielmo Bruno alias Willie Peyote su Zoom, per vederli a confronto su vari temi. A partire da una domanda: ma voi con gli Skiantos che rapporto avete?

Aimone Romizi: Sono un grandissimo fan di Freak Antoni da una vita. Tra l’altro esiste un video di anni fa in cui gli chiedo se gli piacciono i Fast Animals and Slow Kids, e lui risponde qualcosa tipo «non li conosco, ma dalle facce intuisco che non sono delle belle persone».

Willie Peyote: Ci aveva preso!

Aimone: Eh, sì, dai. Ma poi noi all’inizio avevamo un’anima anche ironica, come band, dopo il primo disco l’abbiamo completamente tolta, ma è rimasta in noi come persone. E sono stati proprio gli Skiantos e Freak Antoni a insegnarci che si può fare ironia strutturando il tutto su dei canali in un certo senso intellettuali.

Willie: Ma soprattutto gli Skiantos ci hanno permesso di salire su un palco e urlare «siete un pubblico di merda» a 40 mila persone: è stato un grande onore.

Aimone: Anche perché lo abbiamo fatto nel modo in cui andava fatto, cioè 45 minuti di prove e vai a suonare davanti a tutta quella gente: ciao, vaffanculo! È qualcosa che rappresenta bene quello che era l’animo degli Skiantos, nel senso che i loro pezzi ti permettono, in parte, anche di fare schifo, ed è una cosa da rivendicare: specie in questo periodo in cui sembra che tutti debbano essere giusti, bravi, non sbagliare nulla, far schifo è un dovere morale. Non si può piacere a tutti, no? Voglio dire, a nessuno piace sentirsi odiati, ma il punto è dove si colloca il limite, e cioè: quand’è che pur di piacere smetti di essere te stesso? Secondo me è lì il gioco e sta a noi, in fondo, fare ciò che ci rispecchia indipendentemente da quel che ne diranno gli altri.

Willie: Sì, è chiaro che se fai il nostro mestiere è perché speri di ricevere un buon riscontro e anzi, forse lo fai proprio perché nella vita hai bisogno di essere accettato dagli altri. Però è indubbio che un limite ci deve essere e non può che essere quello di rimanere coerenti con se stessi.

Aimone: Che poi mi rendo conto che quel bisogno narcisistico di essere applaudito forse l’ho sentito di più quando ho iniziato a suonare. Paradossalmente è stato un grande stimolo all’inizio, quando volevo sentirmi meglio di quello che ero. Oggi che ormai certe velleità me le sono risolte, quello che resta del fare la musica è l’essere appagato da ciò che sto facendo in termini artistici. Dopo c’è anche la gioia dell’applauso e del contatto col pubblico, fondamentale perché è ciò che non ti fa sentire solo in quello che fai, ma è questa adesso la domanda principale: la cosa che sto suonando è quella che mi fa sentire meglio?

Willie: Vero, però io vivo tanto le aspettative del pubblico. Non nel senso che devo piacere a tutti, ma nel senso che non vorrei mai deluderle, quelle aspettative, che vorrei esserne all’altezza. E questo mi fa sentire molto responsabilizzato.

Aimone: Sono d’accordo, c’è anche questo aspetto che s’inserisce man mano che un artista o una band vede il proprio pubblico aumentare. Però io sono convinto che il senso di un percorso artistico stia anche nel distruggersi e ricrearsi di volta in volta, mantenendo sempre quell’emotività, quel bordo del burrone dov’è bello camminare, perché è stimolante.

Willie: C’è anche il fatto che quando il pubblico si allarga non scegli tu in che verso e verso chi si allarga. E quindi se cerchi similitudini in chi ti ascolta perché metti molto di te stesso in quello che fai, può succedere che quell’ampliamento di platea vada in una direzione diversa da quella che cercavi. Penso a me a Sanremo, quando mi sono ritrovato la mia canzone condivisa da Barbara D’Urso: non era esattamente ciò a cui puntavo. In sostanza mi sono ritrovato a ricevere feedback positivi da persone che in realtà avrei voluto far incazzare e ho fatto incazzare persone che, invece, avrei voluto condividessero.

Aimone: Ma è per questo che è importante fare sempre e comunque qualcosa che sia significativo per te, che ti rappresenti. È proprio perché da uno stesso testo tutti possono prendere il proprio pezzetto e interpretarlo come gli pare che è così essenziale continuare a difendere quella che è la propria percezione e interpretazione, di quel testo.

La copertina di ‘Cosa ci direbbe’

Willie: Questo lo capisco, le canzoni dopo che le hai pubblicate sono nelle mani degli altri e quegli altri possono farci quello che vogliono. Però con il pubblico nuovo che mi è arrivato a me succede spesso che… Per dire, l’altro giorno uno mi ha scritto «ah, non pensavo fossi un No Tav», e lì, insomma, ti rendi conto che quella persona non ha ascoltato i tuoi dischi. E però mi chiedo: devo aspettarmi che chi mi conosce per un pezzo che ha avuto successo vada a sentirsi tutta la mia discografia e capisca chi ha di fronte oppure devo accettare il fatto che qualcuno che mi si avvicina perché ho avuto culo a fare una canzone giusta poi, però, si stupisca che io la pensi in un certo modo e non in un altro? E non parlo solo di me, a Zerocalcare accade la stessa cosa, per esempio: gli rompono i coglioni per delle prese di posizione che molti a quanto pare non si aspettano, ma come mai non se le aspettano? Perché non hanno approfondito. Questo per dire che se il pubblico si allarga, si allarga anche a tutta una fetta di persone che non approfondiscono.

Aimone: Però io su questo… Perché se si parla di coerenza, io non l’ho mai pretesa da nessuno e credo che molto spesso tirare in ballo questo termine sia un danno gigantesco.

Willie: Non per me, io sono una zecca da centro sociale. Anzi, sono rimasto molto deluso da artisti che seguivo, e questo nonostante abbia sempre scisso l’apprezzamento artistico dall’idolatria. Cosa che oggi succede sempre meno: si tende a idolatrare il proprio gruppo o artista preferito e quindi anche a giustificare cose che non andrebbero giustificate, mentre io mi sono sempre sentito vicino alla musica schierata politicamente – ed è il motivo per cui faccio musica schierata politicamente a mia volta – e dunque ho sempre preteso che la musica di un artista fosse aderente non alla mia idea, ma perlomeno all’idea che quell’artista aveva dato di sé. Mi spiego: se venisse fuori che uno come Tom Morello in realtà va a farsi le serate al Billionaire mi cadrebbero le palle, così come Zack De La Rocha che lascia i Rage Against The Machine e se ne va in Chiapas (dichiarandosi a favore del movimento zapatista, nda) rappresenta fino in fondo quello che voglio.

Aimone: Però qui parli di una coerenza politica in senso stretto…

Willie: Sì.

Aimone: Ecco, se si parla di artisti che rappresentano anche un determinato pensiero politico, allora il tuo discorso lo trovo sensato. Però se parliamo di artisti che portano avanti un discorso più astratto, legato ai sentimenti, alle grandi tematiche della vita… Cioè, pensa a Morrissey: Morrissey è oggettivamente un uomo orrendo, tutte le sue ultime uscite sono terrificanti; l’ultima è di pochi giorni fa, in pratica ha detto che i Simpson sono razzisti perché lui non è mai stato grasso come lo hanno rappresentato. Ciò non toglie che quando mi ascolto There Is a Light That Never Goes Out penso lo stesso che sia una delle canzoni d’amore più belle che siano state mai scritte. Confondere l’uomo con l’arte, mmm… Poi diventa un casino.

Willie: No, io non credo, perché se io pretendo questo dalla gente è perché sono io il primo a metterlo in pratica. Cioè, non si può pretendere coerenza dagli altri e poi…

Aimone: E poi non essere coerenti.

Willie: Esatto, non si può fare come Beppe Grillo, che fa il garantista con suo figlio e con tutti gli altri il contrario, così è troppo facile. Ma ciò che tu dici rappresenta in qualche modo la nostra collaborazione, nel senso che in effetti in Cosa ci direbbe abbiamo messi insieme due scritture molto diverse, la tua più onirica e la mia più diretta ed esplicita, che finiscono per aiutarsi a vicenda. Resta, però, che siano due scritture determinate da approcci diversi.

Aimone: Concordo, anche se per me quello che diciamo in questa canzone ha anche un valore politico, pur se in senso ampio. Perché se prendessimo tutti coscienza di chi siamo veramente, probabilmente ci sarebbe anche più coerenza. Invece troppo spesso, come racconta il brano, ci facciamo prendere da questa smania continua di criticare quello che ci circonda. Per cui, per citare la prima strofa della canzone, magari vediamo una coppia al ristorante in silenzio e subito commentiamo «guarda quei due, manco si parlano!», e questo senza conoscerli, senza tenere presente che magari si stanno godendo quel meraviglioso silenzio e che non hanno bisogno di parlare sempre come noi altri. E perché lo facciamo? La canzone nasce da questa domanda che ho posto a me stesso: ma perché devo sempre giudicare dall’esterno? E la risposta è che probabilmente è perché non voglio giudicare me stesso, è perché è più facile guardare cosa non funziona là fuori che il casino che ho in casa.

Willie: La famosa pagliuzza…

Aimone: Esatto. Perché la verità è questa, è che bisogna imparare a entrare in risonanza con il mondo, empatizzare, e da questo di punto di vista io questa canzone la vivo anche come reazione a un anno di pandemia in cui all’inizio mi sono posto perlopiù il problema di quel che stava capitando a me: e ora come faccio?, e adesso la musica? Io, io, io… E questo è un atteggiamento orrendo, perché ti fa perdere di vista gli altri, ti fa dimenticare il fatto che vivi in un contesto societario, ed è sbagliatissimo, tanto più che noi come artisti viviamo grazie alla società e suoniamo per la società. Per fortuna, visto che come dicevi la mia scrittura è un po’ astratta, in Come ci direbbe ci hai aiutati tu, a spiegare tutto questo.

Willie: Ho fatto lo spiegone, sono il Damilano dei FASK (ride).

Aimone: Anche un po’ lo psicologo…

Willie: Che poi lo faccio anche con me stesso, eh, di spiegarmi nella testa quel che voglio dire in un brano, per poi riuscire a sintetizzare il concetto nel modo giusto. E tra l’altro, se è vero che quando lavoro con altri per un featuring il punto di partenza è ovviamente quello che vogliono dire loro, è anche vero che scrivendo posso partire comunque da esperienze mie. In questo caso non si coglie, ma i miei versi “se sei severo con te stesso lo sei anche con gli altri, ma questo non lo sa nessuno” si riferiscono a ciò che mi è successo a Sanremo: nessuno sa quanto io sia severo con me stesso, oltre che con gli altri, e così giustamente quando mi sentono criticare qualcuno mi rompono le scatole. E poi, dato che amo fare l’avvocato del diavolo, ho anche capovolto questo punto di vista, nel senso che sì, quanto è facile giudicare gli altri senza sapere nulla di loro, verissimo, ma soprattutto: tu di te stesso, se ti vedessi da fuori, cosa penseresti? Non potrai mai giudicarti come ti giudicano gli altri.

Foto: Alessio Albi

Aimone: Ma sai che questa cosa mi fa venire in mente una specie di presa di posizione che i FASK hanno assunto tempo fa? Perché soprattutto agli inizi ti chiedi cose come «che musica faccio?», «qual è il mio messaggio?». E a un certo punto come band abbiamo cominciato a considerare come vero un unico pensiero, e cioè: noi, se fossimo là fuori, ascolteremmo la musica che facciamo? Da lì in poi siamo diventati i nostri primi fan.

Willie: Beh, certo, anch’io lo faccio, questo, se non scrivo qualcosa che io per primo ascolterei non funziona.

Aimone: Ma sì, dai, è una questione di autoanalisi, perché alla fine tutti noi siamo i nostri primi detrattori, a volte. Per questo, tornando al discorso dell’idolatria, l’artista per me può anche essere una persona che sbaglia con se stesso.

Willie: Assolutamente. Però sia chiaro, io prima non ho detto che voglio essere il portavoce di qualcuno, no, io ho delle idee che sono le mie e non necessariamente devono essere quelle di chi mi ascolta. Ma se critico Salvini poi non posso uscirmene con una qualche puttanata razzista o machista.

Aimone: Sì, non a caso all’inizio di Cosa ci direbbe canto “hai presente quelle donne sole che trascinano le gambe stanche, che nascondono i propri difetti, che non sanno a chi lasciare i figli”: elenco una serie di cose che spesso si pensano o si dicono di certe donne senza sapere un cazzo. Che poi ci saranno anche delle donne così, ma non è questo il punto.

Willie: Il punto è che non sappiamo chi sono quelle donne e quindi non possiamo sapere come stanno.

Aimone: Esatto, posso dire certe cose di un’amica che conosco e che so che sta vivendo quella situazione, ma non è giusto puntare il dito senza conoscere.

Willie: Guarda, se parliamo di donne, per il verso di Mai dire mai in cui dico “non ho capito in che modo twerkare vuol dire lottare contro il patriarcato” sono stato accusato di mansplaining. Ho già spiegato quei versi, ma ho anche approfondito il tema del femminismo intersezionale e a parte che non è vero che tutte le donne pensino che noi uomini non possiamo partecipare al dibattito sul femminismo, è vero che da uomo non posso permettermi di dire certe cose. Mi viene in mente quel caso di una ragazza a cui non hanno venduto gli assorbenti dopo le 18 perché non sarebbero beni di prima necessità. Ma chi decide quali sono i beni di prima necessità? Può deciderlo un uomo che non sa nemmeno cosa significa avere il ciclo mestruale? No, come non ha senso che un Pietro Castellitto dica la sua sul MeToo (definendolo pura ipocrisia, nda).

Aimone: Sì, però tutto si connette sempre a ciò che stai dicendo in quel momento.

Willie: Certo, sempre.

Aimone: Perché non possiamo eliminare la dialettica e smettere di dialogare, se no nessuno insegnerebbe niente a nessuno, se no nessuno imparerebbe più niente. Il dialogo e un confronto reale devono esistere, semplicemente, appunto, non si possono basare sull’ignoranza.

Willie: Il problema è che si è perso il senso della complessità. Oggi nella comunicazione è facile decontestualizzare una frase che viene detta – e anche qui parlo per esperienza personale – e attribuirle un significato diverso da quello che era nella testa di chi l’ha pronunciata. Però aggiungo: siamo comunicatori di mestiere e in quanto tali non possiamo sfuggire alla nostra responsabilità, se dico una frase che viene poi decontestualizzata, per quanto non volessi dire ciò che mi si accusa di aver detto, in parte è colpa mia.

Aimone: Concordo. Per esempio, a noi è successo che a un certo punto ci siamo resi conto che una parte dei nostri fan si era identificata con alcuni nostri testi per l’oscurità che trasmettevano, e a me questo ha fatto una paura fottuta, perché mai e poi mai vorrei che ciò che io faccio per stare meglio buttasse giù qualcuno. E lì ho capito che come artisti abbiamo una responsabilità, non possiamo pretendere di dire le nostre stronzate e poi…

Willie: Vedi? Sei per la coerenza anche tu, non giustifichi così tanto, da un artista pretendi che sia anche utile.

Aimone: Sì, è me stesso che non giustifico, quanto agli altri… Se un artista di merda pubblica una canzone che mi arricchisce, io quella canzone me la prendo. Perché voglio prendere il bene del mondo, non voglio vivere odiando, voglio prendere ciò che c’è di positivo dall’arte che mi circonda. Dopodiché è chiaro che un giudizio sull’essere umano lo do e se sei una merda, sei una merda.

Willie: Ha fatto anche cose buone?!

Aimone: No, dai, non è proprio così!

Willie: Lo so, lo so, faccio l’avvocato del diavolo! Però ricordo che quando ho visto un documentario, Born into This, in cui Bukowski, che è uno degli autori che mi ha formato di più in giovane età, quasi picchiava la sua compagna, ho pensato che se l’avessi conosciuto non mi sarebbe piaciuto e che sublimava se stesso in ciò che scriveva, quindi non era nemmeno così coerente come credevo. Infatti da lì in poi non ho più avuto idoli.

Aimone: Io invece uno ce l’ho, Bruce Springsteen: ha avuto le sue criticità come tutti, ma è sempre stato un grande.

Willie: Il Boss? Dai, non l’avrei mai detto! Ma voi ascoltate il rap? Azzarderei di aver ascoltato più rock io di quanto rap abbiate ascoltato voi.

Aimone: Probabilmente sì, però io ascolto davvero tanta roba.

Willie: Eh, ma il rock è morto…

Aimone: Il rock non è mai morto.

Willie: Dimmi l’ultimo disco rock che è uscito nel mondo.

Aimone: Guarda che ci sono gruppi come Idles e Fontaines D.C. che stanno facendo i numeri, quelli grossi. In Inghilterra, ma anche negli Usa, c’è una rinascita incredibile. E parlo anche di teen idol come Yungblud e Machine Gun Kelly, che prima faceva rap, ma adesso fa un pop-punk che ricorda i Blink-182. Dopodiché noi FASK ascoltiamo anche i Beastie Boys e mi rendo conto che in generale in giro c’è tanta roba che ha una matrice punk, incluso Salmo. In fondo se sei un appassionato di musica non è che te ne freghi molto dei generi, io ascolto di tutto. Adesso sono in fissa con Lorenzo Senni.

Willie: Anch’io da ascoltatore ho sempre mischiato tanto, ho il tuo stesso approccio. Per questo ho ascoltato moltissimo rock nella mia vita e uno dei miei gruppi preferiti sono gli Arctic Monkeys, che di rap non hanno niente. Anche se secondo me Alex Turner, per come scrive, deve averne sentito tanto. Comunque, tornando a Cosa ci direbbe

Aimone: Dimmi.

Willie: Alla fine il senso è quella famosa frase che dice “ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla; sii gentile, sempre”.

Aimone: E con questa tutte le sovrastrutture che mi ero creato…

Willie: Dai, cazzo, però è vero!

Aimone: È vero, sì, è questa la verità.