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I Disciplinatha erano l’argine rock all’Emilia rossa

La super antologia ‘Tesori della patria’ esce in vinile. Cristiano Santini e Dario Parisini raccontano la diversità del gruppo e la brutta fine che ha fatto il rock in Italia

Disciplinatha

Foto: dal box set 'Tesori della patria'

Amati e odiati in egual misura, negli anni ’80 e ’90 i bolognesi Disciplinatha erano quello che si definisce una band controversa. Si sono ritagliati il ruolo di pecora nera (ehm) con accanimento e pervicacia, creando dei cortocircuiti quasi inediti per il panorama punk e rock italiano. Il debutto su mini-LP Abbiamo pazientato 40 anni. Ora basta! cita nel titolo un discorso di Mussolini, piazza sulla copertina dei balilla, ma viene pubblicato dalla più radicale e anarchica etichetta dell’hardcore italiano, la Attack Punk Records di Jumpy Velena. Il resto della discografia porta il marchio I Dischi Del Mulo, label di Ferretti e Zamboni, ovvero i CCCP Fedeli Alla Linea, di cui paiono il rovescio oscuro della medaglia. Musicalmente, poi, assomigliano a niente e nessuno, in perenne ricerca di un centro di gravità equidistante da punk, industrial, rock, elettronica e pop.

La storia dei Disciplinatha si interrompe alla fine degli anni ’90, dopo un paio di eccellenti album e un buon successo di pubblico e critica. La loro fama resterà immutata nel corso degli anni successivi anche grazie all’uscita nel 2012 di Tesori della patria, un cofanetto di CD con l’intera discografia e un bel documentario DVD e la recente biografia, opera di Giovanni Rossi e Simone Poletti, pubblicata da Tsunami, Tu meriti il posto che occupi. La ripubblicazione in vinile del box da parte di Contempo, roba di questi giorni, ci dà l’occasione di parlare con Cristiano Santini e Dario Parisini, impegnati in tempi recenti con una specie di upgrade del vecchio progetto, con il nome di Dish-Is Nein.

State tornando con una nuova versione in vinile di Tesori della patria, il compilativo uscito qualche anno fa in CD che raccoglie tutto quanto registrato dai Disciplinatha, inediti compresi. È difficile mettere a dormire il passato?
Dario Parisini: Da parte mia, assolutamente no, dormo benissimo. Al tempo stesso sono felice che qualcuno ci chieda di rendere disponibile il vecchio materiale, soprattutto accontentando la nostra maniacalità per quanto riguarda i prodotti targati Disciplinatha. Io penso quotidianamente ai Dish-Is-Nein, anche se il tour che sta per partire servirà come promozione del box e quindi suoneremo materiale della vecchia formazione.
Cristiano Santini: Tieni anche conto che la velocità non rientra tra le nostre qualità, quindi la lentezza ha fatto sì che questa versione in vinile uscisse con una calma olimpica. Se pensi che fummo contattati da Rossi nel 2012 per la nostra biografia che è poi uscita lo scorso anno, puoi capire bene quanto sia difficile portare a termine certi progetti. Per il resto sono d’accordo con Dario, dormiamo benissimo sul nostro passato, semplicemente ci piace celebrarlo ogni tanto nel modo migliore.

Dal box set ‘Tesori della patria’

Nel periodo in cui uscirono i Disciplinatha, si avvertiva piuttosto chiaramente un’egemonia culturale di un modello di sinistra che permetteva a un progetto come il vostro, intelligentemente sovversivo, di avere un senso ben preciso. In un panorama come quello attuale, in cui invece si avvertono tutt’altre vibrazioni nell’aria, che valore può acquistare, o perdere, la vostra musica?
Parisini: Non è una domanda facile, direi, soprattutto se si pensa al contesto ben definito in cui siamo cresciuti. Non credo che, a livello culturale sia cambiato poi molto dalle nostre parti… A livello globale certo che sì, si respira tutt’altra aria, fresca o stantia non è questo il posto per parlarne. L’egemonia di cui parlavi tu esiste ancora e si trascina stancamente senza idee forti da proporre o contrapporre ad altre.
Santini: Direi in maniera meno capillare, però. Gli spazi per la musica si sono ridotti, almeno quelli medio-piccoli. Negli anni ’90 era imprescindibile suonare nei circoli Arci e nei centri sociali, mentre oggi la realtà è diversa, almeno a Bologna e in Emilia.
Parisini: Aggiungo una cosa: il mondo in cui siamo cresciuti si trascina senza gioia né idee, non ci sono dubbi, ma è innegabile che sia venuta a mancare, a livello sociale, una classe media che è stata appiattita verso il basso dalla crisi. Lo stesso si può dire della musica, in cui la classe media dei musicisti, che potevamo essere noi, Marlene Kuntz, Almamegretta e molti altri, sopravviveva egregiamente grazie a locali della grandezza giusta e al supporto di un numero sufficiente di persone. Ora puoi suonare nei club da cento persone oppure negli stadi, non esiste la via di mezzo che ha permesso a decine di band di vivere del proprio lavoro per parecchio tempo. Le due alternative sono il dopolavorismo e X-Factor e questo è un problema culturale enorme, soprattutto se si tiene conto che ai concerti rock i ragazzi giovani non ci vanno più. Ai nostri figli interessa l’hip hop, la trap, un linguaggio globalizzato, il rock è fermo al ventesimo secolo.


Parlando di rock, in Italia, cosa è mancato perché diventasse davvero mainstream? C’è stato un momento, nella seconda metà dei ’90, in cui pareva che lo stesse divenendo, ma tutto si è dissolto piuttosto rapidamente.
Parisini: Una generazione che abbia raccolto quanto seminato da noi, direi. O forse, come dice Manuel Agnelli nel nostro documentario, non siamo stati capaci di trasmettere abbastanza.
Santini: Ci sono molte concause. Senza voler accusare nessuno, anche perché la musica è un lavoro ed è giusto guadagnarci, quasi tutte le band indipendenti di quegli anni hanno cercato di accasarsi presso la major di turno in cerca di un successo più facile o di una scorciatoia. Senza colpevolizzare nessuno, forse è mancata anche un po’ di coerenza, oltre alla capacità di adattarsi a un mondo che, dopo la caduta del muro di Berlino e l’avvento di Internet, stava cambiando in maniera molto rapida, senza che quasi nessuno se ne accorgesse.
Parisini: Azzarderei un abbozzo di analisi sociologica: la generazione dei ventenni d’oggi mi pare pacificata, molto lontana dalla nostra che respirava tutt’altra aria e si preparava allo scontro coi propri genitori. La rabbia anti-sistemica di allora, che si rifletteva nella musica, negli atteggiamenti, nel look, nelle scelte, oggi non credo esista più o solo in minima parte. I ragazzi vanno d’accordo coi propri padri e madri, addirittura ne condividono i gusti, una cosa assolutamente impensabile per me. Non hanno bisogno di rabbia e ribellione e questo si riflette anche nella musica che ascoltano e nei testi di rapper o trapper che non hanno nessuna intenzione di andare controcorrente, anzi vogliono immediatamente essere il nuovo mainstream, vendersi al migliore offerente, fare soldi, ottenere tutto e subito. Ha vinto il modello Mediaset, aveva ragione Silvio (ride, nda).
Santini: C’è da dire che nessuna generazione come quella attuale sconta una voragine culturale rispetto a quella che l’ha preceduta. Io lavoro con molti ragazzi, ho uno studio di registrazione in cui incido dischi o demo e insegno una professione e riesco a intravedere qualcosa dietro a questa ampia forbice culturale che ci divide. Non mi interessano i testi dei rapper, ma a 54 anni la ritengo una fortuna, sarei stupito se mi piacessero, visto che raccontano un mondo che non è neppure lontanamente il mio.

Dal box set ‘Tesori della patria’

In pochi campi come nella musica si comprende cosa significhi oggi la globalizzazione. Diventa anche difficile riconoscere la provenienza della musica, in ogni parte del mondo si produce qualunque tipo di suono e questo crea varietà e confusione allo stesso tempo.
Parisini: Esattamente. I nostri riferimenti erano artisti come Kraftwerk o Laibach, con cui avevi in comune certe radici, oggi si ascolta di tutto senza neppure capire da dove provenga e cosa racconti. Mi riuscirebbe difficile pensare di immedesimarmi in un nero disagiato di un ghetto degli Stati Uniti, non ho nulla in comune con ciò che racconta, così come con un ragazzo filippino o africano. Sarà un mio limite, ma è così.

In cosa differisce il nuovo box dal vecchio?
Santini: A livello di canzoni, poco e nulla, il materiale quello era e quello rimane, però molte cose sono state rimasterizzate, a cominciare da Primigenia, che era il mio cruccio fin da quando uscì. Lo mixai io all’epoca e, lo ammetto candidamente, non feci un bel lavoro. Cercai di aggiustarlo quando uscì il cofanetto in CD, ma alcuni nastri erano andati persi. Ora ci sono riuscito e sono soddisfatto, posso finalmente riascoltarlo con serenità. Dal punto di vista grafico ci sono molte novità, questo è un punto a favore del nuovo box.
Parisini: Primigenia era un bel disco di canzoni, venuto male tecnicamente anche per colpa dell’etichetta di allora.

Ho sempre pensato che Abbiamo pazientato 40 anni. Ora basta! sia invecchiato molto meglio di Primigenia, nonostante sia stato inciso parecchio tempo prima.
Parisini: Sono d’accordo, Primigenia è allineato alla sua epoca, l’altro era una scheggia impazzita fatta senza nessuna capacità strumentale e tecnica e, per questo, irripetibile.
Santini: Quando impari dei rudimenti tecnici, ti viene voglia di fare le cose per bene e invece fai un sacco di cazzate! Il mestiere spesso non va d’accordo con la creatività…
Parisini: È come il populista che entra in Parlamento, quando comincia a capire come funziona si corrompe e capisce che era meglio quando diceva stronzate al bar.

Oltre al passato, è giusto ricordare come il vostro sguardo sia sempre puntato sul presente e sul futuro. Come sta Dish-Is Nein?
Parisini: Direi molto bene, senza dubbi è il miglior progetto a cui io abbia lavorato assieme a Cristiano e questo la dice lunga su quanto sia coinvolto. La vera differenza sta nel tempo a disposizione, che non è più quello di quando avevamo 20 anni, purtroppo, ma la creatività è la stessa di un tempo, per fortuna. Nessuno di noi voleva fare una cover band dei Disciplinatha e, immodestamente, ci siamo riusciti, altrimenti non avremmo neppure fatto uscire il disco. Per il momento, navighiamo a vista, come si conviene a un progetto del genere.
Santini: Siamo totalmente indipendenti e senza nessuno a cui rendere conto e se unisci questo alla nostra naturale lentezza, puoi immaginare quanto tempo possa volerci per registrare qualcosa che ci soddisfi.

Dal vivo, però, ci sarà spazio anche per il vecchio materiale. Quale vi ha convinti maggiormente?
Santini: So che è una sega mentale tutta mia, ma faremo una cover della nostra cover di Up Patriots to Arms di Franco Battiato, un cortocircuito che ci piace molto. Quello è un ottimo esempio di vecchi pezzi riarrangiati per i tempi moderni.

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