I Dining Rooms tornano alle origini e ci dicono: «Andare verso gli altri è un atto politico» | Rolling Stone Italia
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I Dining Rooms tornano alle origini e ci dicono: «Andare verso gli altri è un atto politico»

Due anni dopo l’eclettico ‘Art Is A Cat’, il duo milanese pubblica ‘Turn To See Me’, un disco «scuro, notturno» che torna alle sonorità degli anni ’90 e ci invita ad aprirci dopo anni di isolamento. L’intervista

Dining Rooms

Foto: Max Cardelli

Con oltre 20 anni di carriera alle spalle, chi segue la musica elettronica e i suoi derivati non può non conoscere i Dining Rooms. La coppia milanese formata da Stefano Ghittoni, dj e producer con alcuni album solisti alle spalle e una militanza indie negli anni ’80, e Cesare Malfatti, noto soprattutto per essere un membro fondatore dei La Crus, è sicuramente stata una delle espressioni più caratteristiche dell’elettronica evoluta nel nostro paese. Esordisce discograficamente nel ’99 e si impone subito come una delle più interessanti realtà del downtempo, uno stile che all’epoca va per la maggiore. Ma nel corso della loro carriera i Dining Rooms non si sono fermati a un’unica modalità compositiva, spaziando dal soul al jazz al funky all’hip hop, e ipotizzando nel tempo, oltre alle loro caratteristiche divagazioni strumentali, espressioni di volta in volta inedite per la forma canzone.

Turn To See Me è il loro nono album (se non contiamo i numerosi dischi di remix), ed esce come al solito su Schema Records, due anni dopo l’eclettico Art Is A Cat. Nella loro ricerca stilistica potrebbe essere un disco che richiama maggiormente le atmosfere degli esordi (ne parleremo diffusamente più in là), e proprio dal legame con il sound iniziale iniziamo la nostra lunga chiacchierata con Stefano Ghittoni, per poi affrontare una panoramica sulla possibile evoluzione di un gruppo elettronico nel nuovo millennio.

I Dining Rooms nascono come gruppo tipicamente downtempo, uno stile che a fine anni ’90 si impone come una sorta di evoluzione del trip hop, e comunque come musica a bassa battuta. Sentite ancora questo imprinting, a oltre 20 anni di distanza da quegli inizi?
Ci siamo formati nel 1998 come gruppo di hip hop strumentale, hip hop avantgarde come disse James Lavelle riguardo Headz, la prima compilation su Mo’ Wax. La battuta bassa ci ha fondamentalmente accompagnato in tutte le nostre evoluzioni successive. Direi che sentiamo ancora l’imprinting iniziale anche se dal terzo disco abbiamo iniziato a lavorare anche a ritmiche diverse, a volte leggermente più spinte. Penso che la cosa che accomuna tutti i dischi che abbiamo fatto sia l’attitudine, un mood che si è creato quasi in modo naturale, tra malinconia e visione, e ci ha portati a creare un suono un po’ fuori dal tempo che è diventato il nostro marchio di fabbrica. Un eclettismo però omogeneo nello stile, che ha contribuito a una fidelizzazione del nostro pubblico, che è in continua evoluzione con la nostra musica; direi che ci muoviamo insieme con micro movimenti, fondamentali per non dire sempre la stessa cosa, eppure quasi cristallizzati.

Nel corso della vostra carriera, avete avuto modo di frequentare stili e sotto-stili della musica (elettronica ma non solo) che vi ha portato a fare dischi anche molto diversi tra loro. Mi piacerebbe avere una panoramica, da un vostro punto di vista soprattutto personale, degli stili musicali che vi hanno più marcato dal 2000 ad oggi – e che magari vi hanno portato a realizzare album specifici.
La differenza fondamentale dei nostri dischi è stata che dal terzo disco in poi le canzoni sono diventate sempre più importanti, senza mai diventare predominanti. C’è sempre stato un bilanciamento, anche numerico, tra brani strumentali e cantati. È indubbio però che mentre i primi due dischi erano fondamentalmente strumentali, dal terzo in poi (tranne Do Hipsters Love Sun Ra?, il settimo album che era ritornato strumentale) canzoni ce ne sono state tante. Gli stili e le influenze che ci hanno marcato, almeno per quanto mi riguarda, sono stati sicuramente il jazz, l’hip hop e il folk. Mentre l’hip hop è abbastanza facile da riconoscere, visto che le nostre batterie vengono fondamentalmente da quel mondo, il jazz e il folk sono più interpretati e rivisti in modo molto personale. La componente sognante e cinematica, infine, è quella che crea la coerenza produttiva e ci permette di muoverci nello stesso disco, in modo credibile, in atmosfere in alcuni casi molto diverse fra loro. Se dovessi dire che musica facciamo mi verrebbe da definirci come un gruppo di “International Folklore”.

In particolare, siete stati tra i primi a introdurre la tendenza a usare simultaneamente suoni digitali e strumenti suonati, cosa che adesso è ormai diventata abbastanza comune. Potete spiegare meglio questo approccio?
Abbiamo sempre usato l’elettronica soprattutto come metodo produttivo, perché semplifica molto la composizione e la creazione, soprattutto nel nostro caso, poiché siamo un progetto di studio e spesso lavoriamo separatamente nella fase produttiva e creativa, come una specie di partita a ping-pong con i file che viaggiano, si modificano, cambiano spesso il loro punto di partenza. Siamo quindi figli della rivoluzione digitale, però legati indissolubilmente alla musica analogica, che è sicuramente negli strumenti di Cesare (chitarra, basso, tastiere) e molto spesso, per non dire sempre, anche nei campionamenti che usiamo.

Pur avendo un’origine fondamentalmente elettronica, la musica dei Dining Rooms raramente ha trovato una dimensione da dancefloor. Dagli anni zero però la branca dance dell’elettronica è stata forse quella che ha mantenuto più popolarità, mentre i cosiddetti generi di elettronica “evoluta”, che imperavano negli anni ’90, sono via via calati. Qual è il vostro punto di vista?
In genere per le cose più ballabili io ho spesso avuto progetti paralleli, e nei dischi precedenti commissionavamo molti remix ad artisti che stimavamo, da Four Tet a The Cinematic Orchestra (addirittura due nel loro caso), passando per Quantic e Madrid de Los Austrias; addirittura, alcuni remix furono anche disco o house. Negli ultimi album però abbiamo deciso di tenere fondamentalmente solo le versioni originali. Non so se possiamo entrare nel novero dei produttori di musica elettronica evoluta, quello che è certo è che nel nostro caso, e in modo abbastanza sorprendente devo ammettere, la gente ci sta ascoltando molto e con lo streaming abbiamo ormai raggiunto numeri quasi da non credere.

Giusto per smentire quanto detto nei punti precedenti, ho l’impressione che in questo ultimo album ci sia un ritorno abbastanza marcato alle tipiche sonorità del breakbeat downtempo degli anni ’90. Ad esempio: l’incrocio tra pianoforte e beat di Bonjour ricorda Dj Shadow, Gli inglesi e gli americani ha un mood alla Howie B, e altri brani come Empty Window / Empty Space e Notturno cileno hanno il tipico sound di quel decennio. True or false?
Absolutely True. Dj Shadow è senz’altro un nostro riferimento, nel senso che è un artista che rispettiamo e amiamo molto. Lui è più hip hop di noi, è un vero b-boy. Noi siamo nettamente più morbidi e soprattutto dell’hip hop usiamo solo il ritmo. Bonjour invece, se devo fare outing, paga pegno ad Aquarius dei Boards of Canada. Un brano che amo tantissimo e dove a un certo punto inizia una voce che declama una serie di numeri. Ecco, quando Bonjour era finito, completamente strumentale, ho pensato che gli mancasse qualcosa e ho iniziato a recitarci sopra i giorni della settimana. La cosa ci è piaciuta e allora ho chiesto a Bob Junior e Julie Normal, francesi ma ormai residenti da anni a Roma al Pigneto, di mandarmi un messaggio vocale su WhatsApp in cui ripetevano i giorni della settimana in francese. Turn To See Me è comunque un disco particolare, scritto e prodotto in questi due anni molto strani già di loro e in cui ho avuto anche varie vicissitudini personali che hanno un po’ cambiato la mia vita. Un disco molto scuro secondo me, molto notturno, o almeno io l’ho sentito così. Ha avuto un percorso importante e variegato: doveva essere un disco di parole più che di canzoni, e di brani strumentali. Poi a un certo punto sono arrivate anche le canzoni. Secondo me è la giusta continuazione di Art Is A Cat, il disco precedente che usci praticamente un mese prima del primo lockdown, però ha qualcosa in più, un messaggio più potente. Art Is A Cat era molto arty, cool, però visto adesso mi sembra quasi da artista sulla torre d’avorio. Turn To See Me invece è un titolo che amo molto, una frase neanche mia, tra l’altro, perché è un estratto dalla lirica del brano omonimo scritto da Chiara Castello. Questo messaggio di voltarsi per guardare gli altri è un grande atto politico in questo periodo. Un disco che mi ha emozionato molto, forse perché ho perso delle cose, nel frattempo, e ho dovuto inevitabilmente cercarne altre. Forse il messaggio è che non dobbiamo fermarci mai. Turn To See Me è un’esortazione, quasi una preghiera, ad andare verso l’altro con azioni concrete, poetiche, politiche.

Un aspetto che ricorre spesso nella vostra musica, e che nasce anch’esso negli anni ’90, è la sua dimensione cinematografica. Non ricordo se nella vostra carriera sia già successo, ma non mi sembra che vi siate mai dedicati alla composizione di colonne sonore. Pensate che possa succedere, prima o poi?
Alcuni nostri brani sono stati usati in serie tv, più prima di adesso a dire il vero. Anche in vari film: in un paio di lungometraggi (uno italiano e uno americano) la colonna sonora è composta interamente di nostre canzoni. Però non abbiamo mai avuto commissioni per colonne sonore. Anche se poi singolarmente qualcosa abbiamo fatto, anche per il teatro. Oppure sonorizzazioni di film muti.

Un discorso a parte lo meritano i featuring dei vostri dischi, come sempre abbastanza numerosi e variegati. Come scegliete gli ospiti dei vostri dischi? Sono artisti che scoprite funzionali alle vostre canzoni, oppure componete i pezzi già pensando alla presenza di uno specifico personaggio?
Gli ospiti in genere li scegliamo tra persone che conosciamo e rispettiamo, o che pensiamo possano essere funzionali alle canzoni. Per quanto riguarda i cantanti in alcuni casi forniamo solo la base strumentale e l’ospite scrive e performa, in altri casi la base e il testo, in altri ancora base, testo e melodia. Per quanto riguarda i musicisti invece a volte lavorano su un canovaccio melodico già esistente, altre volte sono più liberi, come per esempio nel caso del featuring di Maurizio Marsico in What’s Your Path, Man.

Nello specifico vorrei una presentazione da parte vostra degli ospiti chiave presenti su questo album.
Bonjour è stato scritto con Max Darmon, giovanissimo polistrumentista parigino, figlio del nostro editore francese e praticamente fan dei Dining Rooms da quando è nato. Le voci sono di Julie Normal, normalmente affascinante suonatrice di Ondes Martenot, e Bob Junior, tastierista di Holiday INN e deus ex-machina del circolo culturale Fanfulla a Roma. Desire è cantata da Egeeno, artista che ammiro molto e che fa parte del collettivo romano Tropicantesimo da cui già avevamo attinto nel disco precedente, utilizzando la voce di Lola Kola. Tropicantesimo è, a mio parere, con Ivreatronic e Donato Dozzy, la punta più alta del dancefloor sperimentale della nostra penisola. Emanuela Villagrossi è un’attrice e Giampiero Kesten un cantante e giornalista di Radio Popolare Milano. Essendo di origine cilena è stato perfetto per interpretare Notturno cileno, canzone dedicata a Roberto Bolaño e agli spazi della Patagonia. Jonathan Clancy è il motore di Maple Death Records e His Clancyness. Con lui e il pianista Maurizio Marsico, già Monofonic Orchestra e musicista straordinario, abbiamo scritto What’s Your Path, Man. Gianni Sansone è un trombettista della scena off milanese con cui avevamo già collaborato in alcuni dischi precedenti, quando ci serve una tromba he’s the man. Thomas Umbaca è un giovane pianista che ha allargato il senso melodico di Bonjour ed Empty Window/Empty Space. E infine Chiara Castello, metà di I’m Not A Blonde. Chiara ha scritto, con Cesare, e cantato Turn To See Me. Le sarò per sempre grato per avere cambiato la storia di questo album, soprattutto a livello concettuale.

Per quanto riguarda i testi, ho l’impressione che l’importanza di parole (e di parti cantate) sia a mano a mano cresciuta nel corso della vostra carriera, mi sbaglio?
Rispetto all’inizio, dove davamo praticamente lo strumentale al guest e lui andava libero anche nel testo, negli ultimi dischi siamo più attenti e spesso diamo la canzone completa, solo da interpretare. Nel caso di Art Is A Cat e anche di questo nuovo album c’è una canzone cantata da me, che nasco artisticamente come cantante di un gruppo psichedelico, Peter Sellers and the Hollywood Party.

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