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I Coma_Cose raccontano ‘Nostralgia’ traccia per traccia

Dal rap aristocratico di ‘Mille tempeste’ ai Nirvana in Brianza di ‘Novantasei', le canzoni del disco che uscirà venerdì sono piene di citazioni e significati. Li abbiamo decifrati con Fausto Lama e California

Coma_Cose

Foto: Mattia Guolo

Nostralgia è un disco complesso almeno quanto l’epoca in cui esce (16 aprile 2021). In sei brani più uno è un caleidoscopio di trasformismo musicale, un genere per ciascun pezzo, in cui i Coma_Cose, invece che scomporre la loro identità riescono, anzi, a definirla una volta per tutte, alla scoperta del nuovo che c’è nel passato quando lo ascoltiamo con orecchie diverse e, al tempo stesso, dei classici intramontabili che possono diventare le nostre esperienze trascorse, quando il presente non è granché. Le tradizionali elucubrazioni sui testi di Fausto e Francesca, alla ricerca di significati e controsignificanti, si trasferiscono sul piano strutturale e concettuale, alla ricerca di fonti musicali e ispirazioni ritmiche.

L’ascoltatore di Nostralgia potrà divertirsi a cercare sapori e retrogusti che i Coma_Cose hanno sparso nelle tracce come enologi di generi e sottogeneri, dal rap all’indie, dal rock di provincia al pop in purezza. Come in una serie tv antologica fatta bene (da Black Mirror in giù), ogni pezzo è una storia a sé ma anche prequel o sequel di un altro.

Il vostro Nostralgia è lavoro da umanisti, ovviamente non riferendoci solo all’immagine dei bidoni dell’Humana fuori dai Carrefour (che pure citate nella sesta traccia), ma soprattutto al modo in cui rende i suoi protagonisti (cioè voi) parte di un dialogo ritrovato tra sé persone e natura, ieri e oggi, citazioni e invenzioni, città e provincia (ma anche io e coppia) in cui questi elementi sono in combutta tra loro per un risultato artistico ideale, producendo un racconto del presente a partire da un rapporto intenso col passato, a volte con determinazione da classicisti del rap, altre con ispirazione da manieristi disallineati del cantautorato. È esagerato dire che avete operato come degli amanuensi che, anche nei momenti più bui (il Medioevo trappista?), hanno conservato e tramandato, invece che nelle biblioteche, nelle discoteche, un’attenzione alla parole e al loro rapporto con la musica da piccoli rinascimentali musicali?
Il nostro atteggiamento rispetto alla citazione e al rapporto con le fonti è centrato perfettamente. Ci abbiamo tenuto molto a citare, ma non in modo fine a sé stesso. Ogni elemento presente in questo disco è un pezzo di musica che abbiamo vissuto veramente, magari ascoltandolo e consumandolo per anni. Sì, negli anni ’90 e 2000 i dischi si consumavano. La scelta di una certa scena musicale era più difficile da fare o da cambiare, diversamente da oggi, e, una volta che avevi fatto tuo un certo tipo di musica, diventava emblematico per la tua identità. Ci fa piacere che questo messaggio sia arrivato: ok, mi fai i Beatles ma si sente che li conosci veramente. Ma ho detto un gruppo a caso…

Ah, bene, anche perché non avevamo una traccia di Nostralgia pronta da associare ai Beatles…
(Ridono) Vabbè, ma i Beatles ci sono sempre e comunque!

Con così tanti tipi di fonti e di esiti (per dirla alla Coma_Cose: micce e bombe), chi è l’ascoltatore ideale di questo disco?
Il nostro pubblico è da sempre sfaccettato. Questo perché nasciamo con un’esperienza collocata in una certa storia, ma parlando un linguaggio contemporaneo. Essere intergenerazionali è un po’ il nostro peccato originale, e lo abbiamo riscontrato sempre anche nei live, dove abbiamo incontrato ragazzini e famiglie. Quindi non c’è un ascoltatore ideale, ma diversi ascoltatori: i più adulti che fanno, con noi, un percorso di reminiscenze ma anche i più giovani, che non conoscono ancora i nostri stessi repertori e sound (penso soprattutto a Discoteche abbandonate, dedicato a luoghi che non esistono più) ma possono esserne attratti e incuriositi. Come è successo a noi con artisti italiani e internazionali, per decenni precedenti ai nostri primi ascolti, sarebbe bello essere delle guide per un pubblico giovanissimo.

Mille tempeste, il primo brano, è il vostro notturno rap di ispirazione rap classico e “aristocratico”. Abbiamo pensato subito a Frankie hi-nrg.
Il primo concerto della vita di Fausto tredicenne è stato il tour di Verba manent! Ma in Mille tempeste sentiamo anche molto i Sangue Misto, soprattutto nel loop ipnotico di apertura. Le successive chitarre blues, alla Black Keys, fanno da contrasto al beat più hip hop. Questa è una traccia particolare rispetto al resto del lotto, perché la sua musica, che arriva totalmente dai Mamakass, porta con sé ancora degli strascichi di rap, facendo da punto di passaggio tra la nostra produzione precedente e la nuova. È quasi una soundtrack cinematografica, sulla quale abbiamo srotolato il nostro testo in una modalità creativa nuova.

Si nota anche un uso plastico degli effetti sonori, che descrivono la campagna con dei graffi che sembrano frinire di cicale, come se la notte fosse una base lo-fi su cui costruire un’altra realtà in cui le certezze del giorno, le conquiste dell’età adulta, possono essere messe in discussione.
Il tutto prima di quell’esplosione finale, con sentori morriconiani, che ci ricorda tanto Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto.

Il tema di Mille tempeste è il manifesto di tutto l’album.
Sì, il sentirsi a metà tra una dimensione e un’altra: colta la stanchezza del presente (che è una stanchezza anche musicale, forse per l’eccesso di produzione), abbiamo sentito l’esigenza di scrollarci di dosso la città, cercando di gettare dei semi verso il futuro facendoci forza grazie a elementi di passato, per noi simboleggiato da una notte di provincia. Questo è il significato del brano e un po’ anche del disco.

La copertina di ‘Nostralgia’

La canzone dei lupi, sia per musica che per contenuto, è completamente diversa. È un tuffo nell’indie e nella canzone d’amore, anche se molto sui generis. Un manuale d’amore sottoforma di libro della giungla, che descrive l’origine lupesca degli innamorati, che passano la vita amorosa a sperare di addomesticarsi a vicenda, ma poi arriva il richiamo della foresta, più forte di quello del “sentiero nel bosco”. L’amore come una scommessa contro la solitudine ma anche contro l’autodeterminazione e, per certi versi, la libertà. È la premessa dark di Fiamme negli occhi.
I riferimenti nelle sonorità sono indie pop e dream pop americani e inglesi dei primi anni 2000. Volevamo fare una nostra canzone d’amore, per certi versi, “definitiva”. Un punto fermo: fatta questa, potremmo anche non farne più. La canzone d’amore, per noi, è un po’ una trappola: siamo in coppia, come persone e come musicisti, ma è molto difficile che i nostri punti di vista, soprattutto con dieci anni di differenza d’età, combacino sempre. Se lo affermassimo, non sarebbe credibile. Il pezzo voleva essere una sorta di post-it affisso sul muro di casa per ricordarci quanto sia importante mantenere la nostra unicità anche quando si cresce e ci si confronta con gli altri e l’esperienza degli altri, soprattutto in una coppia. Allora abbiamo scelto il concetto, legato all’amore, più definitivo di tutti: non dire “ti amo”, ma “rimarremo noi”.

Parte il giro di basso di Discoteche abbandonate ed è subito Stranger Things o, meglio, le cose strane che eravamo quando passavamo le notti in quei capannoni – che oggi sono colossei da ballo in rovina – che un tempo erano anfiteatri dell’adolescenza in cui si combatteva come gladiatori per essere liberi di diventare grandi o, comunque, altri. I suoni elettronici di questa archeologia discotecara brianzola sono anche molto baustelliani.
È un bellissimo accostamento: anche se non ne abbiamo fatto un ascolto mirato per ispirarci qui, per noi Le rane è un pezzo di riferimento per il racconto di alcuni aspetti della vita di provincia che sono anche nostri. Discoteche abbandonate, scritto fondamentalmente su un arpeggiatore, ci rimanda inizialmente proprio a quegli anni ’80, anche se poi il climax sonoro va a pescare un po’ qua e là. È una canzone dinamica, con un’architettura sonora strana, perché ha un timing molto lento nell’arrivare in cassa dritta, nella seconda parte. La sensazione che volevamo trasmettere, quasi onomatopeica, è quella di un qualcosa che partirebbe sì, ma forse non vuole partire, come se dicessimo sì, balliamo, ma non lasciamoci andare troppo, perché l’amarezza è qualcosa che va custodito. Perdonare tutto è un errore. Altrimenti non avrebbe senso crescere.

Fiamme negli occhi è centrale perché spiega la copertina del disco, che celebra l’infanzia e quanto fossimo già allora grandi, attivi, ricettivi e soprattutto infuocati e, d’altro canto, quanto si possa tornare piccoli e vulnerabili quando siamo innamorati. È impossibile riascoltarlo svincolato dall’immagine della vostra coreografia a Sanremo, dolce, fanciullesca, in contrasto con i versi altamente infiammabili in cui vi fronteggiate come combattenti di un anime. Sintetizzando: s’i fossi Francesca arderei Fausto, e viceversa. È di certo il pezzo più pop del disco.
La sua caratterizzazione pop e derivativa è una cosa che abbiamo voluto fortemente, lavorando moltissimo sul suo sound, a partire da ispirazioni vicine a David Bowie. Oggi, ascoltando Fiamme negli occhi insieme al resto del disco, è più facile capire perché, anche se qualcuno potrebbe essere deluso dal fatto che resta un caso isolato di pop così spinto. Quei colori sono una forza proprio perché restano i soli così vividi. Fanno parte della vita come ne fanno parte anche tante altre cose. La nostra speranza è che questo equilibrio tra pop così esplicito e leggero e pezzi più noir e concettuali sia vivo e funzionale.

Novantasei, coi suoi “Nirvana in Brianza”, è invece il pezzo più rock. Inevitabile pensare ai Marlene Kuntz, per la serie «ho fatto il rocker a Cuneo!». Qui il muoversi all’unisono con la musica, collettivamente, diventa una forma di poesia contrapposta alla prosa dello stare fermi o camminare.
Questo brano è un esercizio di stile: volevamo un sound ruvido e underground, come se stessimo scrivendo idealmente la traccia segreta di un album grunge dei primi anni ’90. Per fare il nome di un solo gruppo: degli Scisma. Anche il testo risponde a questa esigenza: tutte le immagini sono evocative di quell’epoca e frutto di una specifica ricerca.

La penultima traccia, Zombie al Carrefour, è quella che parla di più col presente. Con il bip del registratore di cassa che detta il ritmo, comincia quella che potrebbe essere la Gente della notte degli anni Duemilaventi. Va a dormire la gloria jovanottiana, l’eroismo del fare cose quando gli altri dormono, e si risveglia un senso di desolazione e straniamento. Musicalmente è un pezzo di puro cantautorato contemporaneo.
L’idea era una ballad italiana crossover tra De Gregori e Vasco Rossi. Anche gli accordi e la struttura del ritornello richiama molto quel tipo di sensazione. Volevamo che parlasse un testo in cui abbiamo fatto una fotografia della nostra sensibilità, probabilmente la più importante del disco. Dopo una notte brava ho la lucidità di non andare a casa. Forse ci sono mentiti nel provare ad alleggerirci, in giro, del peso dei nostri veri problemi. Così come la notte lascia il posto al giorno, dobbiamo fare i conti con la realtà. Ci viene in mente Essere John Malkovich, quando lui entra nel buco e si trova da un’altra parte. Crescere è qualcosa che ti centrifuga e ti cambia.

Qual è la storia dietro il vocale della settima e ultima traccia, l’Outro?
Non volevamo chiudere con una botta di amarezza. Proviamo sempre a galleggiare in mezzo a vari codici. In fin dei conti la musica è un gioco. È un gioco difficile, con responsabilità, ma qui volevamo mettere un filtro tra le canzoni e la vita, che nessuna canzone può raccontare veramente bene. Quella traccia è una specie di salvavita.

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