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I Club Dogo: «Siete ignoranti»

Ignoranti gli italiani che non capiscono l’hip hop. Ipocrita chi condanna chi fa soldi. I tre non parlano male solo dei colleghi. Fair play? Non proprio.
I Club Dogo ritratti dal grande fotografo Giovanni Gastel per "Rolling Stone"

I Club Dogo ritratti dal grande fotografo Giovanni Gastel per "Rolling Stone"

«Raga, raga, fermatevi! Oh, totale! Possibile che abbia scattato una foto del genere in cinque minuti?», grida Gué Pequeno dei Club Dogo, da un’altra stanza dello studio fotografico di Giovanni Gastel. Raggiunge i compagni, portando con sé la stampa incorniciata della foto che vedete qui sopra, quella con Jake La Furia in primo piano che cinge con le braccia le teste degli altri due, come fosse un lottatore greco-romano. Jake e Don Joe annuiscono, perdono un po’ del loro aplomb e in coro esclamano: «No, no, non ci credo!».

Fino a questo momento i tre Dogo erano riusciti a reggere con coerenza l’atteggiamento che più li caratterizza. Sbruffoni, schietti e intolleranti a un certo tipo di domande, ostentano sicurezza e un (apparente) menefreghismo anche in questo studio, tra volumi d’arte e foto d’epoca. Normale, quindi, che quando viene loro chiesto di sbragarsi sul divanetto risultino perfettamente a loro agio.

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di novembre.
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Eppure, proprio sull’accusa di poca coerenza si gioca il titolo dell’ultimo album, Non siamo più quelli di Mi Fist (Universal). «Ci hanno rinfacciato talmente tante volte di non essere più gli stessi del primo album Mi Fist», spiega Jake La Furia, «che è diventato un tormentone sul web utilizzato da molti».

Ascolta l’album “Non siamo più quelli di Mi Fist”:

Dai centri sociali degli inizi ai privè delle discoteche e alle docu-fiction di Mtv dedicate a loro, i tre sono abituati anche a incassare accuse di ogni tipo: figli di papà che fingono di essere gangster di strada, superficiali, misogini… Per non parlare delle loro rime, che sono tutto un susseguirsi di sgrille (tipe, ndr), droghe, soldi e lussi vari. Di solito alzano le spalle. Ogni tanto si stancano, soprattutto della «profonda ignoranza italiana verso l’hip hop».

Questo Jake dominante della foto vi rispecchia? Siete davvero così?
Jake La Furia: Ma va’, cosa dici… Jake dominante, non esiste.
Gué Pequeno: Soltanto perché lui è fisicamente importante e quindi domina. Ma questa foto è anche ironica.

Adesso che l’album è uscito da un po’ e sta andando bene, volete togliervi qualche sassolino dalla scarpa? Forza, sparate.
Jake La Furia: Ma no, e sai perché? Non leggo più niente da quando mi sono cancellato da tutti i social-network, a parte Instagram dove posto solo le mie cose. Poi la verità è che non me ne frega niente di quello che può scrivere un qualsiasi critico musicale, scusa se te lo dico. Uno che scrive non può giudicare uno che produce musica.

Non ci credo, dai, di qualcuno ve ne fregherà pure?
Jake La Furia: No, certo, mi interessa sapere cosa ne pensa chi ci segue abitualmente e i miei amici più intimi.

Il video di “Fragili”, dei Club Dogo con Arisa:

Per quest’ultimo disco siete andati a Los Angeles, come già molti altri. Eravate in cerca di influenze di rap west-coast o volevate semplicemente fare gli sboroni?
Don Joe: È stata solo un’occasione come un’altra, che ci ha offerto la nostra etichetta, per stare insieme noi tre tutto il giorno. Saremmo potuti andare veramente ovunque.

Ok… Comunque, tutti i rapper italiani continuano a guardare i vostri lavori e siete il loro punto di riferimento. Come ve lo spiegate?
Gué Pequeno: Il bello è che abbiamo alle spalle una carriera di oltre 10 anni e continuiamo a produrre la musica che ci piace. In molti, arrivati al nostro stesso livello, o vanno a Sanremo o fanno un greatest hits. Noi, no. Sappiamo di essere seguiti dagli adolescenti ma anche dai nostri coetanei. Per esempio, l’altro giorno ero in palestra e un ragazzo mi ha confessato quanto gli sia rimasto impresso Puro Bogotà (da Vile Denaro del 2007, ndr) e non era certo il primo. Alla fine, questo conta più di un tormentone in radio o di quante copie hai venduto. Oddio… a noi interessa anche vendere, è ovvio. Con Noi siamo il club (2012, ndr) abbiamo raggiunto risultati eccezionali. Un conto, però, è farlo perché sei carino, un altro perché la tua musica piace. Quale rapper può dire di esserci riuscito con dei singoli, come Fragili, a parte noi? Fabri Fibra, forse. Adesso Emis Killa con Maracanã, e poi?

I Club Dogo suonano “Puro Bogotà” al Fabrique di Milano:

A proposito di rap italiano: mi dite qualche titolo di album che vi ha fatto schifo?
Jake La Furia: Oh, ma che domanda è? Tu ci vuoi fare solo un titolo! Non frega niente a nessuno di chi non piace a noi. Interessa solo a voi giornalisti.

Il parere di un punto di riferimento interessa sempre.
Gué Pequeno: Non capisco perché dovremmo fare i nomi. In Francia e Germania magari iniziano a farsi la guerra per ragioni di promozione. Ma noi non ne abbiamo particolare bisogno. E, poi, se devo essere sincero, io ascolto il rap di tutto il mondo, quello italiano è solo “un fagiolo” se paragonato al resto. E non mi piace nemmeno molto.

Il video di “Sai Zio”:

In molti hanno detto che i rapper sono i nuovi cantautori. Qualcuno, però, come Morgan proprio sulle pagine di “Rolling Stone”, se ne è pentito e ha detto che non possono continuare a cantare di puttane e champagne.
Gué Pequeno: Innanzitutto, non è vero che l’hip hop è il nuovo cantautorato. L’unico punto in comune è che i testi e le rime sono in prima persona.
Jake La Furia: Un’affermazione del genere è come dire che “i neri hanno il ritmo nel sangue” oppure chiedere “perché vai in vacanza all’estero se non hai visto l’Italia?”. Dato che poi noi nei nostri testi abbiamo parlato di puttane e champagne mi sento particolarmente coinvolto. Noi però raccontiamo anche molto altro e, se qualcuno ascoltasse, se ne renderebbe conto. E poi quando ci criticano, gli italiani non si rendono conto di una cosa: nell’hip hop esiste una componente ludica. Noi non insultiamo nessuno in particolare, ma non lo vogliono capire.

Il video di “Weekend”:

Tra voi rapper, c’è chi vorrebbe diventare un discografico, chi aprire una pizzeria, chi lavorare nel cinema… È mancanza di fiducia nel futuro dell’hip hop italiano? E voi, quale piano B avete?
Jake La Furia: Ma no, il mio sogno era guadagnare con la musica e dato che ci sono riuscito non posso aspirare a niente di meglio. Io ho aperto una mia officina dove customizzo le moto, mi diverte molto, ma non credo possa diventare la mia attività principale. Mi sono anche buttato nel cinema, in una produzione abbastanza grande di cui non posso raccontare molto. Devo ammetterlo: all’inizio ero un po’ terrorizzato, mi chiedevo come avrebbero potuto accogliere uno come me, con i denti d’oro, la catena, così “spandimerda”, che non sa fare niente. Invece è andato tutto bene. Penso di essere bravo a fare il pagliaccio davanti alla telecamera. Magari, che ne sai, divento il nuovo Al Pacino… anzi, Al Pachino.
Gué Pequeno: Io porto avanti la mia linea di abbigliamento Z€N che sta andando alla grande e sto aprendo una gioielleria: è una mia vecchia passione e, se vuoi, rientra nell’estetica bling-bling dell’hip hop. Vedi, io penso a qualsiasi cosa che mi possa portare business in questo momento, a prescindere che possa fruttarmi tra 10 anni, se non dovessi più dedicarmi alla musica. È una cosa tipicamente italiana: pensare che fare i soldi sia sbagliato. Non credo che a Jay-Z negli Usa qualcuno abbia mai detto niente.

Non mi interessa produrre altri artisti, che poi diventano superstar e non ti ringraziano neanche. (Gué Pequeno)

A te Gué, invece, l’avventura con la Tanta Roba (etichetta di Guè e Dj Harsh, ndr) sembra non interessare più molto…
Gué Pequeno: In questo momento della mia vita, non mi interessa particolarmente produrre altri artisti, che poi non ti ringraziano neanche. La stessa cosa è successa con Salmo ed Ensi e sono diventati tutti delle superstar. Auguro ogni bene a tutti, ma ho trovato davvero molta ipocrisia. E poi, sai una cosa? Sono già io una primadonna, non posso certo seguire altre primedonne!

Chi produce hip hop in Italia, alla fine, vi invidia una qualità musicale sempre altissima. A differenza degli altri rapper, che collaborano con un beat-maker, voi lo avete proprio all’interno del gruppo (Don Joe, ndr): è questo il vostro segreto?
Jake La Furia: Abbiamo avuto il culo di trovarci e unirci nel posto giusto al momento giusto, perché ognuno di noi è bravo a fare una cosa diversa. Saremmo potuti essere come tante altre band. Invece no, solo noi siamo i Club Dogo.

CHI SONO I CLUB DOGO

Don Joe, all’anagrafe Luigi Florio, è nato a Milano il 15 maggio 1975, è il beat-maker e produttore dei Club Dogo, ma ha collaborato anche con molti altri artisti italiani, da Vincenzo da Via Anfossi a Max Pezzali. Al momento, è l’unico dei tre a essere sposato.

Jake La Furia, all’anagrafe Francesco Vigorelli, è nato a Milano, il 25 febbraio 1979. È figlio del famoso pubblicitario Giampietro. Ha iniziato come writer con la tag Fame e, l’anno scorso, ha pubblicato il suo primo album solista, Musica Commerciale.

Gué Pequeno, all’anagrafe Cosimo Fini, è nato a Milano il 25 dicembre 1980, suo padre Marco è giornalista e scrittore. Ha fondato, con Dj Harsh, l’etichetta discografica Tanta Roba nel 2011 e ha pubblicato due album come solista, Il ragazzo d’oro e Bravo ragazzo.

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