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I Clap Your Hands Say Yeah sono tornati per cantare le nostre incertezze

‘New Fragility’, il nuovo album ispirato a un racconto di David Foster Wallace, ci riporta alle atmosfere indie rock di inizio millennio. Lo racconta Alec Ounsworth: «Quest’epoca ci ha reso vulnerabili e impotenti»

Foto: Ian Shiver

Era il 2005 quando i Clap Your Hands Say Yeah si affacciavano per la prima volta sulla scena musicale internazionale. Da allora sono trascorsi 15 anni, non così tanti, ma a ripensarci sembra di parlare di un altro mondo. Era il periodo dell’ondata indie rock targata Franz Ferdinand, Bloc Party, Maxïmo Park, Kaiser Chiefs. Gli Strokes erano reduci dal successo di Is This It e Room on Fire, l’anno successivo sarebbero esplosi gli Arctic Monkeys. E in mezzo c’era questo gruppo capitanato da Alec Ounsworth, un quintetto di musicisti conosciutisi tempo prima al Connecticut College, che d’un tratto attirò l’attenzione con un album pubblicato non con una casa discografica, ma direttamente online. Erano i primordi della promozione via Internet, c’erano MySpace, i blogger, pochi immaginavano che il web sarebbe diventato ciò che è oggi. Fatto sta che con quel nome motivazionale suggeritogli da un graffito visto su un edificio di New York e grazie a un’ottima recensione su Pitchfork che diede il via all’interesse della critica nei loro confronti, i Clap Your Hands Say Yeah conquistarono una folta schiera di fan. Ora rieccoli. O meglio, rieccolo, perché ormai CYHSY è l’avamposto di Ounsworth, unico rimasto della line-up originale, che con il nuovo New Fragility, in uscita il 12 febbraio, ci riporta alle atmosfere di quel primo, fortunato, disco con dieci brani indie rock ricchi di pathos ed energia catartica, trainati dal suo inconfondibile, dolente, vacillante timbro vocale.

«Il titolo dell’album è ispirato a un racconto di David Foster Wallace, Per sempre lassù, incluso nella raccolta Brevi interviste con uomini schifosi», spiega Ounsworth, classe 1977. «Un racconto che parla dell’ingresso nella pubertà, quindi di quei momenti in cui ti ritrovi a vivere un periodo di nuova fragilità. E io ultimamente mi sono sentito un po’ così, con quel tipo di stato mentale. Sarà quest’epoca di incertezza e imprevedibilità che ci rende vulnerabili e impotenti». Dietro allo stato d’animo descritto, in realtà, ci sono anche ragioni personali, c’è un divorzio, ma è come se in New Fragility sguardo sul mondo e introspezione si intrecciassero. «Ho incrociato i due temi», dice Alec, che in passato aveva già scritto del fallimento della democrazia americana in Upon This Tidal Wave of Young Blood, brano poi finito nel primo album dei Clap Your Hands Say Yeah. In New Fragility riprende quel discorso, vedi i singoli Hesitating Nation e Thousand Oaks. Qual è stata la spinta? «Come dico in Hesitating Nation, mi fa rabbia la mentalità secondo cui si deve andare avanti sempre e a tutti i costi, senza pensare a chi rimane indietro. E come canto in Thousand Oaks, stragi come la sparatoria di massa avvenuta il 7 novembre 2018 nella californiana Thousand Oaks, appunto, mostrano che gli Stati Uniti non hanno fatto nulla per il controllo delle armi». E aggiunge: «Del resto, si è visto cos’è successo a Capitol Hill…».

Lo abbiamo visto tutti, l’assalto al Campidoglio americano, e molti di noi hanno sgranato gli occhi, ma Ounsworth è tra coloro che si aspettavano che qualcosa del genere sarebbe accaduto. «Perché sorprendersi? Per settimane il clown che abbiamo avuto come Presidente fino a un mese fa non ha fatto altro che istigare quella gente. Semmai mi ha stupito la facilità con cui sono riusciti a entrare nel palazzo del Congresso, ma l’assalto in sé no, quello non è che la conseguenza di un processo di decadimento che andava avanti da anni. Ora il movimento Black Lives Matter ha fatto venire a galla come la polizia non protegga tutta una parte di popolazione. Per non parlare delle politiche anti-migranti portate avanti dall’amministrazione Trump: un totale fallimento sul fronte dell’integrazione multiculturale. I problemi sono tanti e finalmente sono stati svelati per quel che sono: adesso sono più evidenti ed è doloroso, ma mi dà speranza per il futuro, chissà che non sia un passo verso il cambiamento». E tornando a New Fragility: «Potrei essere frainteso con quest’affermazione, ma non scelgo mai veramente ciò di cui scrivo. Scrissi la vecchia Upon This Tidal Wave of Young Blood per i giovani mai tornati dalla guerra in Iraq e morti – così la vedo io – in un conflitto senza senso, allo stesso modo ho scritto questo nuovo disco spinto dallo sconcerto che ho provato di fronte agli avvenimenti degli ultimi anni. Ma non è stata una decisione, semplicemente la musica è il mezzo con cui mi esprimo».

Realizzato con la complicità di Britton Beisenherz e Will Johnson – quest’ultimo già al fianco di Jason Molina e Conor Oberst dei Bright Eyes –, il disco è pregno di tensione emotiva, caratteristica veicolata con forza dalla voce dell’autore, tanto invadente e a tratti stonata quanto coinvolgente, capace di prenderti per mano e portarti in un altrove dove il dolore assume toni epici. «Questo sono io, nel bene e nel male: per me soffrire non è così tremendo. Non che sia uno che va sempre in giro con la testa bassa e gli occhi tristi, ma per me il dolore ha molte sfumature ed è qualcosa che penso valga la pena celebrare tanto quanto la gioia, il piacere. Anzi, non celebrare, condividere: mi piace pensare che ci siano persone che si identificano in questo mio modo di essere, come io mi ritrovo in certi brani cupi di Nick Cave o Lou Reed». Dal punto di vista del sound una novità sono gli archi inseriti in Innocent Weight. «Nel 2018 ho fatto un concerto a Le Poisson Rouge di New York con un quartetto d’archi», racconta Alec. «Avevo riarrangiato dei pezzi appositamente per quella formazione, così mentre lavoravo a Innocent Weight ho pensato di fare qualcosa di simile. Ma sotto c’è una linea di synth, strumento per me fondamentale in fase di composizione. Scrivo tutto io, l’obiettivo è sempre di arrivare in studio con le canzoni già praticamente pronte da suonare, si fonda tutto su un grosso lavoro di pre-produzione».

Si spiegano, forse, così la fine dei Clap Your Hands Say Yeah come band con una line-up definita e stabile e la loro trasformazione in creatura di Ounsworth, unico componente rimasto del quintetto originario. «All’inizio non mi dispiaceva l’idea di un gruppo di musicisti che lavorano insieme per raggiungere lo stesso scopo. Poi, però, mi sono reso conto che il senso di democrazia che ci dovrebbe essere in una band non faceva per me. Non che non apprezzi le opinioni altrui, anzi, ma per come scrivo e vivo la mia musica l’ispirazione è personale, la fonte creativa delle canzoni è una faccenda individuale». Ciò che non è cambiato è il suo bisogno di autonomia, la sua etica DIY; non a caso New Fragility esce per CYHSY Records, la sua etichetta. «Ho sempre voluto essere indipendente ed è il motivo per cui all’inizio i pezzi dei Clap Your Hands furono pubblicati su Internet. A posteriori si può dire che fummo ingenui, perché sappiamo cosa sono diventati la rete e i social successivamente. Ma ai tempi era diverso, MySpace sembrava qualcosa di rivoluzionario in senso buono, era perfetto per farti conoscere». Gli chiediamo se oggi userebbe Patreon. «Non credo, la filosofia alla base della piattaforma mi piace, ma penso richieda troppo tempo: se domandi ai fan di sostenerti economicamente, non è che poi puoi sparire, e io non riuscirei a buttare fuori materiale solo perché so che ci sono delle persone che lo aspettano, è un meccanismo che potrebbe farmi impazzire».

«Un approccio da piccolo ristorante»: così Ounsworth definisce il suo modus operandi. «Non sono stupido, capisco che conti anche il business, che suonare sui palchi dei grandi festival porti più visibilità sui social, più plays su Spotify, e so bene che la vendita di dischi non sia più il fulcro di tutto, ma allo stesso tempo concepisco la comunicazione come qualcosa di personale: sono io che parlo con i fan, sono io che offro loro la mia musica e che così facendo creo una sorta di community». Di qui gli house concert che Alec amava tenere prima della pandemia: piccoli live per una cinquantina di spettatori, organizzati sia in studi di registrazione e location come gallerie d’arte e coffee shop, sia in vere e proprie case scovate attraverso appelli online al motto di “Alec would love to play a show at your place!”. «Poter osservare la reazione del pubblico così da vicino, guardando chi ti ascolta negli occhi, è bellissimo. La cosa incredibile è che l’ultimo di quei mini-concerti lo tenni un anno fa in California, era gennaio e decisi di tornare a Philadelphia in aereo, lasciando la mia macchina sulla West Coast: non l’ho più rivista…». Ci si è messo di mezzo il coronavirus, a dispetto del quale un tour è stato comunque annunciato: restrizioni permettendo, CYHSY dovrebbe fare tappa a Milano e a Bologna il prossimo autunno, il 6 e 7 ottobre. Nel frattempo c’è un disco da promuovere e include un pezzo intitolato Where They Perform Miracles. «È legato ai miei studi di antropologia, durante i quali ho fatto delle ricerche sulla medicina alternativa. Sono stato da spiritualisti, in templi, ho fatto visita a uno sciamano nei sobborghi di Città del Messico, dove ho avuto un’esperienza drammatica… Ma questa è solo la fonte d’ispirazione, la canzone in realtà parla di sentimenti. Sono io che cerco di rispondere a una domanda: come trovare delle vie alternative quando si tratta di salvare una relazione?».

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