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I Bright Eyes non si sono ancora arresi


Dopo un decennio di difficoltà, Conor Oberst ha capito che era arrivato il momento di riunire la band e trasformare il dolore in musiche gioiose. «Non voglio diventare un vecchio rocker stanco»

I Bright Eyes

Foto Press

Qualche anno fa, Conor Oberst era a una festa di Natale a casa di Nate Walcott. All’improvviso, ha preso da parte il collega dei Bright Eyes e gli ha detto l’idea che aveva per la testa. «È venuto fuori spontaneamente», dice Oberst, 40 anni. «Facciamolo. Facciamo un disco». Per Walcott, la decisione di porre gine alla pausa del gruppo dopo quasi un decennio è sembrata naturale. «Non mi è caduto un piatto dalle mani», dice. «I nostri impegni si stavano allineando. E poi c’è un’altra cosa… semplicemente ci piace passare del tempo insieme. Ci piace fare dischi assieme».

Quella sera, Oberst e Walcott si sono nascosti in bagno e hanno chiamato Mike Mogis, che era tornato nella sua casa a Omaha. «Onestamente non ricordo quella telefonata», ammette. «Credo che mi abbiano svegliato. Oppure ero sveglio, ma parecchio ubriaco». Mogis ha accettato immediatamente, ma il giorno dopo Oberst l’ha richiamato per assicurarsi che fosse davvero a bordo. «Ero in un centro commerciale a comprare i regali con i miei figli», dice Mogis. «Richiamarmi il giorno dopo è stata la mossa giusta, è così che ho capito che non era un sogno».

L’album nato da quelle telefonate, Down In The Weeds, Where the World Once Was, è il primo dai tempi di The People’s Key, uscito nel 2011. È una collezione di 14 canzoni severe, al tempo stesso strazianti e gioiose, in cui Oberst affronta il suo divorzio, la morte del fratello (l’album è dedicato a lui) e cerca di avere una visione ottimista del futuro.

Negli ultimi dieci anni Oberst ha pubblicato diversi album solisti e un disco con la sua band parallela, i Desaparecidos (il disco è Payola, del 2015). È anche diventato una grande influenza per una nuova generazione di cantautori innamorati della sua malinconia onesta. L’anno scorso, ha formato la band Better Oblivion Community Center con Phoebe Bridgers, una delle sue eredi più brillanti, che è cresciuta ascoltando i Bright Eyes. «Ero super nervosa durante quelle session, non mi sentivo alla sua altezza», ha detto Bridgers. «Si è impegnato moltissimo per farmi sentire rispettata e ascoltata. È divertente collaborare con lui, è molto ricettivo verso le novità. Non vuole fare dischi tutti uguali».

In un certo senso, tutti questi progetti hanno influenzato Down in the Weeds. Per Oberst e gli altri del gruppo, il disco è un ritorno a casa e affronta temi appropriati per dei musicisti di mezza età. In To Death’s Earth (In Three Parts), Oberst racconta una conversazione con la sua ex moglie Corina Figueroa Escamilla in cui lei ha detto che vivere con lui era sfiancante. “Lo chiederò al mio amore / Cosa dirà? / Dirà com’è vivere con me qui / ogni dannato giorno?”, canta. “Ma lei continua / ‘Agotante, agotante, agotante’ (estenuante in spagnolo, ndt)/ nel modo più gentile che conosce”.

Magis aggiunge che anche lui ha vissuto un divorzio durante la pausa dei Bright Eyes. «È uno dei temi del disco: perdere un amore davvero importante», dice.

Le canzoni echeggiano altri lutti. «Ho perso mio padre», spiega Mogis. «Lui ha perso suo fratello. Quando sono con la band, anche se sappiamo tutti di cosa sta cantando, internalizzo e interpreto le parole pensando alla mia vita. È così che tutti interagiscono con la musica. È la cosa più universale che esista».

Down in the Weeds si apre con la splendida e assurda Pageturner’s Rag, l’ultima canzone che hanno registrato. Inizia con Escamilla che parla spagnolo – “Démosle la más cordial bienvenida al escenario Dei Vostri Incubi Più Vividi!” –, poi conversa con la madre Nancy accompagnata dal pianoforte e dalla tromba di Walcott. L’hanno registrata al Pageturners Lounge, il bar di Oberst nella città natale del gruppo, Omaha.

«Tutti i nostri dischi hanno una strana intro-collage», spiega Oberst. «Sapevamo che avremmo dovuto farlo anche questa volta. Tutti i giovedì il mio amico Dan McCarthy suona ragtime, la roba di Scott Joplin. Ho sempre associato il ragtime alla gioia, a quei momenti in cui apri una porta, vedi tutti i tuoi amici e senti la musica. Rappresenta i ricordi più belli degli ultimi anni».

Tutti e tre i membri dei Bright Eyes dicono che Down in the Weeds è il loro disco più collaborativo. In passato Oberst scriveva tutti i pezzi e li consegnava al gruppo già finiti, così da arrangiarli tutti insieme. Questa volta non è andata così. «Nate e Mike mi mandavano piccoli frammenti di musica, io ci lavoravo un po’ e scrivevo la voce e il testo», dice Oberst. «È successo anche con i pezzi che avevo praticamente finito. Li mandavo a Nate e lui cambiava degli accordi. Ha studiato e ha una musicalità molto più sofisticata di me».

«Questa volta abbiamo iniziato dalle fondamenta», aggiunge Walcott, che negli ultimi anni ha suonato con i Red Hot Chili Peppers e scritto musica per film e tv. «Amo scrivere progressioni di accordi interessanti e strane, quindi ha funzionato. Conor mi mandava le sue canzoni e diceva che gli sarebbe piaciuto che le lavorassi nello stesso modo». Mogis, invece, ci scherza su: «Forse era solo pigro».

Con gli arrangiamenti orchestrali e i sintetizzatori, Down in the Weeds evoca il suono dei primi dischi del gruppo senza copiarli direttamente. Tilt-A-Whirl è un riferimento diretto all’approccio di Letting Off the Happiness (1998). «Abbiamo deciso di registrarla in stile lo-fi, con un suono di merda», dice Mogis. Per Oberst, citare il passato della band è stata una scelta intenzionale. «Ho cercato di farlo suonare come il resto del nostro catalogo», spiega. «Volevo raccontare cosa sta succedendo nelle nostre vite senza cercare la macchina del tempo o l’iper nostalgia. Siamo tutti invecchiati, ovviamente, quindi ho anche cercato di scrivere musica appropriata alla nostra età».

Durante le session di Down in the Weeds, a Omaha e Los Angeles, Walcott ha reclutato Flea per alcune parti di basso. «Abbiamo suonato molto in tour e abbiamo legato grazie al comune interesse per il jazz», dice. «Passavamo un sacco di tempo insieme a suonare i duetti per tromba di Bach. Capisce molto bene l’armonia e il suo senso della melodia è fantastico».

La band ha anche chiesto una mano a Jon Theodore, il batterista dei Queens of the Stone Age. «Sembrava un’idea assurda», ricorda Oberst. «Sono innamorato del primo disco dei Mars Volta, De-Loused in the Comatorium. Ho pensato: beh, in quel disco la sezione ritmica è composta da Flea e Jon Theodore. E se li chiamassimo entrambi?». Ride ripensando a una scelta apparentemente improbabile: «Non ha senso per la musica dei Bright Eyes. Ho incontrato Jon di sfuggita e abbiamo alcuni amici in comune, quindi l’ho chiamato all’improvviso e gli ho proposto di collaborare. Non sapevo nemmeno se conoscesse la band, ma è stato carinissimo. Poi Flea è arrivato in studio e non sapevo cosa aspettarmi, ma anche lui è una persona fantastica. Vederli suonare insieme è stato un sogno».

Down in the Weeds suona spesso apocalittico, ma è un disco pieno di momenti leggeri. Soprattutto in Dance and Sing, un brano sognante che parla di perseverare attraverso l’oscurità. “Piangerò quello che ho perso / Perdonerò il plotone d’esecuzione”, canta Oberst accompagnato dal coro. “Quanto può essere imperfetta la vita”.

«Credo che parli di resilienza», dice Oberst. «Tutti quanti abbiamo affrontato delle sfide. Alla fine l’unica scelta che hai è abbandonare tutto o continuare ad andare avanti. Quella canzone cerca di catturare cosa si prova quando non ci si arrende». «Forced Covalescence è simile», aggiunge Walcott. «Eravamo in studio e ricordo di aver parlato con Flea di Sly and the Family Stone. Non parlavamo dell’apocalisse. Ci sembrava una canzone divertente. Non importa quanto il materiale fosse tematicamente pesante, abbiamo cercato di scrivere bella musica, a volte anche gioiosa o eccitante».

Mariana Trench è un pezzo dalle sfumature politiche (“Ci vuole una bella faccia tosta / per cercare di compiacere / queste entità deumanizzanti”), ma niente a che vedere con When the President Talks to God, la canzone di protesta anti-Bush che Oberst suonò al Tonight Show With Jay Leno 15 anni fa. È stato un momento decisivo per la sua carriera, ma lui dice di guardare a quella canzone con indifferenza. «Non ne sono mai stato orgoglioso», spiega. «Credo sia davvero una delle canzoni meno interessanti che ho scritto. Ma all’epoca mi sembrava importante. Credo sia più uno spot per un certo modo di pensare che una bella canzone. Ci hanno invitati da Leno, volevano che suonassimo First Day of My Life e io non volevo. Ho pensato: se devo andare in tv, vorrei cantare qualcosa di più importante di una canzone d’amore».

Prima di esibirsi era nervoso. «Ho fatto il soundcheck con il cappuccio e poi sono andato nel panico», racconta. «Il mio manager dell’epoca mi ha detto: ho un’idea, ti prenderò un vestito da cowboy. L’ha recuperato in meno di un’ora. Quando l’ho indossato ho iniziato a sentirmi meglio. L’idea era: se un tizio dell’Arkansas sta guardando la televisione sulla sua poltrona reclinabile, vorrei che dicesse – imita l’accento dei redneck – “Alza il volume, amore! Questo giovanotto sembra un tipo a posto!”».

Come molti altri artisti, i Bright Eyes sarebbero dovuti partire in tour per promuovere Down in the Weeds. Hanno rimandato le date al prossimo anno, e hanno suonato Mariana Trench – a distanza – per il Late Show di Stephen Colbert. Tutte le parti, inclusa la sezione di fiati e i cori, sono state incise individualmente e poi sovrapposte. «Quel poco che ho suonato da quando è iniziata la pandemia mi ha fatto stare davvero bene», dice Oberst. «Non volevo stare seduto sul salotto in mutande e suonare la chitarra acustica nell’iPhone. Non dico che sia una cosa sbagliata in generale, ma sicuramente non lo faremo».

Nel frattempo, Mogis e Walcott hanno lavorato alla colonna sonora de L’ombra dello scorpione, la miniserie tratta dal romanzo del 1978 di Stephen King. È la storia di una pandemia che stermina il 99% della popolazione del pianeta. «Sono curioso di vedere come verrà accolta», dice Walcott. «È una storia che ha sempre avuto un certo impatto: la paura di una malattia contagiosa che ci potrebbe uccidere tutti. Lavorare a questo show in questo periodo è una coincidenza inquietante». Mogis, invece, si chiede: «La gente vuole davvero vedere questa roba? Forse».

Mentre Walcott e Mogis compongono musica per la televisione, Oberst è aperto alla possibilità di lavorare a un altro progetto parallelo, forse un altro disco con Phoebe Bridgers. «Mi piacerebbe registrare ancora con lei», dice. «Quando abbiamo deciso di fare il primo disco, l’obiettivo era scrivere qualcosa alla Pixies e Replacements. Volevamo quel suono. Ma quando ci siamo ritrovati insieme abbiamo composto musica molto più leggera. In tour, invece, abbiamo suonato tutto più forte, con tanto di distorsioni. Per questo, quando parliamo del nuovo album sappiamo già cosa fare: un disco rock. Non vogliamo il folk. Vogliamo i Pixies, le Breeders, quella roba».

Ultimamente, Oberst sta cercando di trarre il meglio dalla quarantena, cerca di restare motivato mentre passa il tempo tra Los Angeles e Omaha. «È strano, ho un sacco di tempo libero che non pensavo di avere, perché dovremmo essere in tour», dice. «Adesso se mi faccio la doccia e sistemo il letto mi sembra una buona giornata. Ieri non mi sono mai tolto il pigiama e mi sono sentito in colpa».

Quando pensa a invecchiare e alla sua mortalità, Oberst cita il suo amico e artista Gary Burden – che ha creato splendide copertine per Neil Young, Joni Mitchell e molti altri, prima di morire nel 2018 – come fonte d’ispirazione. «Ho sempre pensato alla morte, fin da bambino», dice. «Ci penso continuamente. Ammiravo molto Gary, perché era un artista vitale. Era sempre se stesso, si rollava una canna nel backstage e parlava in maniera super coerente di arte e musica. Quando ti abbracciava sembrava l’uomo più forte che avessi incontrato. Volevo diventare come lui, ne sarei stato felice».

Guarda in alto, nascosto dal berretto nero, e continua: «Non so se sarò così fortunato. Suona stucchevole, ma credo molto nell’avere un cuore giovane e gioia di vivere. Se la perdi, invecchi in fretta. Nel mio caso, questo significa essere costantemente preoccupato di cadere in una mentalità cinica e super deprimente. Per evitarlo mi circondo di persone giovani, persone diverse, cerco di avere una mentalità aperta. Non c’è niente di peggio di un vecchio rocker stanco che pensa di averle viste tutte. Non voglio diventare così».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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