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I Black Lips affrontano l’apocalisse scopando

A casa di Zumi, a East Hollywood: il nuovo album 'Apocalypse Love', il cavallo "rubato" da Beyoncé, l'ossessione per le suore, sesso & Gucci & rock & roll. «Meglio fottere insieme che vivere in un mondo in cui tutti si fottono a vicenda»

Zumi dei Black Lips

Foto: Alexandra Cabral

L’appuntamento è in una grande casa nella zona dimessa di East Hollywood, appena sotto la superstrada 101. Qui abitano due quinti dei Black Lips: Zumi Rosow, sax e voce, insieme al fidanzato Alexander Cole, chitarra e voce. È quest’ultimo ad accogliermi non appena mi avvicino al giardino, portandomi a fare un giro per il piano terra dove scorgo il vinile del primo album dei Pink Floyd The Piper at the Gates of Dawn, un enorme dipinto in vetro colorato, vari amplificatori vintage e dietro l’angolo, sotto un groviglio di cavi e pedaliere, la sala prove, non solo dei Black Lips ma anche dei Crush, il duo in cui la coppia dà sfogo al suo lato più svitato.

Il nuovo album dei Black Lips s’intitola Apocalypse Love, con la title track firmata dai due innamorati e registrato a Parigi con la produzione di Saul Adamczewski dei Fat White Family. Si tratta di un rock energico che marcia con uno stile troppo libero per essere categorizzato, tra momenti country e persino free jazz grazie al sassofono di Zumi. Inafferrabili anche nei testi: spaziano da riferimenti a colpi di stato sudafricani nelle Seychelles (Operation Angela, che sembra una outtake di Sandinista dei Clash) alla trattazione di una certa “cremina” da condividere in un’orwelliana allegoria stile Fattoria degli animali (Sharing My Cream).

Si chiama totale libertà creativa, la stessa che avverto quando parlo con Zumi, oltre musicista, attrice, designer di gioielli e modella. È una donna la cui parlata è difficile da arginare: trasmette entusiasmo per la vita e lo fa con una genuinità disarmante. E poi è divertente, almeno quanto il nuovo album dei Black Lips anche se a Zumi scoccia che anche Beyoncé abbia usato l’immagine di lei in posa sopra un cavallo, uscendo col nuovo disco appena prima di loro. «Quando me ne sono accorta ho gridato: oh no! Pensavo fosse una triste coincidenza, ma col senno di poi è segno di un’immagine che risuona nella coscienza collettiva».

Nata a New York, e trasferita a Los Angeles a 3 anni, è poi tornata nella Grande Mela per studiare arte al college. Quando scende dal secondo piano indossa make-up alla Cleopatra, pantaloni di pelle, maglietta dei Cramps lacerata e mocassino Gucci, di cui è stata musa e modella, al punto di dare nome a una borsa bestseller. «Non lavoro più per loro, è triste ma è così che funziona la moda», dice sorridendo. Mi accorgo che la sua celebre voragine in corrispondenza dell’incisivo, è stata tappata da un dente perfetto. Finché lavorava per Gucci non poteva aggiustarselo, poiché così prevedeva il contratto stipulato con Alessandro Michele. «Ma è difficile suonare il sax senza un incisivo e poi mi era caduto anche il secondo, dunque non avevo scelta. Va bene così, non voglio essere definita come “quella senza un dente”, anche se mi manca tanto… il mio dente mancato». Poi si lancia nell’avvincente e bislunga storia dei suoi incisivi, da quando è nata ad oggi, ricordando che il primo l’aveva perso perché se l’era voluto levigare con la carta vetrata. «Sento di dovere proteggere la mia individualità. Mi piace essere unica… ma non come scelta forzata, è solo che voglio fare le cose in modo diverso».

Ci posizioniamo sul divano e poiché sono italiana, mi offre vino verde con ghiaccio, dopotutto è il pensiero che conta e comunque sta andando giù una meraviglia…

L’ultima volta che ci siamo incontrate era per il precedente album Sing in a World that’s Falling Apart (canta in un mondo che cade a pezzi). Avete predetto il futuro perché poche settimane dopo, il mondo si sarebbe fermato con la pandemia. Oggi cantante “l’Apocalisse dell’amore”…
Pazzesco non trovi? Questo ci sembrava un titolo perfetto: l’apocalisse è ancora in corso e noi cantiamo di affrontarla scopando. È un concetto romantico: scopare quando lanceranno le bombe nucleari, mentre il mondo esplode: tu vieni, io vengo con te, finché viene la fine (fa la parafrasi dei versi della title track, nda). Piuttosto di vivere in un mondo in cui tutti si fottono a vicenda, meglio fottere insieme.

In questo album si sente la tua voce più che mai…
Ho sempre contribuito alla stesura di canzoni con la band ma stavolta ne ho scritta una da sola: Lost Angel. Amo cantare ma finora non mi ero mai considerata una cantante e sono rimasta di stucco quando di recente Rat Skates mi ha chiesto di registrare vocals per un suo progetto collaterale. È buffo perché la mia voce e quella di Cole si somigliano e spesso la gente ci confonde.

Con il sax evochi diverse atmosfere e tocchi molteplici generi…
Saul Adamczewski era il mio conduttore d’orchestra, in alcuni brani voleva suonassi come se fossi principiante, altre volte mi avrebbe chiesto di stonare di proposito. Saul è un genio, l’abbiamo conosciuto grazie a Sean Lennon (che ha prodotto il precedente album, nda) e abbiamo passato parecchio tempo insieme a New York. Mi sento molto connessa con lui, è come un fratello e non solo perché gli manca un incisivo.

Black Lips. Foto: Alexandra Cabral

Dal primo ascolto, sono entrata in fissa con Sharing My Cream: è la vostra risposta a “my milkshake brings all the boys in the yard“?
Ovvio! L’ha scritta Jeff (Clarke, chitarra e voce, nda), lui si ispira spesso alla relazione tra uomo e bestia. È un pezzo ridicolo dal suono assurdo, una critica spassosa e intelligente. Nella vita bisogna ridere, non ci si può prendere troppo seriamente. Io lo faccio sempre, dopotutto mi considero un’ebrea laica, è nel mio dna. Ridere è l’unico modo per sopravvivere: c’è così tanta sofferenza dal momento in cui vieni espulso in questo fottuto universo, letteralmente tra sangue e merda…

Non dimenticarti le grida e i pianti lancinanti.
Esatto. Che poi le risa e pianti sono interscambiabili. I Black Lips cantano anche di questo.

Nel tuo social fai un’audizione per una parte immaginaria come suora depravata. Che significa?
Sono in fissa con le suore da quando ero bambina e presi lezioni di pianoforte da Sister Dolores. Odiavo fare pratica, mi distraevo troppo, osservavo il modo in cui era vestita, i simboli che indossava. Così mi sono ossessionata con l’iconografia cattolica e anche i miei parenti mi prendevano in giro perché nessuno era praticante in famiglia. Sto ancora cercando il perfetto abito da suora, non un costume, intendo uno vero.

Per quello devi andare a Roma, ci sono negozi per abbigliamento ecclesiastico fantastici.
Gucci mi ha portato a Roma, che sogno! Anche solo camminare per la città in mezzo a tutti quei preti e suore…

A proposito di Gucci: da personaggio genuinamente rock’n’roll quale sei, come sei riuscita a trovare un senso nella collaborazione con un brand di lusso?
Il merito è stato tutto di Alessandro Michele. Essendo un artista incredibile, sa come valorizzare e onorare un altro artista. Quando ho iniziato la collaborazione non sapevo cosa aspettarmi, temevo dovessi cambiare qualcosa di me stessa, ma Alessandro mi ha sostenuta in tutto, non voleva nemmeno mi acconciassero i capelli per la campagna pubblicitaria; diceva ai truccatori: non toccatela, è perfetta così com’è. È stata un’esperienza molto interessante perché ho sempre saputo di avere un dono da offrire all’universo anche se non sapevo bene cosa. L’ego mi ha spinto a pensare volessi fare l’attrice, era il mio sogno da bambina.

Qualche parte nei film poi l’hai avuta…
Poca roba, ho avuto giusto una battuta sul film Wassup Rockers, e già non stavo nella pelle! Mi innamorai del cinema a 9 anni quando mio padre mi portò sul set del film Silent Tongue da lui prodotto (scritto da Sam Shepard, con River Phoenix, nda) ed è stata un’esperienza quasi spirituale, un universo alternativo in cui immergersi. Ma per fare l’attrice devi prenderti infiniti rifiuti. Devi essere molto sicuro delle tue abilità, anche se l’attore è un essere insicuro di natura. Devi avere disciplina e io sono troppo incostante, ho troppi interessi. Ma anche far parte di una band offre un universo parallelo, e in più hai la libertà di creare ciò che vuoi senza dipendere necessariamente dagli altri.

Quando hai capito che volevi suonare in una band?
Sembra strano ma ho cominciato a pensarci solamente quando un giorno mia madre mi chiese: dove ti vedi tra qualche anno? E io le risposi di pancia che volevo suonare in una band; non so nemmeno perché. Il sax l’ho imparato a scuola, sono cresciuta amando Stan Getz perché i miei suonavano i suoi dischi a casa. Incredibilmente, poche settimane dopo quella dichiarazione, mi hanno chiesto di unirmi a una band per rimpiazzare un sassofonista.

Come sei finita con i Black Lips?
Ho conosciuto Cole a una festa nella casa di Los Angeles in cui vivevo col mio ex fidanzato, Michael Gerner dei Dallas Acid. Cole si è messo a fare il dj con il mio computer e ha subito catturato la mia attenzione. Non perché volessi farmelo, piuttosto ho pensato: ma chi è sto matto? Ho provato a fare colpo su di lui citando la musica stramba che adoro ma lui già conosceva tutto. Quell’uomo è enciclopedico. Anni dopo lo rincontrai tramite una band fatta di amici in comune, gli Spits, con cui condividevo anche il lavoro di costruire set per film porno. Cole mi ha chiesto di suonare la data di Los Angeles con i Black Lips e il giorno dopo, voleva saltassi sul loro furgoncino per seguirli in tour. Avevo il sax con me e ho pensato, perché no?

Quando è sbocciato l’amore con Cole?
Dopo il primo concerto con i Black Lips siamo andati a una festa e abbiamo dormito nella stessa stanza d’albergo. Succedeva spesso di dividere stanze con amici uomini e non ci ho dato molto peso. Poi Cole mise un cuscino nel mezzo del letto come divisorio tra i nostri corpi e ho pensato fosse un gesto molto dolce, da galantuomo, non l’aveva mai fatto nessuno prima. È stato allora che ho sentito germogliare i primi sentimenti. Ora sono passati nove anni e siamo ancora in questa meravigliosa partnership. Cole mi rispetta come musicista e come persona, creiamo musica insieme di continuo per il nostro duo Crush e mi ha dato la confidenza di scrivere e cantare.

Black Lips. Foto: Alexandra Cabral

Prima di salutarci mi invita a uno show dei Crush la sera seguente e mi fa ascoltare la demo di uno dei loro pezzi preferiti: Fuck Me Forever, cover di Connie Lingus. Zumi ha già in mente il video: lei che limona duro con un’altra donna, sopra una motocicletta; entrambe vestite da suora, naturalmente.

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