I Black Keys 10 anni dopo ‘Brothers’: «Quel disco ci ha cambiato la vita» | Rolling Stone Italia
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I Black Keys 10 anni dopo ‘Brothers’: «Quel disco ci ha cambiato la vita»

Prima di registrare il sesto album, Auerbach e Carney non si parlavano e la loro vita privata era a pezzi. Poi, grazie al soul anni ’70 e a un vecchio studio decaduto, sono diventati a loro modo superstar

I Black Keys nel 2011

Foto: Paul Bergen/Redferns

Quando Rolling Stone ha incontrato i Black Keys durante il tour del 2010, Dan Auerbach e Patrick Carney erano di fronte a un dilemma. Per promuovere il singolo Next Girl, la loro etichetta aveva commissionato un video in cui un pupazzo dinosauro cantava il pezzo circondato da ragazze in bikini. La band non apprezzava. «C’è un cazzo di dinosauro che canta il mio testo!», diceva Auerbach dopo aver visto il video sul tour bus. «Non è divertente, non mi piace per niente… stanno fottendo la nostra arte, amico». «Si chiama promozione», rispondeva Carney. «È la prima volta che la Warner spende soldi per noi. Forse non dovresti lamentarti».

Oggi, quando gli ricordiamo quel battibecco, Auerbach ride. «Era la prima volta che una grossa label dimostrava interesse verso di noi. Se dovevamo fare un video, dovevamo prima capire di cosa avrebbe parlato. Quei tizi invece si erano limitati a mandarmi quella roba e abbiamo finito per odiarla il doppio».

Brothers ha rappresentato un passaggio fondamentale per i Keys. Erano un duo uscito fuori dalla Rust Belt. Si sono trasformati in strane superstar. Il disco del 2010 – pieno di groove profondi e «canzoni pop inquietanti e senza tempo, che catturano l’atmosfera polverosa delle amate produzioni di RZA a base di campionamenti soul», come scriveva all’epoca Brian Hiatt su Rolling Stone – li ha lanciati in territori sconosciuti per le rock band degli anni ’10. Il singolo soul Tighten Up è arrivato in Top 100, ha vinto un Grammy e un MTV Video Music Award (l’etichetta sul premio riportava erroneamente il nome dei Black Eyed Peas). È finito in tantissime pubblicità e li ha portati nei palasport.

Dieci anni dopo, i Keys festeggiano il decimo anniversario di Brothers con una versione rimasterizzata dell’LP. Contiene tre bonus track: Black Mud II, versione alternativa dello strumentale psichedelico del disco, Chop and Change e Keep My Name Outta Your Mouth. Il box set è disponibile in CD e vinile, accompagnato da un libro di 60 pagine con foto del gruppo e note di copertina scritte da David Fricke.

Il batterista Patrick Carney ha molto ascoltato Brothers nel corso degli anni. Lo mette su ogni volta che deve testare le casse del suo studio casalingo, «perché conosco alla perfezione i suoni di un paio di pezzi», dice dalla sua nuova casa in South Carolina, dove passa il lockdown con la moglie Michelle Branch e il figlio di due anni Rhys. Ogni volta che riascolta il disco ricorda quanto ci fosse in gioco: «C’era tanta roba che girava attorno a quell’album», dice. «Avevo appena divorziato. Dan aveva appena avuto un figlio. C’era tanta roba in ballo. Non riesco a credere che abbia colpito tanta gente e stravolto le nostre vite».

C’è stato un momento in cui sembrava che il disco non sarebbe uscito. Nel 2008, i Keys avevano già ottenuto più successo di quanto avessero mai desiderato. Quell’anno avevano pubblicato il loro quinto album Attack and Release. Prodotto da Danger Mouse, dimostrava la capacità dei due di scrivere enormi ritornelli in brani come I Got Mine e Strange Times. I due erano stanchi. «Se fai sempre la stessa cosa finisci per perdere la testa», dice Carney. «Otto anni in tour in un van… sembravano molti di più. I Ramones non sono mai passati dal van al bus. Sono stati in tour per qualcosa come 21 anni. Dev’essere stato incredibilmente intenso. E quando hanno smesso, molti di loro sono morti nel giro di cinque o sei anni. Passavano otto ore al giorno seduti su un van a mangiare merda. Sarà stato per questo».

Durante una pausa dai concerti del 2009, Carney e Auerbach hanno preso direzioni diverse. Auerbach ha registrato il suo primo disco solista Keep It Hid senza dire nulla al collega. «Non ero nemmeno sicuro che volesse tenere in piedi il gruppo», dice Carney. «A volte non comunichiamo granché bene. Soprattutto all’epoca, Dan non amava confrontarsi, non è granché bravo a esprimere quel che prova. Non sapevo cosa stesse accadendo. Io sono il contrario, mi esprimo sempre».

«Era reale, più o meno», dice Auerbach della tensione con il batterista. «Sai, quando entrano in gioco mariti e mogli le cose cambiano. Diventa tutto più difficile».

Foto: Alysse Gafkjen/Q Prime

È stato allora che Carney ha fondato una sua band, i Drummer. Dopo aver risolto i loro conflitti, si sono dedicati al progetto BlakRroc in cui accompagnavano rapper come Mos Def, RZA e Raekwon su una serie di strumentali. «All’epoca Dan non scriveva più strofe, solo ritornelli e groove», dice Carney. «Credo che abbia avuto una certa influenza su quello che abbiamo fatto agli studi Muscle Shoals».

Auerbach nel frattempo stava facendo nuove scoperte. «Ascoltavamo tanto soul e in qual genere i pezzi migliori si basano su grandi ritornelli», racconta. «Ascoltavamo My World, il disco di Lee Fields, lo adoravamo. E poi tanta roba registrata ai Muscle Shoals oppure agli studi Hi Records di Memphis. Le produzioni di Willie Mitchell, tanti 45 giri. Anche una compilation, Chains and Black Exhaust, funk nero. E altre raccolte di 45 fatte dai crate diggers. Le compravo da Shangri-La Records a Memphis, e sono state un’influenza importante per tutto l’anno che ha preceduto Brothers».

La band ha iniziato a lavorare al disco nella cantina di Auerbach, ad Akron. Sono partiti da un semplice quaderno di testi, scrivevano canzoni sul momento. Ne sono venuti fuori pezzi come She’s Long Gone, in cui Auerbach suona un riff potente con effetto dual octave, mentre Carney si scatena sui tom. «Pat mi ha ricordato di quella prima demo registrata a casa mia», dice Auerbach. «Abbiamo provato a rifarla da Muscle Shoals, ma alla fine abbiamo usato la prima versione». Lo stesso giorno hanno registrato Black Mud, uno strumentale funk a base di organo su cui Auerbach si scatena con un riff funk e il wah wah. «Ci piaceva così tanto che l’abbiamo messa in scaletta», dice Auerbach. «Non so se avesse senso metterci uno strumentale. Ma era un momento magico, la chitarra suonava nel modo giusto. Gli amplificatori, tutto aveva il suono giusto, lo senti respirare durante la registrazione. Quando hai roba così non c’è bisogno di altro». La versione inserita nella ristampa è ancora più sperimentale, con chitarre col tremolo e un arrangiamento più blues.

Successivamente, il gruppo è andato al Muscle Shoals Sound Studio di Sheffield, in Alabama, dove gli Stones, R. B. Greaves, Aretha Franklin, Etta James e altri avevano registrato i loro dischi migliori alla fine degli anni ’60 e all’inizio dei ’70. Lo studio, però, non era più quello di una volta. Come ha scritto Fricke, «la mitica insegna con l’indirizzo immortalata sulla cover di un LP del 1969 di Cher, uno dei primi dischi incisi sul posto, era ancora sulla porta d’ingresso. Dentro, Muscle Shoals era ricco di ricordi – le pietre miliari registrate lì negli anni ’70, nate dal blues del Sud, dal soul e dal country-funk – ma non c’era molto altro».

«Era tutto parte dell’esperienza», dice Auerbach. «Ma era come ai tempi belli. Sembrava la nostra cantina. Faceva molto Black Keys. Era una piccola Akron». 

Tuttavia, in tutte quelle limitazioni la band ha trovato una sua magia. Auerbach si era portato solo la sua chitarra economica, una Harmony, e una Telecaster, e ha iniziato a registrare gran parte dei pezzi suonando il basso Rickenbacker del produttore Mark Neil. Quest’ulitmo aveva portato una batteria Gretsch che Auerbach trovava «di grande ispirazione». «Era la prima volta che io e Pat avevamo di fronte un kit bello, tenuto bene», dice. «Non ci era mai successo e Pat ha fatto faville».

La band si è tuffata in The Only One, un pezzo soul dove Auerbach canta in falsetto di “un amore che sparisce quando mi avvicino”. «Secondo Pat è uno dei primi brani registrati lì. Un pezzo col falsetto, non riuscivo a crederci», dice Auerbach. «Improvvisamente ci siamo messi a scrivere pezzi col falsetto». Fatto quel brano, il lavoro si è velocizzato. Carney dice che la potente Howlin’ for You era «la prima take registrata dopo aver capito come suonarla alla batteria senza incasinarla».

I testi parlavano soprattutto di problemi sentimentali. Pochi giorni prima di entrare in studio, Carney aveva iniziato le pratiche per il divorzio. Nonostante Auerbach dica che nessuna delle canzoni parlavano della vita del collega, Michael Carney – il fratello di Patrick, che di solito lavora agli artwork del gruppo – sostiene che Dan «abbia scritto quelle canzoni a partire dalle sue esperienze. Ma le ha scritte per Pat».

Auerbach ride dell’idea. «Mah, sinceramente, non so. Non riesco neanche a ricordare. È tutto sfocato. Insomma, le abbiamo registrate così velocemente, improvvisavamo molto. Non ci abbiamo perso il sonno».

Brothers è stato registrato in meno di due settimane. Dopo essere tornati a casa per lavorare al mix, i due hanno deciso di scrivere un altro pezzo. Mentre erano a New York impegnati con la promozione di BlackRoc, hanno incontrato il vecchio collaboratore Danger Mouse. Il risultato è la loro hit più grande fino a quel momento, Tighten Up. «È nata da un mio ritmo, cercavo di fare qualcosa in stile Krautrock, come Vitamin C dei Can», ha detto Carney nel 2018. «Poi abbiamo iniziato a infilarci ogni tipo di idea. Avremmo dovuto accreditare fra gli autori anche Brian Burton, aka Danger Mouse, ma eravamo troppo ingenui, pensavamo che fosse il normale lavoro di un produttore. L’intero arrangiamento, l’idea del brano è sua».

Tighten Up ha vinto un Grammy ed è arrivata al primo posto in classifica. Auerbach apprezza il fatto che suoni diversamente dagli altri pezzi di Brothers. «Credo che molta gente che ha ascoltato Howlin’ for You non l’avrebbe fatto senza Tighten Up».

Carney dice che quando hanno capito che tipo di album avessero per le mani, i Keys hanno consapevolmente fatto una svolta commerciale. «Abbiamo detto a tutti quelli che lavoravano con noi che se non avesse funzionato, forse avremmo smesso», dice. «Abbiamo puntato tutto, volevamo che la gente ascoltasse quel disco». Ha funzionato: il dinosauro che canta Next Girl è stato visto più di 21 milioni di volte.

«In un certo senso, il fatto che quel disco sia uscito quando avevo 30 anni mi ha permesso di evitare di crescere per altri sei o sette», osserva Carney. «Quando è uscito sono tornato a essere un 23enne, ho rimandato tutte le responsabilità da adulto fino ai 40 anno o quasi».

Il 2020 dei Black Keys doveva essere molto diverso. Dovevano partire in tour per promuovere Let’s Rock, il primo album dopo cinque anni di silenzio. «Era una tournée favolosa, con noi ci sarebbero stati Yola, Marcus King, Early James», spiega Auerbach. «Sarebbe stato grandioso». Il chitarrista non ha idea di quando la band potrà suonare di nuovo dal vivo, ma nel frattempo si darà da fare. «È probabile che prima dei concerti torneremo in studio per lavorare a qualcos’altro».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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