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I Black Country, New Road vanno avanti senza limiti, senza generi

Presente e futuro della band inglese che mette assieme alternative, post rock e klezmer raccontato dal chitarrista Luke Mark pochi giorni dopo l'annuncio dell'uscita dal gruppo del cantante Isaac Wood

Black Country, New Road

Foto press

Un anno fa, a poche settimane dalla pubblicazione dell’album di debutto, in pochi avrebbero scommesso su questi sette ragazzi di Cambridge trapiantati a Londra. Con quei brani fin troppo lunghi, il cantato che straripa nello spoken word, quelle derive fieramente klezmer e un suono a metà strada fra post rock e alternative, i Black Country, New Road sembravano una scommessa fin troppo ardita per un mercato incline al consumo veloce online. Invece For the First Time è stata una delle sorprese del 2021, inserito quasi ovunque nelle playlist di fine anno, candidato al Mercury Music Prize e capace di mettere d’accordo ascoltatori differenti per età e gusti musicali.

L’attesa per il seguito è stata decisamente breve e il nuovo Ants from Up There esce carico di grandi aspettative e una manciata di singoli già in rotazione. A incrinare l’aria ottimistica che ruota attorno alla band è però arrivato l’annuncio di pochi giorni fa, nel quale veniva comunicata l’uscita dal gruppo del cantante e chitarrista Isaac Wood e l’annullamento dei concerti programmati per i prossimi mesi. È proprio da qui che partiamo nell’intervista con Luke Mark, chitarrista dei Black Country, New Road e intimo amico di Wood. «Isaac ha dovuto fare un passo indietro e uscire dalla band. Ci vediamo ancora e siamo molto amici, ci conosciamo da quando avevamo 6 anni, ma al momento lui ritiene che questa sia la cosa migliore da fare piuttosto che vivere spiacevoli pressioni. Le motivazioni riguardano il modo in cui si sente mentalmente. Suonare e pubblicare musica non lo fa star bene. Questo non vuol dire che stiamo per sostituirlo, ma neppure che smetteremo di suonare insieme come band».

In effetti il senso di unione e affiatamento della formazione è palpabile anche nel secondo album, una prova che non rappresenta solo una conferma, ma un vero passo in avanti nella capacità di composizione e realizzazione. Le 10 tracce di Ants from Up There fluiscono in maniera elegante e sorprendente, eppure ciascuna ha un peso specifico altissimo sia per complessità che per appeal melodico. «Nel primo album» racconta Luke Mark «abbiamo cercato di dare una progressione di ascolto fra le tracce, ma in questo anno ci siamo applicati in maniera ancor più intensa. La prima traccia che abbiamo composto è stata inserita alla fine del disco, l’abbiamo sentita come la conclusione di un viaggio che non avevamo ancora intrapreso. Poi siamo tornati sui nostri passi per raccontare questo percorso e lo abbiamo fatto anche attraverso la cura dei testi».

Proprio i testi contribuiscono in maniera determinate al risultato finale, soprattutto grazie alla vocalità istrionica e ricca di pathos di Isaac Wood, che ne è unico autore. «Penso sia uno scrittore dal talento fantastico», conferma Mark. «Questi testi possono essere letti a prescindere dalla musica. È letteratura. Se suoni uno specifico genere musicale, per esempio in una band blues o hard rock, ci sono più vincoli. Così la gente scrive sempre delle stesse cose e ci sono un sacco di canzoni country che parlano di camion e cavalli, bere whisky e roba del genere. Ma se stai facendo quel che ritieni essere musica moderna, allora devi proporre testi personali, che sappiano parlare a individui che vivono il tuo stesso tempo. Nulla è fuori dai limiti, fintanto che si resta fedeli a sé stessi».

Ants from Up There è un disco coeso, uno di quegli album pensati per reggere un ascolto completo dalla prima all’ultima traccia. Ma allo stesso tempo si tratta di una prova ricca di dinamiche e contrasti, quiete e impeto, dove il noise potenzia le collisioni e i silenzi amplificano l’elegia strumentale. «Penso che il primo album fosse fatto di contrasti, anche se forse meno ragionati», spiega Luke Mark, «ma adesso abbiamo scoperto di poter andare oltre. Possiamo diventare più estremi o procedere più tranquilli, senza la paura di risultare noiosi. Così abbiamo spesso iniziato a scrivere i brani in maniera abbastanza basica, con una traccia ritmica di chitarra o di pianoforte, per poi passare dalla calma al rumore intenso. Un esempio sono Concorde e Basketball Shoes, dove il contrasto è basato su una sorpresa improvvisa, che spinge l’ascoltatore in un particolare luogo emotivo. Si tratta di una tecnica molto efficace, ma che ovviamente non si può applicare all’intero album. In Bread Song invece di inserire una ritmica rumorosa abbiamo preferito un effetto più progressivo, che tende a far crescere il brano ma senza una sterzata brusca o aggressiva, come se un muro ti venisse lentamente addosso».

L’intero album ha dunque visto una collaborazione serrata fra i sette componenti, ma anche elevati standard qualitativi che loro stessi si sono autoimposti come regola centrale. «Non cercavamo ogni singola volta l’idea perfetta, ma in ogni brano intendevamo vedere abbastanza potenziale da passare settimane e settimane a lavorarci sopra. Ogni idea doveva avere l’approvazione di tutti e c’è da dire che ognuno di noi ha degli standard piuttosto alti. Ciò che stiamo cercando di fare è rendere ancor più interessante il suono indie e alternative, quello che ti appassiona quando sei un adolescente, a cui ti leghi perché magari c’è un elemento pop che suona bene al tuo orecchio. Si tratta di una forma canzone davvero difficile da scrivere, ma anche molto soddisfacente da ascoltare». E il fascino per il pop trapela anche dai testi in cui si ritrova più volte il riferimento esplicito a Billie Eilish. «Beh, lei è davvero cool, siamo da sempre affascinati dalla sua immagine», confessa Luke. «Il suo ultimo album forse non è il migliore di sempre, ma il brano che dà il titolo al disco è incredibilmente fantastico e l’abbiamo ascoltato tantissimo nei nostri spostamenti in furgone».

Da una parte, quindi, l’affezione per la musica pop, quella capace di restare impressa nella mente dell’ascoltatore attraverso un elemento speciale, magari melodico. Dall’altra l’inclinazione alla sperimentazione, all’incrocio di stili e anche al recupero di generi tradizionali. Non sfugge infatti la potente vivacità klezmer, che in entrambi gli album della band resta un elemento identitario e distintivo, capace di connettere il gruppo londinese con le migliori esperienze newyorchesi e nordamericane del recente passato, dalla Tzadik di John Zorn al progetto Masada, dalle produzioni della Constellation Records di Chicago alle ibridazioni di una musica che ha oltre 500 anni. «Il suono klezmer arriva da Lewis (Evans, sassofonista, nda). La prima volta che ha imparato a improvvisare è stato in quel contesto, ma non perché lui sia ebreo, stava solo suonando con quei musicisti. Quello stile fa parte del suo vocabolario in termini di armonia, quindi gli viene naturale, e lo stesso vale per Georgia (Ellery, violinista, nda). Lei suona in una band chiamata Happy Beigel Klezmer Orkester e proprio l’altro giorno ha fatto uno spettacolo per un bat mitzvah, fantastico! Gran parte delle sezioni klezmer che hanno reso unico il primo album sono dovute a loro due, soprattutto nell’interazione tra il sassofono e il violino, nel modo in cui si armonizzano tra loro. Penso sia un aspetto importante, che rende i Black Country, New Road a loro modo unici».

Fra le formazioni britanniche esplose nello scorso anno, i Black Country, New Road sono fra le poche realtà di ambito rock che si discosta dalla nuova ondata post punk, un genere che a tanti risulta fresco sebbene sia frutto di movimenti socio-culturali ormai tramontati. Racconta Luke: «È buffo, perché è una cosa che sta accadendo ormai da parecchio tempo. Ricordo quando vivevo a Sheffield, che si trova a un’ora da Londra. I miei amici diciassettenni prendevano il treno per andare ai concerti nella capitale e mi raccontavano di queste band – tipo i Fall – che facevano una musica strana, sebbene nessuno di loro sapesse suonare veramente uno strumento. E ciononostante, il suono era stupendo. A quel tempo sembrava davvero impossibile che quel genere di musica divenisse popolare e che la gente volesse andare a quei concerti, mentre adesso sta diventando un affare sempre più grande e le persone lo considerano un movimento musicale».

«Il merito della scena post punk penso sia di aver spinto i musicisti a non avere paura di fare qualcosa di strano, a prescindere dal genere che si intende suonare. È anche interessante vedere che queste band, per esempio gli Shame, stanno progressivamente spostando il loro stile verso la forma canzone e anche noi lo stiamo facendo, sebbene partendo da un suono più tradizionale».

Questa progressiva metamorfosi trova ora una sfida ancor più impegnativa per i Black Country, New Road: affrontare l’avventura musicale senza il frontman e fondatore Isaac Wood. «Al momento stiamo lavorando su una musica diversa, su alcune canzoni che Tyler Hyde (bassista, figlia di Karl Hyde degli Underworld, ndr) stava suonando da sola. Le stiamo adattando nel modo in cui lavoriamo come band e stanno venendo fuori in modo differente, adattandosi ai Black Country, New Road. In futuro probabilmente andremo a dividere le parti vocali, ma lo capiremo strada facendo. Comunque nessuno andrà a sostituire Isaac, neppure per cantare i brani al suo posto, non sarebbe giusto. Non immaginiamo altri che possano interpretare la musica che abbiamo pubblicato assieme».

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