I Beach House hanno smesso di sognare

Non chiamateli più “dream pop”: i Beach House sono anche altro. Ora sono tornati con un disco fresco e libero, perfetto per la primavera.
Foto di Shawn Brackbill

Foto di Shawn Brackbill


Sono alla disperata ricerca del disco della primavera 2018. Di solito in questo periodo dell’anno sono già sistemato da un pezzo, quindi inizio a sentire una certa pressione addosso, come quando tutti hanno già programmato le ferie e tu invece no. Allora mi rendo conto che, in realtà, non ho ancora un disco della primavera 2018, perché sono ancora alla disperata ricerca della primavera 2018, che tarda ad arrivare, con gite e colonne sonore annesse. Così, quando mi è arrivato il nuovo disco dei Beach House, ho pensato: “Okay, ci siamo. Preparo i panini”.
Si chiama 7, e guarda caso, la prima traccia ha come titolo Dark Spring. «Anche qui siamo alle prese con un interminabile inverno», mi risponde Victoria Legrand, la cantante della band, che chiamo da Roma in un giorno, ovviamente, di pioggia.

Ho letto che per registrare il disco avete cambiato un sacco di cose nel vostro metodo di lavoro, e costruito uno studio in casa.
In realtà abbiamo solo attrezzato una piccola area, per poter registrare in maniera professionale nel nostro vecchio studio di Baltimora. Questo ci ha permesso di scrivere, provare e registrare in maniera più comoda, ma soprattutto più intima. È stato un stimolo alla nostra creatività, che ha anche reso i lavori più rapidi. Non ci è voluto nemmeno un anno per finire 7: è stato un disco che voleva venire fuori e basta.

Stavo per fare una domanda noiosa sulle sessioni di registrazione, però mi rendo conto che da te ora è mattina. Per cui ti dico che avete fatto un bel disco, prodotto alla grande?
Evito di darti una risposta noiosa, allora. Prima aspettavamo di finire i pezzi e poi li registravamo tutti insieme, dopo un annetto di prove. Ma così le prime canzoni perdevano quell’energia che hanno appena nascono, quindi abbiamo deciso di incidere appena avevamo due o tre pezzi pronti, e poi tornare a scrivere, senza dover fare tutto di fretta. Lasciami menzionare Sonic Boom, che ci ha dato una mano fondamentale nella produzione e Alan Moulder, che ha mixato l’album. Ecco, sono stata noiosa io, alla fine (ride).

Mi sembra di capire che è stato molto importante per voi lavorare senza pressioni: quindi la fretta mette ansia anche alle rockstar?
Esatto. Cerchiamo di avere addosso solo la nostra pressione, quella dei nostri desideri, non so se mi spiego. Per fortuna siamo riusciti a lavorare a questo disco con molta libertà e controllo. Per quanto riguarda l’ansia, è una brutta rogna: bisogna ricordarsi di respirare, quando arriva.

I Beach House sono considerati un pilastro della scena dream pop anni zero. Quella scena oggi non esiste più, eppure voi ne siete usciti molto più forti di prima.
Personalmente penso che sia riduttivo accostare i Beach House al dream pop. È una categoria troppo specifica, nella quale siamo stati confinati, come capita a molte band. Ovviamente è una roba che difficilmente ci si riesce a togliere di dosso dopo anni, ma tutta questa faccenda della musica “sognante” non mi piace. Come se la nostra musica appartenesse a una specie di mondo fatato e basta: non ha senso, dentro 7 ci sono molte più cose, tantissima realtà.

Okay, non chiamiamolo dream pop. Diciamo che spesso le band con una storia decennale sentono la necessità di reinventarsi nel sound, mentre credo che la vostra dote sia quella di essere ancora efficaci e freschi, pur rimanendo nei vostri canoni. Mica è facile al settimo album.
Grazie. Sì, diciamo che difficilmente ci capiterà di fare un disco hip-hop! A parte gli scherzi, come ti dicevo prima, la vena produttiva è sempre la stessa, però cerchiamo di divertirci, esplorando tutto quello che possiamo esplorare. Nel caso di questo album – forse proprio perché ci siamo presi tutte le nostre libertà – abbiamo azzardato un po’ con le tracce di chitarra e sintetizzatore incise per ogni pezzo. Sicuramente in due non potremo riprodurre tutto quanto dal vivo: è una cosa stimolante, chissà che ne verrà fuori. Non vedo l’ora di suonare ai concerti pezzi come Girl of the Year o Last Ride.

Last ride è bellissima, secondo me tutti i dischi dovrebbero finire con una lunga coda. Dovrebbe essere una specie di regola fissa: non ci si può dire addio così, all’improvviso. Adoro anche Lemon Glow, con quel passaggio in minore che mi fa uscire fuori di testa e quella chitarra stritolata.
Io sono parecchio affezionata anche a Black Car.

Mi ha ricordato un pezzo del disco solista di Damon Albarn. O forse l’ultimo dei Blur.
Grazie, inizio a imbarazzarmi.

Mi sono sempre chiesto se suonare in un duo sia l’ideale oppure un incubo. Da una parte è il formato più democratico e intimo, da un altro non c’è la goliardia della vita di gruppo, né la libertà di un progetto solista. Dal punto di vista creativo, com’è?
Credo che la cosa più bella dei Beach House sia proprio il legame tra me e Alex. Esistiamo da più di un decennio e il nostro rapporto è rimasto invariato: è lo stesso di sempre, ma al tempo stesso è più profondo e siamo più affiatati. Penso che sia una cosa meravigliosa. Ti faccio un esempio stupido, ma significativo: quando compriamo una nuova drum machine o un nuovo sintetizzatore, viviamo la stessa felicità degli inizi, nel pensare che potremmo scoprire tanti suoni nuovi e fare quello che ci piace.

Che bello. Puoi continuare con questa ondata di entusiasmo?
Ci penso spesso a questa cosa, e ne sono grata: la nostra struttura produttiva è sempre la stessa, ma partendo da quella continuiamo a esplorare. Ovviamente anche grazie al fatto che abbiamo la fortuna di vivere a Baltimora che, come potrai immaginare, è una città in cui la comunità di musicisti è fortissima. Questo per noi è super stimolante, così come viaggiare, incontrare persone. Letteralmente ci nutriamo del mondo.

E magari quando verrete a suonare in Italia avrà smesso di piovere.
Non ci crederai, ma ogni volta che sono stata a Roma diluviava e non sono mai riuscita a vedere il Colosseo o il Vaticano, se non dalla macchina per due minuti. Verremo sicuramente in autunno. Non so ancora dove e non so se pioverà, però mi piacerebbe suonare di nuovo al Piper Club: ho un bellissimo ricordo di quel posto.

Ma mi sa che il Piper ha chiuso.
Noooooo!!!

No, aspetta. Ho googlato, l’hanno riaperto: in settimana c’è un party con Gerry Calà.
E chi è?