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I Baustelle raccontano l’epica della noia

Nel libro ‘I musicisti arrivano già stanchi negli hotel’, la band di Francesco Bianconi e il fotografo Gianluca Moro ribaltano gli stereotipi rock, con uno smartphone

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Quando si pensa a un libro fotografico dedicato al tour di una band vengono in mente immagini di chitarristi in posa, scatti dal basso all’alto e fan in delirio. In I musicisti arrivano già stanchi negli hotel (edito da La Nave di Teseo) non c’è niente di tutto questo. Il libro fotografico dedicato agli ultimi due anni dei Baustelle contiene centinaia di scatti di Gianluca Moro, ma quelli che appartengono all’immaginario classico del rock si contano sulle dita di una mano.

«Non voleva essere un libro agiografico o celebrativo», ci spiega Francesco Bianconi, cantante dei Baustelle e autore dei testi che accompagnano le immagini. «Non doveva essere il ritratto del mito del rock, ma al contrario andare verso la smitizzazione. Ci interessava più l’extra palco del palco, che infatti c’è solo alla fine, nell’ultima sezione del libro». Se si toglie il momento apicale di un tour, restano tanti spazi bianchi, con i quali il pubblico non ha familiarità, al contrario dei musicisti. «Facciamo un mestiere bellissimo e da privilegiati», continua Bianconi, «ma che ha anche dei momenti di reiterazione di certe azioni. Ha momenti di noia, solitudine, nervosismo, ma anche passione, gioia e felicità. Ci interessava mostrare questo, con un ritratto il più possibile realistico e naturale».

Motivo per cui i Baustelle hanno tolto a Gianluca Moro – amico di vecchia data della band – tutta la sua strumentazione canonica, lasciandogli come unico strumento uno smartphone. Una sfida nella sfida. «Francesco sperava che diventassi invisibile», racconta Moro, «per questo abbiamo usato lo smartphone per tutte le foto. Una limitazione che all’inizio mi ha messo in crisi, ma che mi ha permesso di approfondire un linguaggio visivo legato a una poetica degli errori e della fragilità del mezzo. Sfocature, scatti mossi, esposizioni sbagliate, all’inizio ero preoccupato, anche perché non avrei potuto fare le classiche foto al palco. Il risultato è venuto qualcosa che ricorda le riprese video degli anni ’70».

In effetti la grana di molte immagini è quanto più in stile Baustelle ci si possa immaginare…
Francesco Bianconi: Siamo partiti dal mezzo apparentemente più antitetico rispetto a noi, alla fine siamo tornati lì, esteticamente coerenti con quello che abbiamo sempre cercato di essere. Credo che dalla limitazione scaturisca sempre qualcosa di creativamente interessante: il mondo offre possibilità infinite e oggi abbiamo strumenti, capacità e costi accessibili per riprodurlo. Serve il coraggio di scegliere un segmento all’interno di quella infinita possibilità di scelta.

Il libro racconta un momento particolare dei Baustelle, ovvero la pubblicazione in sequenza rapida dei due volumi di L’amore e la violenza e i relativi tour: avvenimenti epocali per una band che si è sempre presa i propri tempi.
Bianconi: È stato divertente, ci mancava come esperienza, non l’avevamo mai fatto prima, ma nasce dal fatto che durante il primo tour ci divertivamo tanto anche sul palco, c’era un’intesa mai sperimentata prima. Mi ricordo perfettamente il momento in cui, in piena corsa, ci siamo sfidati e abbiamo deciso di provare a scrivere nuove canzoni durante il tour. Canzoni per un album gemello, che avesse la stessa filosofia estetica: l’abbiamo fatto perché ce la sentivamo. E alla fine ci siamo riusciti.

Da fotografo e osservatore esterno, quali cambiamenti hai notato tra l’inizio del primo tour e la fine del secondo?
Gianluca Moro: Ho visto crescere ebbrezza ed euforia, insieme a un senso di libertà. Nel libro ci sono alcune foto dopo il concerto di Palermo in cui sono tutti sudati e a torso nudo, un’immagine di loro che non ricordavo. Essendo figli di un dandismo esistenziale, i Baustelle non si sono mai atteggiati a rocker spavaldi che si spogliano e invece stando sul palco questa attitudine è cresciuta in modo naturale.
Bianconi: È successo come con certe attrici degli anni ’60 di cui si diceva: “Lei non si è mai spogliata”. Siamo stati poco a torso nudo nella nostra carriera, vorrei essere più Iggy Pop, ma non è così.

Il live dà dipendenza?
Bianconi: Il live dà dipendenza e anche forte. Fino a pochi anni fa ero terrorizzato, me la vivevo malissimo e si vedeva: quando salivo sul palco stavo male e cantavo male. Cazzo, però lo facevo lo stesso, perché era una droga potentissima. Ora me la godo.

Qual è la componente più difficile di un tour?
Bianconi: L’ansia, che va combattuta, ma anche tenuta a livelli che aiutino la performance. L’ansia comincia un’ora prima di salire sul palco e poi cresce, ma mi sembra che siamo bravi a mantenerla a livelli di attivazione della performance, piuttosto che di inibizione. Però quella è un’ora cruciale, che poi è l’ora in cui vengono a dirti che ci sono quelli del tale TG, che c’è una brevissima intervista da fare, magari mancano cinque minuti e devi offrirti ai giornalisti e cercare di essere vero nel momento più difficile.

Come dicevamo, nel libro il live è quasi assente, in compenso sono protagonisti due elementi, di cui vorrei chiedervi l’importanza nelle economie di un tour e di una band. Il primo è rappresentato dalle città che visitate: ci sono tanti scorci d’Italia nel libro.
Moro: Il mio modo di lavorare era semplice: arrivavo prima nelle città, cercavo cosa ci fosse dei Baustelle in quelle città e trovavo sempre qualcosa. Girovagavo nelle periferie, sui lungomare e trovavo sempre tracce di assenza, solitudine, noia.
Bianconi: Quelle foto sono importanti perché sono un correlativo oggettivo dei Baustelle, ovvero ritraggono oggetti o situazioni che in qualche modo rimandano al nostro essere. Ci sono foto di ombrelloni chiusi e io spesso mi sento un ombrellone chiuso fuori stagione, sul lungomare di Pescara. Compreso quando sono in tournée, che è un’esperienza splendida, ma a volte ti ritrovi da solo in camera e ti senti così. Con queste foto in qualche modo siamo riusciti a rendere epica la noia.

Il secondo elemento è proprio l’albergo, che per la gran parte delle persone equivale a svago e vacanza, ma per alcuni – tra cui i musicisti – significa altro.
Bianconi: Se fai questo mestiere devi per forza venire a patti con la malinconia che trasmettono gli alberghi. Persino Vasco Rossi le ha dedicato una canzone (Stupido Hotel, ndr) e comunque parliamo di Vasco Rossi, uno che ha senz’altro tutte le possibilità di rendere piacevole la permanenza negli alberghi durante un tour. Però si viene sempre colti dalla malinconia di essere in un non-luogo, anche se si è sul lungomare di Napoli. Ho visto un documentario sui Rolling Stones in cui c’è un lungo piano sequenza di Keith Richards che entra nella sua suite in un albergo di Buenos Aires. Una suite grande come il palazzo della Regione Lombardia. Keith entra, cammina e dice: “Ho avuto una notte tormentata, ma la camera non è così male”. Ecco, un hotel del genere aiuta a scacciare la malinconia.

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