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I Balthazar riescono a essere belgi e sexy allo stesso tempo

Dopo quattro anni e due progetti solisti la band torna con 'Fever', un album pieno di funk. Perché, ci spiegano, da soli è bello, in gruppo è meglio

Marteen Delvodere e Jinte Deprez dei Balthazar

Foto Athos Burez

La via belga al rock deve avere in sé qualcosa che la porta a smussare sempre gli spigoli più vivi per qualcosa di sensuale, dolce e inafferrabile. Basti pensare alla discografia dei dEUS – band archetipo che ogni altro gruppo proveniente dal Paese che ha regalato al mondo George Simenon, la birra trappista, Jean-Claude Van Damme, Tintin e Jaques Brel (in ordine di importanza) deve in qualche modo omaggiare, se non addirittura esorcizzare.

«Il Belgio è un paese piccolo, non siamo particolarmente sciovinisti. Siamo sempre stati aperti alle diverse culture. Pensa alle band belghe del passato, come i dEUS, appunto. Erano un melting pot. Credo sia un’attitudine tipicamente belga verso la musica”, spiega Jinte Deprez, che insieme a Marteen Delvodere rappresenta la forza motrice dietro ai Balthazar, “pop band” come loro si ostinano a definirsi. («Siamo testardi», spiegano). Tornano dopo quattro anni di pausa con Fever, un album pieno di ritmo, falsetti, suoni orientaleggianti e tanta altra roba sexy.

Si sente subito che la pausa ha fatto bene alla band: «Dopo i nostri rispettivi progetti solisti (Warhaus per Delvodere e J. Bernardt per Deprez, ndr), che erano molto introversi, più dark, abbiamo potuto guardare dall’esterno i Balthazar, per capire che cosa erano veramente», dice Delvodere. «E la risposta era semplice: un collettivo di persone che quando si ritrovano in una stanza producono un’energia. Quindi abbiamo voluto lavorare con questa energia, piuttosto che continuare a guardarci dentro. Stavamo diventando prevedibili. Fever è una celebrazione di tutto questo. È estroverso, giocoso. Ne avevamo bisogno», completa Deprez.

La title-track Fever, con la sua base di chitarra funk e il video nordafricheggiante (ma girato a Lanzarote, Canarie, mi spiegano), è la canzone perfetta per diventare il manifesto di questo nuovo corso: «Nei Balthazar c’è sempre stato un lato esotico, una tendenza a cercare suoni inaspettati. Ma è una cosa inconscia, non ci mettiamo d’impegno per farlo. D’altronde il funk, le percussioni, derivano da un’influenza africana nella musica, quindi ha senso», dice Deprez. «Sai perché diciamo che siamo una pop band?», torna sull’argomento Delvedere, «Perché usiamo strofe, ritornelli, bridge. I ritornelli, poi, ci vengono naturalmente catchy. Tutto qui». 

Tutte le band che si basano sull’ispirazione di due forti cantautori, come accade per i Balthazar, vivono su un equilibrio fragile. Difficile mantenere una sintesi a lungo: «Lo scontro di ego è sempre possibile!», scherza Deprez. «Fare dischi solisti è una valvola di sfogo per il proprio narcisismo, ma dopo un po’ ci si stanca. Si ha voglia di tornare insieme», spiega Delvodere. «Quando ho sentito la musica che Marteen ha fatto con i Warhaus, ne sono stato ispirato a mia volta. Ho pensato che è una cosa davvero cool far parte di una band con lui», chiosa Deprez.

Da tutta questa percepibile bromance è evidente che la scintilla della passione (artistica) tra i due è più viva che mai. «Adesso ci chiamiamo a vicenda tesssoro», scherza Deprez. «Il mio tesssoro», conferma Delvodere. Risate. La via belga al rock è fatta anche di amore, appunto.

 

 

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