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I Bachi da Pietra hanno un messaggio per «voi stronzi rockettari passatisti reazionari»

Il rock era vivo, il pubblico conservatore l'ha trasformato in una cosa morta. Lo spiega la band che domani pubblicherà 'Reset', un disco pieno di cose, intenso e sfrontato da cui vi offriamo l'anteprima del video di 'Meriterete'

Bachi da Pietra

Foto: Igor Londero

Nuova etichetta, nuovo booking, nuova formazione, nuovo album. A sei anni da Necroide i Bachi da Pietra tornano in campo con una squadra diversa e un disco, il loro settimo, Reset, che musicalmente cambia le carte in tavola, ma senza tradire ciò che fu. «Vogliamo portarti pietra e metamorfosi, sembrano opposti, non lo sono», hanno scritto su Instagram Giovanni Succi e Bruno Dorella, che con l’ingresso in line-up di Marcello Batelli (Non Voglio Che Clara, Il Teatro degli Orrori) hanno allargato gli orizzonti sonori della band e messo a punto un lavoro che resetta, sì, ma che è anche una summa del percorso compiuto dai Bachi da Pietra dal 2005 in avanti e degli elementi che hanno via via intrecciato nella loro musica: dal rock-blues scarno, lento e cupo dei primi due dischi, Non io e Tornare nella Terra, alle influenze waitsiane che ci sono sempre state, dalle incursioni nel prog alle bordate stoner e metal che hanno caratterizzato gli ultimi lavori.

«Azzeriamo per rilanciare», spiegano Succi e Dorella, due colonne della scena alternative nostrana, il secondo ex Wolfango, poi anche in Ronin e OvO, il primo ex Madrigali Magri, da tempo impegnato anche come solista e qui autore di testi in cui i rimandi all’entomologia che da sempre nutrono l’immaginario dei Bachi da Pietra diventano armi per sganciare bombe contro i «grigi burocrati nei palazzi del potere», il pensiero unico, il conformismo servile, l’ignavia: vedi il singolo Meriterete, di cui vi presentiamo qui sotto in anteprima il video diretto da Marco Santi. «Per noi questo album è una specie di profezia che si autoavvera, nel senso che l’idea di una svolta l’avevamo in testa già prima di tutti i cambiamenti che sono poi avvenuti», dice Succi, classe ’69. «Del resto, è tipico dei Bachi da Pietra non adagiarsi mai sui propri sassi».

La pandemia è arrivata a disco già chiuso, cos’era accaduto prima?
Succi: Che avevano questo album pronto, il che ci ha dato tutto il tempo di farlo ascoltare in giro. Così ci sono arrivate proposte da etichette e booking che ci hanno spinto a un reset totale. E ne siamo contenti, cambiare fa sempre bene se la prendi nel modo giusto, ti regala ventate di aria nuova.

C’era anche qualcosa che non vi tornava più?
Succi: No, in realtà no. Semplicemente tutto quello che si poteva fare in due con chitarra, basso e batteria lo abbiamo fatto, quindi ci si poneva di fronte la prospettiva di ripeterci oppure di avventurarci in una qualche selva oscura. Abbiamo scelto la seconda, altrimenti era meglio starsene a casa.

Così avete coinvolto Marcello Batelli. Come vi siete mossi? Non dev’essere facile accogliere un componente nuovo…
Succi: No, infatti, anche perché io e Dorella siamo due bei macigni (ride). La prima volta che vidi Marcello fu a un concerto de Il Teatro degli Orrori, suonava a fondo palco e ricordo che mi domandai come mai un chitarrista così figo stesse così indietro. È anche vero che dal vivo Il Teatro degli Orrori erano in metà di mille, ma insomma… Successivamente abbiamo avuto modo di incontrarlo e collaborare con lui durante le sessioni di Necroide, il nostro album del 2015: lui era assistente di studio e lì abbiamo scoperto che sapeva fare tutto e tutto molto bene, con un talento a volte quasi imbarazzante. Così ho chiesto a Bruno: che dici, chi ci mettiamo accanto a farci da badante? Perché Marcello è pure giovane, abbassa di parecchio l’età media del gruppo.

È corretto dire che questo disco amalgama le vostre diverse anime?
Succi: È così, abbiamo riunito tutte le pietre che avevamo seminato e ne abbiamo ricavato una zuppa nuova. Giunti a questo punto, dopo tanti anni di attività, possiamo scegliere tra un ventaglio molto ampio di dinamiche e suoni, di cose che ci appartengono tutte, e ci divertiamo così, giocandoci.
Dorella: Diciamo che Reset raccoglie un percorso, ma al tempo stesso rilancia, perché con Marcello si sono inseriti non solo una testa e due braccia nuove, ma anche elettronica e synth che ci hanno aperto un nuovo terreno su cui muoverci. Che poi in realtà tutti e tre smanettiamo su synth, software e affini, ognuno a modo suo, ma Marcello è indubbiamente più avanti di noi da questo punto di vista. Anche per questioni anagrafiche: io e Giovanni abbiamo perso più tempo su pelli e corde.
Succi: Va detto che parliamo comunque di un’elettronica molto grezza, molto pietrosa, mai patinata. Il bello è che Marcello si è inserito subito nel gruppo, senza che nemmeno ci fosse bisogno di accordarsi su qualcosa, gli abbiamo dato carta bianca come abbiamo sempre dato carta bianca a noi stessi.

Il singolo Meriterete, forse la traccia più orecchiabile del lotto, si chiude con parole che sembrano richiamare il celeberrimo “andrà tutto bene” d’inizio pandemia: sicuri di avere inciso prima dell’arrivo del Covid anche quel finale?
Succi: È giusto essere onesti, quindi sì, siamo sicurissimi. Tant’è che sto cominciando a preoccuparmi delle cose che scrivo.

Vi chiameremo profetici.
Succi: Ma sai, in Italia è troppo facile essere profetico: succedono sempre le stesse cose, le stesse cose magari vestite in modo diverso, ma che si ripetono all’infinito. Sembrano novità, ma non è così. Mi viene in mente quando facemmo un concerto il giorno dopo la strage al Bataclan, suonare Black metal il mio folk in quella circostanza è stata una delle emozioni più grandi che abbia mai vissuto su un palco, perché nonostante il pezzo fosse nato prima di quell’attacco terroristico tutte le parole assumevano un significato vero, fondamentale. E Non io? Anche quel testo può essere considerato profetico, in realtà sono le dinamiche che regolano il mondo che non sono così difficili da sgamare.

Conformismo, omologazione, pensiero unico: sono questi i vostri nemici, no?
Succi: Be’, è il minimo sindacale, ma da questo punto di vista parla per noi quello che abbiamo fatto in tutti questi anni: non stiamo a metterci delle medagliette addosso, ognuno può ascoltare e giudicare.

Ok, però non tutti hanno la vostra stessa visione: “Meriterete la svolta autoritaria di un gran figo friendly con dei gran slogan catchy…”.
Succi: Noi ci limitiamo a descrivere quello che vediamo. Senza giudizi, sia chiaro, non ci interessa puntare il dito, siamo insetti che osservano l’ambiente. E ci adattiamo anche, all’ambiente: non siamo duri e puri, niente del genere.
Dorella: Tra l’altro c’è anche Io lo vuole, del 2013, che tratta lo stesso tema di Meriterete. Parliamo di un argomento che abbiamo toccato spesso e del resto è anche il nostro ruolo, quello di raccontare la realtà in questo modo.

La raccontate da un’angolatura particolare, visto che – parafrasando Pesce veloce del Baltico, uno dei pezzi di Reset – non avete certo scelto la strada più facile come musicisti. Dopo tanti anni quanto è faticoso andare avanti?
Succi: È faticoso, ma bello. Le cose più belle sono sempre faticose. E non è che siamo eroici in questo tipo di scelta, questa è la nostra natura, una natura ottusa che ci ritroviamo addosso e che non possiamo che assecondare. Sia a me sia a Bruno piacerebbe essere diversi, ma purtroppo siamo pesci veloci del Baltico e faremo la fine del merluzzo: bastoncini impanati (ride).
Dorella: O sushi! Siamo anche entrambi del segno dei Pesci, sarà il destino…

E come state vivendo la pandemia che ci ha colpiti, voi esperti di visioni distopiche?
Succi: Io vedo questa pandemia come una delle cose meno peggiori che ci potessero accadere. Senza andare troppo lontano, mio nonno si è fatto la Prima guerra mondiale quando aveva 18 anni, ne è uscito vivo, dopo 20 anni gli è toccato fare pure la seconda, e non credeva in nessuna delle due. Quindi… Sai com’è, sei al mondo, sotto questo cielo, e ti può accadere di tutto. Chi ha visto la peste nera farebbe volentieri cambio con il Covid.
Dorella: Sono d’accordo con Gio. In effetti avere una certa visione delle cose ci permette di non viverci troppo male quanto sta avvenendo. La metafora dell’insetto funziona anche in questo senso: osserviamo, ci adattiamo, rilanciamo. Ognuno di noi ha trovato il modo di gestirsi e reinventarsi, senza alcun asservimento o timore, semplicemente abbiamo costatato la situazione e deciso di vivercela al meglio: c’è sempre qualche fessura, qualche interstizio, in cui infilarsi.
Succi: E poi, come dice la canzone (si riferisce a Fessura, nda): né speranza né paura.

La nuova formazione con Marcello Batelli. Foto: Igor Londero

Un altro brano di Reset è Il rock è morto: è una provocazione, una replica a qualcosa che vi sentite dire da anni o cos’altro?
Succi: Quella canzone nasce da una constatazione molto semplice: anche se il rock fosse morto, io sono ancora vivo e dato che mi piace lo faccio. Dopodiché è vero che il rock è stato dato per morto tante volte e però non è morto mai, si è sempre trasformato in qualcos’altro, come in un ciclo. Sono contento di questo pezzo e sono contento anche di spararlo in faccia al pubblico del rock italiano in questo momento, e ai mezzi di comunicazione che si occupano di rock in Italia. Perché “voi stronzi rockettari passatisti reazionari, adoratori di dei libertari che furono fuori dagli schemi dei contemporanei, erano rivoluzionari e ribaltavano altari” eccetera: queste parole che ho scritto rappresentano esattamente quello che ho voglia di dire a una certa di fetta di pubblico o di gente che aspetta che rinascano i Led Zeppelin.

C’è anche il tema di come oggi molti vedano in quegli idoli del passato dei cattivi maestri, o no?
Succi: Più che questo, i grandi idoli del rock, che sono quelli amati e venerati dal pubblico più conservatore che esista, sono stati trasformati in cose morte, mentre erano cose vive, e lo erano perché ai loro tempi la gente s’interessava di cose vive. Il che non significa che non dobbiamo più ascoltare gli AC/DC, anzi. Però io che sono fan degli AC/DC da quando avevo 11 anni, non ho mai fatto un gruppo cover degli AC/DC.

Battuta: non hai fatto nemmeno i Måneskin.
Succi: Ho formato i Bachi da Pietra. Con tutto il rispetto, ognuno fa quello che vuole, ma il punto è: siate minimamente aperti a ciò che accade.

Eppure il rock contemporaneo esiste.
Succi: Esiste, ma non gli si dà un vassoio. Per fare un esempio, quando io andavo in edicola da ragazzino c’erano articoli su un sacco di band e artisti che non conoscevo, ma erano band e artisti di quel momento lì, e questo mi portava a incuriosirmi in quella direzione. Adesso sulle copertine delle riviste vedo Jimi Hendrix, i Led Zeppelin… Si potrebbe dare la colpa ai giornali o alle radio, ma secondo me è responsabilità di chi ascolta le radio e di chi compra i giornali.

Lo stop ai concerti non aiuta: riuscirete a portarlo in tour questo Reset?
Dorella: Non sappiamo ancora, tutto dipenderà dalla prosecuzione o meno del coprifuoco. Nel momento in cui dovessero eliminarlo, sono in tanti a essere pronti a risalire sul palco. Figuriamoci, noi siamo pronti da maggio dell’anno scorso. Ovviamente serve del tempo per organizzarsi, ma è anche vero che ormai siamo molto organizzati tutti noi, musicisti e addetti ai lavori.

A questo proposito, cosa pensate dell’intervento al Concerto del Primo Maggio di un personaggio così lontano dal vostro mondo come Fedez? Lo stesso Fedez che con l’iniziativa Scena Unita si è speso anche per i lavoratori dello spettacolo. Vi ha dato fastidio?
Succi: A me la libertà non dà mai fastidio, per cui Fedez è libero come chiunque di dire quello che gli pare e di prendere ogni discorso che vuole e farlo suo. Certo, grazie a quel discorso si è scoperta questa cosa che nessuno s’immaginava in Italia, ossia che la Rai è lottizzata! Questo veramente mi ha spiazzato, io pensavo che la nostra tv pubblica fosse come la BBC, invece è la Rai italiana, capisci? Cioè, la Rai è lottizzata dai partiti che sono al governo, chi l’avrebbe mai detto?! Ho passato una notte insonne… Non so, Bruno, tu come l’hai presa questa notizia straordinaria?
Dorella: Inizialmente volevo ignorare la cosa, perché Fedez, Primo Maggio… Tutto questo mette in fila talmente tante cose che non m’interessano. Poi, però, tu mi hai invitato a dare un’occhiata e devo dire che ci ho trovato anche qualcosa di interessante nella polemica che si è scatenata dopo l’intervento di Fedez. Mi ha fatto ricordare anche una cosa, perché è facile per noi quarantenni giudicare, ma in realtà a me a 15 anni per sentire God Save The Queen ci sono voluti i Sex Pistols, che erano un prodotto del mercato: non erano così rivoluzionari, ma per me lo sono stati. Allo stesso modo quando avevo 13 anni per sentire discorsi vagamente umanitari ed ecologisti mi ci è voluto Bono Vox, e adesso magari Bono ti fa ridere, ma a 13 funziona eccome. Quindi va benissimo che Fedez abbia parlato in quel modo su quel palco, i più giovani ascoltano lui, non i politici.

La lotta per tutelare i lavoratori dello spettacolo, invece, come la state vivendo?
Dorella: Io penso che la pandemia si sia inserita in una situazione che era già molto malata e a cui tutti ci adattavamo, che questo blocco totale dell’economia stia portando a dei tentativi di risposta non può essere che una cosa positiva. Vivendo ai margini del mercato musicale faccio fatica a capire se le istanze e le soluzioni proposte siano davvero decisive e migliorative per tutti, però è un bene che ci siano. E ci sono anche realtà piccole che stanno cercando di migliorare la situazione, vedi l’Associazione Novamusica.
Succi: La lotta in questo momento serve anche a far capire ai legislatori un concetto arduo, astruso, e cioè che la musica è cultura. Così come l’uovo è ovale e la gallina ha le penne. Ma ci vorrà tempo, in Italia sono concetti molto difficili da far passare.

Secondo voi qual è il problema di fondo?
Succi: Forse che nel nostro Paese sembra così facile trovare la bellezza che si finisce per non darle valore e dunque per distruggerla. Del resto, se in Italia la cultura è la Rai lottizzata non se ne esce. Ma non perché ce l’abbiano imposto i marziani o l’Europa, ma perché noi siamo fatti così, non ce ne frega niente di niente: se c’è una bella spiaggia la sporchiamo, tanto ne abbiamo altre. Ormai mi aspetto che da un momento all’altro qualcuno si apposti davanti al Colosseo per dire «ma sai che qua ci bruciavano i cristiani? Secondo me andrebbe raso al suolo»: arriveremo a questo.

Meglio parlare di musica: ultimamente che cosa state ascoltando?
Succi: Io in questo periodo mi sto strippando con gli Sleaford Mods, perché pescano a piene mani da una tradizione, ma sono in grado di ribaltarla come un calzino e di tirarne fuori altro.
Dorella: Ascolto troppa musica, ne esce tantissima di roba valida, ma sì, gli Sleaford Mods sono un ottimo esempio.

Tra l’altro loro partono dal rap: c’è un collegamento anche con il tuo modo di usare la voce, Giovanni?
Succi: Sì, abbiamo sicuramente delle radici in comune, loro arrivano da più ascolti new wave, mentre io ho ascoltato tanto rock estremo, però mi piace tantissimo il modo in cui riescono a estrapolare il dna della new wave, e questo nonostante quel dna non incontri troppo i miei gusti. Vedi, si tratta proprio di aprirsi a cose che sulla carta potrebbero anche non piacerti.

Per Reset come ti sei approcciato alle parti vocali?
Succi: Intanto mi sono concesso un po’ di respiro rispetto a Necroide: per portare quel disco dal vivo ho dovuto fare palestra. E poi ho pescato da tutti i miei registri, che non sono tanti, mi rendo conto che come cantante ho poche frecce al mio arco, però almeno sono le mie. Il mio primo riferimento è da sempre Tom Waits, che ho scoperto da metallaro e che all’inizio non mi piaceva. Ma è diventato uno dei miei maestri e nel tempo ho scoperto che dietro a lui c’è tutta un’altra tradizione, c’era Howlin’ Wolf, c’erano Gil Scott-Heron e tutti quei cantanti blues che usavano lo spoken word già prima del rap. In più se vogliamo guardare la nostra tradizione europea – io purtroppo ho una perversione per la filologia romanza, ma se lo scrivi, ti prego, precisa che l’ho detto con aria contrita – possiamo affermare che il rap è sempre esistito, nel senso che la poesia volgare nasce per essere detta: Dante era il più sperimentale dei rapper.

Oggi di cosa avete nostalgia? C’è qualcosa che, a differenza del rock, è morto sul serio e vi manca?
Dorella: È cambiato tutto da quando abbiamo iniziato, all’epoca mai avremmo immaginato un mondo con Spotify e i social, e senza polemiche tra indie e major. A me quel che dispiace è che oggi non si possa più davvero essere indipendenti senza pagare un prezzo troppo alto sulla propria musica. Ma chissà, magari recupereremo, siamo nel post del postmodernismo, si recupera tutto.
Succi: Io credo che dipenderà dal pubblico, se recupereremo. Per il resto rimpiango il periodo iniziale dei Bachi da Pietra, perché avevamo una sorta di epica senza pathos nell’andare in giro, ci sembrava di scrivere la storia da qualche parte. Mentre adesso se non scrivi su Instagram non sei nessuno, non esisti. Ma lo abbiamo aperto, il profilo Instagram, perché non siamo snob, siamo abituati a mettere le mani nella merda e se la merda cambia…

Non per niente siete insetti, no?
Succi: Esatto, e un insetto ha mai avuto paura della merda?

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