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I 50 anni di Gianluca Grignani: «Sono l’uomo che volevo essere da bambino»

Il musicista scappato dalla fabbrica di plastica festeggia il compleanno col singolo ‘A Long Goodbye’ e il grande concept 'Verde smeraldo'. Intervista a un irregolare della nostra canzone che vuole mettersi alle spalle cinque anni travagliati e ripartire. Con 150 canzoni e senza algoritmo, né traditori

Gianluca Grignani

Foto: Daniele Cardone per agenzia Roma Press

Oggi Gianluca Grignani compie 50 anni. Più volte mi dirà, durante questa chiacchiera al telefono fatta di pause e accelerazioni improvvise in stile Celentano, che adesso finalmente si sente «l’uomo che volevo essere da bambino». Non so se tra i sogni di gioventù ci fosse anche quello di fare tre dischi uno dopo l’altro, un concept dal titolo Verde smeraldo che sarà il frutto di cinque anni di lavoro e pensieri sulla direzione da dare al suo percorso artistico. Oggi è anche il giorno in cui Grignani annuncia il nuovo singolo, che uscirà il 22 aprile, A Long Goodbye, titolo e strofa in inglese per una ballad rock-blues in italiano. Che potremo ascoltare dal vivo nelle tre date estive del suo Living Rock and Roll Tour.

Nei giorni della sua esibizione cult a Sanremo, settimane fa, nella rubrica Boomer Gang insieme ad Alberto Piccinini ci chiedevamo se avremmo preferito invecchiare come Jovanotti o come Grignani, scegliendo tra due strade: da una parte l’ottimismo nonostante tutto, la famiglia, la bicicletta, le buone letture e la musica bella, la poesia di Mariangela Gualtieri, Che sarà di José Feliciano; dall’altra il tunnel destinazione paradiso, le luci dell’alba chiarissima e il rock’n’roll. Ma davanti a una torta di compleanno è Gianluca a indicarci la terza via: non invecchiare proprio.

Come festeggerai oggi il tuo compleanno?
Credo che farò una festa, ma più in là, non adesso. Per oggi mi sono fatto preparare una torta con una frase specifica che adesso non ti dico – la metterò sui social – e festeggerò da solo. Arrivo da un periodo travagliato e faticoso, dopo cinque anni di lavoro su un nuovo progetto, e ho bisogno di riposare.

Spesso si parla di crisi dei cinquant’anni che negli uomini si manifesta con improvvise regressioni adolescenziali: c’è chi si compra l’Harley Davidson e chi il giubbotto di pelle per sentirsi giovane e rock. Cosa succede invece a un rocker come te?
Non mi sento assolutamente arrivato a mezzo secolo, e la cosa mi preoccupa perché non vorrei svegliarmi un giorno e sentirmi improvvisamente vecchio. Per il resto ho già comprato l’Harley e l’ho venduta, la Porsche e l’ho venduta, il giubbotto di pelle ce l’ho da quando sono nato, guardo Fonzie da quando ero piccolo, quindi direi che sono a posto.

Nessuna crisi di mezza età?
Le crisi le ho da quando avevo sette anni. Per il momento che sto vivendo ora nella mia vita, sento di avere la paura del verginello, mi accorgo che ho ancora molto da fare. La cosa mi stupisce, non me l’aspettavo.

Verginello rispetto a cosa?
Alla vita, prima mi sentivo un uomo di mondo e ora scopro invece che mi si aprono porte che non pensavo esistessero.

Spiegati meglio.
Mi riferisco al periodo travagliato che ho vissuto negli ultimi cinque anni e che ora è finito, per fortuna. Ho tre dischi in uscita, un concept diviso in tre capitoli: sono il frutto di questi anni difficili.

Tre dischi?
E ne avrei pronti molti di più. Mi è capitato di scrivere un album in un solo giorno inspirato a Non al denaro non all’amore né al cielo di De André: ho scelto dei personaggi – tipo il portaborse, lo spacciatore – e in una mattina ho scritto tutto. Dovrei avercelo sul telefonino da qualche parte. Tornando al concept dei tre album, è il frutto di 5 anni di lavoro, tra suono, studio e testi, e avrò almeno 150 brani, poi ho scremato a 60, 40, e arriverò a 30 più o meno.

Foto: Daniele Cardone per agenzia Roma Press

Se io cerco Gianluca Grignani su Spotify alla voce “artisti simili” mi appaiono Raf, Britti, Renga, Moro, Vibrazioni, Antonacci, Carboni, 883. Ti ci ritrovi nel flusso dell’algoritmo?
Raf è un amico, per il resto ognuno fa la sua musica, l’importante è quello che sente la gente. Dell’algoritmo non mi frega.

C’è stato un momento della tua carriera, col disco La fabbrica di plastica, in cui tutti pensavo saresti finito nel mondo indie di Afterhours, Marlene Kuntz, Ritmo Tribale. Non t’interessava neanche quello?
Io ho sempre fatto musica indie, nel senso di indipendente. La fabbrica di plastica era un grido, perché l’ho concepito da solo e tutta la mia musica era nuova rispetto al resto in Italia. L’ho capito tardi, ma ora posso dirlo ed è questo il motivo, perché io non assomiglio a nessuno.

In questi cinque anni di gestazione creativa per il tuo mega progetto discografico quali sono stati i tuoi ascolti, le tue letture? Ti ha ispirato, guidato, qualcosa in particolare?
Sono stato otto mesi chiuso in una stanza della casa, che è adesso è diventata il mio studio, quando ancora c’era tutta la mia famiglia (ora Grignani si è separato dalla moglie, nda). C’era soltanto un letto, un piano Rhodes, una chitarra elettrica con amplificatore e la cornice di un quadro attaccata al muro con dentro niente. Ascoltavo un sacco di musica, dal rock all’elettronica, ma soprattutto blues che è quello che mi ha più influenzato e che ritroverai nei miei nuovi lavori. Credo di aver fatto un nuovo La fabbrica di plastica, che però non anticipa i tempi come aveva fatto quell’album negli anni ’90. È musica che, pure essendo stata scritta nella bolla isolata del mio studio, è figlia dei tempi che viviamo, molto accessibile. Saranno anche i cinquant’anni, ma mentre prima non m’interessava una risposta immediata del pubblico, adesso la voglio e quindi cerco di essere compreso subito, di essere popolare.

Per i testi hai avuto lo stesso approccio diretto?
Da quando nel 2018 ho vinto il Premio Eccellenze a Lecce per il valore letterario dei miei testi, mi sento molto più libero e consapevole. Mi sono ispirato ai miei miti letterari: Kafka, Edgar Allan Poe, Calvino, la Mary Shelley di Frankenstein. Ma i testi sono soprattutto legati alle storie delle persone che ho incontrato.

Oggi in classifica ci sono solo rapper, il panorama musicale è cambiato. Che spazio ci sarà per la tua musica?
Il mondo del rap mi vuole bene, è stata fatta un’indagine di mercato dalla casa discografica da cui si evince che sono molto amato da chi fa musica urban. E a me piace l’attitudine di questi musicisti, penso a Blanco, Shablo, Guè…

Cosa piace di te ai rapper?
Il rap è molto rock, rivoluzionario, selvaggio. E in me i rapper rivedono queste caratteristiche; il disprezzo per l’autorità, la coerenza artistica, l’essere di strada.

Sei stato anche citato dal mondo hip hop: il titolo di un tuo disco, A volte esagero, era diventato un pezzo di Marracash, con Salmo e Coez.
Certo, fa parte del rap fare nomi e cognomi, il dissing. Però poi quando ho cercato uno di loro per dirgli che volevo fare altrettanto, è scomparso…

Ti scoccia se ti dicono ancora che sei rock’n’roll?
Il popolo è rock, io sono un esistenzialista.

Chi è il popolo di cui parli?
Una volta c’era il passaparola, adesso è la rete.

Ti sono mancati i concerti in questi anni?
All’inizio facevo molta fatica a salire su un palco, non ero a mio agio. Non volevo riempire gli stadi anche se avrei potuto. Ora posso dirti che il posto dove sto in assoluto meglio, e mi è mancato tantissimo.

Hai mai pensato di essere il leader di una band, invece di un cantante?
Io mi sento il leader di una band, è sempre stato il mio sogno. Ne anche avuta una agli inizi, poi non mi hanno seguito e se ne stanno pentendo. Però nel disco nuovo ci sono un paio di brani strumentali e ho in mente un nome per quelli con cui ho suonato questi pezzi: probabilmente sarà Octopus Three in omaggio alla canzone dei Beatles Octopus’s Garden.

Spesso hai parlato di essere stato tradito dalle persone che ti circondavano. È ancora così?
Sono stato tradito tantissimo. Uscirà un libro dove racconto tutto e vorrei che dopo le persone che mi hanno tradito trovassero il coraggio di venirmi a parlare di persona. Con il libro capirai tutto, quanto forti e violenti sono stati i tradimenti. Ma non ho rancore. Semplicemente posso dire che sono stato una persona troppo buona e alcuni ne hanno approfittato.

Torneresti a Sanremo?
Farei anche lo Zecchino D’Oro, basta che mi senta a mio agio. Quest’anno all’Ariston è stato così, e guarda che accoglienza che ho avuto! È stato super, forse anche perché ero ospite e non in gara.

Ma il bagno di folla che ti sei fatto in platea all’Ariston è stato improvvisato?
Ho visto una signora che si sbracciava e ho detto a Irama «andiamo?». Ho pensato a Fiorello che lo fa sempre, a Benigni che era entrato col cavallo bianco. E poi Irama ha deciso di andare. Ho sentito un sacco di calore dalla gente e ho pensato che la mia famiglia oltre ai miei figli sono le persone.

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