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‘Humanize’, lo sciame umano secondo Appino

Il cantante degli Zen Circus è andato in giro a chiedere alla gente «cosa sono gli esseri umani?». Le risposte hanno ispirato l’album che uscirà il 17 novembre. La nostra intervista

Foto: Giacomo Francesconi

«Estremamente intelligenti, ma anche estremamente stupidi». «Una serie di pezzi di merda, gente che vive una vita fine a se stessa, tanto muoiono tutti». «Persone che viaggiano, che sognano, che camminano, che parlano, che soffrono». «Un insieme di particelle, innanzitutto». Sono alcune delle definizioni degli esseri umani che si sentono nell’incipit di Humanize, terzo album solista di Appino in uscita il 17 novembre, nato da un’esigenza che il frontman degli Zen Circus ha iniziato ad avvertire molto tempo fa, come racconta nell’intervista che state per leggere, quella di rispondere alla domanda: cosa sono gli esseri umani?

Così si è armato di microfono e con la complicità del soundscape designer, musicista e attore Davide Barbafiera ha raggiunto i luoghi più disparati per intervistare persone di ogni genere, uomini, donne, bambini, anziani, ragazzi, adulti, e nei contesti più diversi – per strada nelle università, nelle RSA, persino in alcune cliniche per la cura del disagio mentale – sui grandi temi che scandiscono le nostre esistenze: il senso della vita, il rapporto con la morte, la ricerca della felicità, e ancora la libertà, il denaro, la pace, la guerra, la religione, la spiritualità.

«L’idea era di ricavarne un audio-documentario arricchito da strumentali, ma da subito alcune conversazioni sono diventate spunti di riflessione e pian piano hanno cominciato a trasformarsi in fonti d’ispirazione per nuove canzoni». Di qui questo concept album, Humanize, composto da ben 23 tracce, fatto di canzoni, parole registrate, intermezzi strumentali e infarcito di field recordings, che Appino presenterà dal vivo dal prossimo febbraio: un ambizioso e densissimo progetto multimediale, prima ancora che musicale, che se nei testi conferma l’attenzione alla dimensione sociale che da sempre nutre la poetica del 44enne Appino, a livello di sound va in più direzioni. «Mi sono lasciato andare», dice Andrea, che con la sua prima prova solista del 2013, Il testamento, si era aggiudicato la Targa Tenco per la migliore opera prima e che in questo nuovo lavoro, 10 anni dopo, firma tutti i testi e le musiche (queste ultime con Fabrizio Pagni), canta e suona chitarre acustiche ed elettriche, basso, bouzuki, mandolino, batteria acustica e batterie elettroniche, percussioni, pianoforte, synth, organi, occupandosi anche di effetti audio e campioni.

Come ti è venuta l’idea di questo disco in cui scandagli il concetto di umanità?
Dobbiamo tornare al 2015, quando, dopo il tour di Grande raccordo animale, il mio secondo disco solista, mi ero detto mai più.

Come mai?
Perché mentre Il testamento era figlio di un pensiero necessario, ce l’avevo dentro da tanto, Grande raccordo animale l’avevo realizzato più che altro per non stare a casa in un periodo difficile, Mi erano successe alcune cose con delle persone e con gli Zen non eravamo in tour, per cui avevo un po’ ruscolato (termine toscano che sta per raccattare, nda) delle canzoni e le avevo riunite in un album a cui oggi voglio bene, ma in cui onestamente non vedo un’urgenza.

Poi cos’è successo?
Già allora mi era venuta voglia di realizzare un audio-documentario andandomene in giro a intervistare quante più persone possibili su alcune importanti questioni. Persone comuni, anonime, come nei Comizi d’amore di Pasolini. Questo già otto anni fa. Per cui mi sono comprato un microfonino e ho cominciato a fare domande ad amici, parenti, conoscenti, e in seguito pazienti psichiatrici, anziani nelle RSA, chiunque, inclusi i fan degli Zen, che ho invitato a partecipare con dei call out su Instagram. Dopo un po’, nel 2016, mi è venuta in mente la parola Humanize e ho iniziato a pensare di combinare le testimonianze audio così raccolte con delle strumentali, quindi di musicare il tutto. Ma visto che man mano che procedevo, le risposte che ricevevo nelle interviste finivano spesso per spingermi a scrivere delle canzoni, il progetto ha preso un’altra piega. Fino a diventare un concept album.

Perché, però, quel bisogno di intervistare la gente comune?
Perché mi domandavo cosa sono gli esseri umani. E a chi la chiedi una cosa del genere, se non agli esseri umani stessi? Sarà che suonando e gironzolando con gli Zen ne ho incrociati tanti, ma insomma, mi interessava provare a catalogare l’umanità per argomenti. Gli argomenti base, i grandi temi dell’esistenza. Perché provo sempre tenerezza nei nostri confronti, assieme a una dose di odio sia per me stesso, sia per il consorzio umano, e mi piaceva da matti l’idea di darmi la possibilità di interrogarle e sentirle, queste voci umane che mi provocano tale ambivalenza. Spinto dalla curiosità, mi sono anche letto dei libri di antropologia, tra cui Lo sciame umano di Mark W. Moffett, e man mano il tutto è diventato un’epopea, con le canzoni che influenzavano le interviste e viceversa, e io che accumulavo materiali nel cassetto. Finché negli ultimi tre anni ci ho lavorato tutti i giorni, su quell’enorme mole di materiali, e ora eccomi qua.

Foto: Giacomo Francesconi

I grandi temi di cui parli sono la vita, la morte, la felicità, la libertà, il denaro, la pace, la guerra, la religione, la spiritualità. Ci sei andato giù pesante. La prima domanda che hai rivolto?
Una domanda che ho fatto a tutti per rompere il ghiaccio – anzi, che abbiamo fatto, perché a un certo punto ho coinvolto Davide Barbafiera, in totale siamo arrivati a qualche centinaio di intervistati – è stata questa: immagina che io sia un alieno e che tu debba spiegarmi che cos’è un essere umano, come me lo descriveresti, come lo racconteresti? Da lì siamo andati avanti a scavare, a snocciolare i diversi lati dell’umanità, e devo dire che mi ha colpito la differenza tra quando a essere intervistate erano persone senza particolari problematiche, con delle vite ordinarie, “normali”, nelle cui risposte subentrava un lato morale e il desiderio di voler apparire in un certo modo, dunque di impostare la voce per dare una certa impressione eccetera, e quando, invece, siamo andati a toccare luoghi come centri per gli anziani, cliniche psichiatriche e di assistenza per il fine vita, la cosa cambiava completamente: emergevano aspetti dell’umanità slegati da quella che è la morale comune del vivere in una società, e questo l’ho trovato particolarmente interessante. D’altronde, nasciamo nel sangue e a un tratto dobbiamo abbandonare tutti coloro che ci stanno accanto: se non si ha una struttura ben formata o, per usare un termine che non amo, sana, è ovvio che la vita finisca per andare su altri binari.

A me sembra che il tratto umano che più scaturisce da questo tuo lavoro sia la nostra natura intrinsecamente contraddittoria, il costante conflitto tra ciò che vorremmo essere e ciò che dobbiamo essere in quanto, nel bene e nel male, immersi in una società. Tu che cosa ci hai capito di noi?
La mia parte più erudita – benché sia ridicolo chiamarla così, essendo io un ragioniere diplomato con 37/60 – si è convinta ancor più di quanto già non fosse della correttezza della teoria del genio egoista di Richard Dawkins (al centro del saggio The Selfish Gene del 1976, nda), secondo la quale i nostri corpi sono come taxi che trasportano ciò che della nostra specie sopravvive nel tempo, ossia i geni indipendenti dalle nostre vite mortali, vite che sono solo un breve viaggio con un inizio e una fine. A parte questo, senza scomodare temi troppo filosofici, ho incontrato tantissima contraddizione, sì, ma soprattutto tantissima paura e vulnerabilità, entrambe perlopiù nascoste dalla morale. E per morale intendo la sovrastruttura della società in cui ci muoviamo, sovrastruttura che ci porta a una vita collettiva basata su norme di convivenza che ci fanno apparire agli occhi degli altri come persone a posto, per bene. Non solo norme come non rubare, non mentire o non fare del male a nessuno, ma anche banali regole d’igiene personale, per esempio, visto che se non mi lavassi più i denti e non mi tagliassi più le unghie finirei per apparire marcio e per ricoprire un ruolo differente all’interno della collettività.

Quindi paura e vulnerabilità…
Ma sì, perché se ci pensi noi veniamo al mondo e subito qualcuno ci insegna come funziona, come dobbiamo comportarci. Dopodiché, da adulti, ci ritroviamo a nostra volta a consigliare o spiegare ad altri cosa fare e non fare, e così via. E a me tutto questo sembra molto tenero. Perché se è vero che la società è una struttura che ci casca in testa dall’alto, è pur vero che è una struttura che ci forma e ci aiuta a sentirci appartenenti a qualcosa. E però, non appena vai ai margini di questa struttura, in luoghi dove si tratta il disagio mentale o dove e si accompagnano i malati terminali alla morte, non è detto che le cose cambino in peggio, per cui trovi soggetti che odiano se stessi, altri che odiano l’esistenza altrui, altri ancora che della vita adorano ogni singolo elemento. Insomma, ciò che ho constatato è che non c’è eccezione, in tutti i casi il bene e il male si mescolano, per cui…

Non è che ci abbia capito granché, del resto nemmeno mi aspettavo chissà quale illuminazione. Le mie, quelle che ho raccolto in Humanize, sono riflessioni prive di giudizio: in questo album, come sempre in passato, osservo, indago, racconto, evitando ogni sguardo giudicante. Però credo che progetti o esperimenti come questo servano, anche per conferire alla musica un ruolo che non sia unicamente consolatorio e d’intrattenimento. Ammiro chi scrive canzoni pop leggere e vorrei esserne capace pure io, sia chiaro, ma per questioni di imprinting ho bisogno di altro, mi viene naturale fare altro.

In un’epoca in cui tutti sbraitano per affermare se stessi contro gli altri, è lodevole che qualcuno si metta in ascolto. A tal proposito, nella traccia di apertura del disco una donna fa notare che «abbiamo una sola bocca e due orecchie, perché teoricamente dovremmo ascoltare più che parlare»: commento puntualissimo a questo periodo storico dominato da ego strabordanti.
Ricordo bene quella signora, eravamo a Milano. Quella frase è una citazione (attribuita al filosofo greco, noto come il fondatore dello stoicismo, Zenone di Cizio, nda). Ma sai qual è la cosa che più mi ha colpito? Il fatto che le persone ben inserite nella società dicano più o meno tutte le stesse cose, magari con parole diverse, ma le stesse. Gli altri no. In particolare, mi è rimasto impresso un signore che mentre parlava aveva la fissa di dire «gran finale», come se fossimo in un film, e che a un certo punto, come gran finale, appunto, mi ha detto «non ci voglio stare, da solo, voglio stare in compagnia», mettendosi quasi a urlare e a piangere: un momento potente.

Perché, invece, per l’artwork del singolo Carnevale e per alcune immagini all’interno dell’album ti sei invecchiato?
È nato tutto dall’amicizia con un artista che è fan degli Zen, Matteo Raciti, giovane “carrista” del Carnevale di Viareggio: è lui che ha realizzato la maschera che indosso nella copertina di Carnevale.

Credevo ti fossi fatto invecchiare digitalmente.
Eh sì, sembra, lo so. È che parlavo con Matteo del fatto che indossiamo sempre delle maschere, che l’idea che possiamo posare la maschera per mostrare ciò che siamo veramente è solo una suggestione retorica. Il che significa che arrivare all’autenticità più autentica forse è impossibile. Una visione pirandelliana che abbiamo tradotto in una serie di maschere che rappresentano varie espressioni del mio volto e che lui ha realizzato sulla base di miei selfie, quelli sì digitali. Risultato: tre quarti delle persone che hanno visto quelle immagini pensavano fossero frutto dell’intelligenza artificiale, invece no. Ed è bellissimo, perché l’IA è effettivamente presente nell’album: nella traccia Il mondo perfetto, per costruire il synth portante, sono partito dal la datomi da un software d’intelligenza artificiale.

Leggo dalla cartella stampa: «Il titolo Humanize trae ispirazione da una funzione, presente in diversi software di produzione musicale, che prende impulsi midi quantizzati nel tempo e nella dinamica e li sposta impercettibilmente in modo casuale, simulando un errore costante. Lo scopo è evadere l’esattezza digitale creando imperfezioni prossime a quelle umane». Sei affascinato dall’intelligenza artificiale?
Di sicuro non mi spaventa, nemmeno la questione creativa. Sono sempre stato un nerd, già da bambino ero in fissa con il computer, e ho sempre accolto ogni innovazione tecnologica. Ciò che mi fa paura è il modo in cui useremo questo mezzo, non il mezzo in sé. Tant’è che per questo album, usando programmi come ChatGPT, ho rivolto all’IA le stesse domande che ho posto alle persone: chi ascolterà, sentirà.

Mentre nel brano È solo una bomba parli di guerra.
Perché il concetto di guerra è uno spaccato del nostro essere umani.

Purtroppo è un concetto oggi al centro del dibattito pubblico, come sappiamo.
Già. Ma come sempre, no? Le guerre non finiscono mai. Di qui questo pezzo in cui mi sono obbligato a parlare di guerra senza retorica. Cosa non facile: ci ho messo due anni a chiuderlo. A ispirarmi è stata una persona che in una delle centinaia di interviste realizzate per il disco ha affermato che una bomba è qualcosa che cambia lo status quo. Ecco, io mi sono immaginato due genitori che di fronte a un contesto di guerra spiegano al figlio o alla figlia che è tutto a posto, che le bombe esistono, servono, sono parte integrante della società e che non dobbiamo averne paura, a meno che non ci caschino in testa. È pedagogia: che altro puoi dire a un bambino? I miei mi dicevano lo stesso quando all’età di 10 anni piangevo vedendo alla tv le immagini della guerra in Jugoslavia. Perché gli adulti cercano di tranquillizzarti, giustamente. E questa cosa ci cambia la visione del mondo, eh. Per cui ciò che accade è che sordidamente finiamo per accettare l’esistenza di bombe, l’uccisione di civili, la distruzione di case. E in certi casi arriviamo persino a giustificarle, le bombe, pur di salvaguardare la nostra esistenza serena. Tutto questo lo canto senza giudicare, sono constatazioni, le mie, al punto che la canzone prende un tono un po’ sinistro. Pensa che mia madre temeva fossi diventato…

Un guerrafondaio? Ma no, io questa canzone l’ho percepita sin dal primo ascolto come un inno pacifista.
E certo! Ma sai come sono le mamme…

In tutto ciò il sound dell’album è eclettico: accanto a tracce più classicamente appiniane, in cui prevale il tuo lato folk, ce ne sono altre dalle atmosfere più rock e altre ancora, tra cui la stessa È solo una bomba, infarcite di synth, beat, inserti elettronici.
È solo una bomba ha dentro un po’ di French touch. È che negli ultimi anni ho ascoltato tantissima musica elettronica, e da musicista e musicofilo trovo che quello dell’elettronica – al di là della parte più commerciale – sia un mondo molto bello, libero, sperimentale. Penso ad artisti come King Krule, che con l’elettronica ha fatto un lavoro meraviglioso. O a un disco come Lonerism dei Tame Impala, che ha avuto successo in tutto il mondo. E poi adoro esplorare, imparare! Se gli Zen all’inizio erano solo un timpano, un rullante, un piatto, un basso acustico, una chitarra acustica e una voce, e ci eravamo ripromessi di limitarci a questo armamentario, con questo disco ho fatto esattamente l’opposto: non mi sono limitato e ho lavorato e rilavorato i pezzi così da vestirli in un modo che non è detto piacerà ai fan degli Zen. Tant’è che dopo aver sentito Enduro c’è chi mi ha chiesto come mai non sono più rock: probabilmente per quelle persone quel brano è una commercialata.

Nei miei appunti, per annotarmi il mood della canzone, ho scritto: trap alla Appino!
Trappappino (ride)! Battute a parte, per me non è una commercialata, semmai il contrario. Solo che se una cosa così la fa Taxi B, per citare una delle influenze dell’album, è ok, se la faccio io, mmm… Ciò detto, non ho fatto un disco per piacere, ma per comunicare. Anzi, questa volta la questione piacerà o non piacerà l’ho proprio lasciata in fondo, me ne sono davvero fregato, mi sono divertito a fare quello che mi sentivo di fare, che volevo fare. E dato che con le chitarre do già parecchio con gli Zen Circus, mi è venuto naturale addentrarmi in altri territori. Una ricerca che mi ha appagato, benché senza portare a nessun potenziale singolo. O meglio, alcuni singoli li ho buttati fuori, ma sono come sorteggiati. Come nell’acquario del megapresidente di Fantozzi.

Di fronte a un disco così intellettualmente ambizioso, cosa direbbe l’Appino rock’n’roll di Andate tutti affanculo?
Ma niente! Contestualizziamo: tra il 2007 e il 2009, suonare strumenti acustici per strada mandando tutti affanculo – anzi, nemmeno, in realtà mandavamo affanculo prima di tutto noi stessi – era ciò che avevamo voglia di fare senza aspettarci altro che reazioni di sdegno. Da questo punto di vista non è che sia cambiato molto e, del resto, se allora molti ci criticavano perché «ecco quelli che riempiono i pezzi di parolacce» e così via, successivamente altrettanti ci hanno criticati perché «ecco, vi siete ammollati». Ciò detto, l’Appino di allora all’Appino di oggi direbbe: sei invecchiato, smetti di fumare. Perché dopo 24 anni di carriera sei più vecchio per forza e perché fumo più di prima e ogni volta che vedo una foto di De André con la sigaretta in bocca, se a 20 anni ne restavo affascinato, adesso mi do del coglione.

Riprovo: come autore hai sempre avuto un lato impegnato, ma con questo Humanize si potrebbe pensare che tu abbia delle velleità da intellettuale. Sbaglio?
Capisco la tua domanda, ma sono un ragioniere di una provincia non meglio identificata, cresciuto in un quartiere popolare, con genitori operai. E questa roba ti rimane incollata addosso: come potrei fare l’intellettuale? Non è possibile. D’altro canto, mi chiedo: chi è che può farlo? Chi avrebbe il diritto di farlo? In ogni caso non scomoderei la parola intellettuale: sono uno scappato di casa che si è montato la testa (ride).

«La prima persona che mi dice “tu sei speciale”, io gli sputo in un occhio», dichiara una delle persone che hai intervistato. Che effetto ti ha fatto?
Ah, ne ho sentite di ogni, facendo queste interviste, ma lei, la donna che afferma quello che hai appena detto, mi ha sbalzato! Con l’ironia tipica del Sud, ricorda a tutti che c’è una fase della vita in cui non puoi non volere essere speciale, perché hai bisogno di trovare il tuo posto nel mondo, la tua gang. È successo anche a me quando ho iniziato a colorarmi i capelli, a scrivermi “hate” sul giacchetto. Ed è anche giusto far sentire speciali i bambini, per motivarli. Il problema è che oggi sembra che dobbiamo essere tutti speciali a ogni età, ma diciamolo che a furia di voler essere tutti speciali si è persa la dimensione collettiva a livello sia politico, sia sociale. E diciamo anche quanto conta il denaro, perché è innegabile che nel mondo odierno se sei ricco sei un po’ più speciale, se sei povero un po’ meno. Di mio non mi fido troppo di chi mi dice che sono speciale: sono un essere umano, con le mie peculiarità, ma comunque uno degli 8 miliardi sulla Terra.

Alla fine dell’album si sente un bambino che dice «vedo una casa volante, un idrovolante, è magia». Perché questa chiusura?
Perché la vita è bella anche se è di merda. Mentre lavoravo al disco ci sono stati momenti in cui mi sono sentito troppo riflessivo, pesante, e mi sono chiesto che cazzo stavo facendo. Poi quel bambino splendido… Ha ragione lui, è lui il capo: un giorno può essere che si abbatterà, ma ci tenevo che l’album terminasse così, con una nota positiva che provoca un sorriso.

E alla morte, tra i grandi temi del disco, quanto ci pensi?
Ci penso costantemente, come alla musica. Perché la morte è ciò che ci definisce, perché – autocitandomi – vive chi muore.

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