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«Ho sorvolato in elicottero sotto acido la folla di Woodstock e ho vomitato»

Il tastierista e bassista Chris Stainton racconta la sua esperienza al fianco di Joe Cocker al festival del 1969, nel tour di Mad Dogs & Englishmen e oltre. «C’erano tante, troppe droghe»

Chris Stainton dal vivo nel 2018 con Eric Clapton

Foto: Brian Rasic/WireImage

Ha suonato a Woodstock, ma si è calato così tanta LSD che ha vomitato sull’elicottero che lo portava sul palco. Un anno dopo, ha girato gli Stati Uniti col tour di Mad Dogs & Englishmen di Joe Cocker. Ha suonato di fronte a due miliardi di telespettatori al Live Aid con Eric Clapton e Phil Collins, e al concerto del 2002 per George Harrison era a pochi passi da Paul McCartney.

Eppure, a meno che non siate appassionati di classic rock, il nome del tastierista Chris Stainton potrebbe risultarvi nuovo. E questo perché, pur avendo suonato in Quadrophenia degli Who e pur essendosi esibito per una quarantina d’anni con Clapton, membro più longevo della sua band, Stainton ha sempre tenuto un profilo basso. «Non mi sarebbe spiaciuto fare come Ian Stewart, che quando suonava con i Rolling Stones era nascosto al pubblico. Mi piace stare sul palco, non essere una star proprio non m’interessa. Non lo sono. Ci sono i frontman e ci sono i gregari. Io sono un gregario».

Com’è che sei finito a suonare con Joe Cocker e formare la Grease Band?
Dopo aver suonato con una band di Sheffield, sono andato in Germania dove ho fatto un paio di tour. Una volta tornato a casa ho mollato la musica e mi sono trovato un lavoro.

Quale?
Fonico per la tv. Me la cavavo bene. In realtà, nel frattempo suonavo in una band di Sheffield. Una sera s’è presentato Joe e mi ha chiesto di unirsi al suo gruppo. Si chiamava Joe Cocker’s Big Blues. Suonavo il basso.

Dove vi esibivate?
Pub, club, ovunque. Parliamo del 1966, 1967. È andata avanti così per un paio d’anni.

Si capiva già allora che aveva talento?
Eh sì, era un predestinato, ma non è successo granché finché non siamo entrati in sala d’incisione col produttore Denny Cordell che si occupava di gente come Move e Procol Harum. Cercavano un artista differente e Joe era venuto a saperlo. Così abbiamo registrato un demo, il pezzo era Marjorine. Era un mio strumentale su cui Joe aveva aggiunto le parole. Lo abbiamo spedito a Londra ed è piaciuto, perciò ci hanno chiamati per registrare qualcosa.

E com’è che sei passato dal basso a pianoforte e organo?
È successo in Inghilterra nel 1968. La Grease Band ha cambiato varie volte line-up. A Sheffield suonavo il basso e all’organo c’era Tommy Eyre, che ha poi suonato con George Michael. Poi quando abbiamo cambiato formazione, Joe ha deciso che gli piaceva il mio stile al piano, perciò nel primo album ho suonato sia quello che il basso. «Prenderemo un bassista e un batterista», ha detto ed è così che sono arrivati Bruce Rowland e Alan Spenner. È cominciato tutto da lì.

Com’è che è venuto fuori l’arrangiamento di With a Little Help From My Friends?
Un’idea di Joe. Gli è venuto in mente quand’era a casa, a Sheffield. Dice la leggenda che l’ha ideato seduto sulla tavola del water. A quell’epoca i servizi erano fuori dalle case. Ora su quel bagno c’è una targa che dice una cosa tipo: “È qui che è stata concepita”. Non chiedermi se è una storia vera.

La canzone è stata rivoltata.
Sempre Joe. Era un fan di Ray Charles, di Aretha Franklin, di quel tipo di soul, dei dischi dell’Atlantic. Gli piacevano i sei ottavi e il modo in cui cantavano le interpreti femminili. Se l’è immaginata così. Non so come gli sia venuta, so che mi ha detto: «perché non proviamo a farla in questo modo?». L’abbiamo fatta con la band ed è venuta. È stata una combinazione di cose. C’è anche del mio, ma l’idea è sostanzialmente di Joe.

Non mi vengono in mente molte cover dei Beatles migliori degli originali. Questa è una delle poche.
Già. L’originale è un po’ scemotto. Incredibile quel che ci ha tirato fuori Joe.

Com’è stato il primo tour americano?
Era l’inizio del 1969. Per me che non ero mai stato negli Stati Uniti è stata una rivelazione. Atterrammo a New York e fummo investiti dalla follia della città, i taxi gialli ovunque, il caos. Uno shock per me. Stavamo al Loews Midtown tra la 8th Avenue e la Quarantottesima. Dividevo la camera con Joe.

Come sono stati i primi concerti? C’è voluto un po’ per costruire un seguito?
Siamo andati bene fin dall’inizio. With a Little Help From My Friends era una hit e lo stava diventando anche in America. Ricordo un concerto alla Grande Ballroom di Detroit, una sala che mi sa che oggi è in disuso. Quando abbiamo attaccato With a Little Help From My Friends la gente s’è accalcata contro il palco. Sembrano impazziti. Non avevano mai visto uno come Cocker.

Ricordi quando ti hanno parlato per la prima volta di quel grande festival che si sarebbe tenuto nell’Upstate New York?
Eh, Woodstock. Non ci avevo dato grande peso. Ci arrivammo in elicottero, non c’era altro modo per raggiungere quel posto. Abbiamo preso l’elicottero, siamo arrivati, abbiamo fatto il nostro set, ci hanno riaccompagnati con l’elicottero.

Com’è stato sorvolare quella folla?
Incredibile. Mi ero preso dell’acido prima di salire sull’elicottero e a bordo ho vomitato. Ricordo il rumore incredibile. Una cosa colossale. La folla era gigantesca e vederla era grandioso. Zero vibrazioni negative, solo positività.

Nel backstage hai incontrato Crosby Stills Nash & Young, The Band o altri che si esibivano quel giorno?
Nessuno. Siamo arrivati, abbiamo suonato, subito dopo la fine del set è scoppiato un temporale e ci hanno portati via in fretta e furia.

La vostra è stata un’esibizione come le altre o qualcosa di speciale?
Direi buona, molto buona. Joe era in forma. Andò alla grande. Fu di grande aiuto per la sua carriera.

Nel film si vedono solo le tue mani nell’attacco del pezzo.
Non so proprio come ho suonato, ero completamente fuori per via dell’acido. Ho smesso di pensare e mi sono lasciato trasportare. È andata bene.

Quando hai incontrato Leon Russell?
L’anno dopo. O forse era la fine del 1969. Stava registrando un disco a Londra. Quando poi eravamo a New York, Joe è andato a Los Angeles per chiedergli di mettere assieme un gruppo per lui. Cosa che ha fatto, con la band del tour di Mad Dogs. Io ero a New York e sono andato a Los Angeles in van con il nostro roadie, Pete Nichols. Ci abbiamo messo sette giorni. Quando siamo arrivati a casa di Leon c’erano già tutti: Carl Radle, Jim Gordon, Jim Price.

L’avete capito subito che sarebbero stati grandi concerti?
Beh, adoravo Leon Russell. Era il mio pianista preferito, un idolo per me. Mi dicevo: non sarò mai in grado di suonare il piano come lui. Ecco perché sono passato all’Hammond. Il piano lo suonavo quando lui passava alla chitarra.

Hai un ricordo preferito di quel tour?
Non è stato grandioso come si pensa. C’erano tante droghe, troppe. C’era gente che dava la droga a Joe tutto il tempo, incasinandolo. Non ho bei ricordi, ma di concerti belli ne abbiamo fatti, come le due sere al Fillmore East.

Le droghe era un problema per tutti, in quel tour?
Non ho idea di come siamo riusciti a stare insieme, ma non tutti si facevano. Io e Joe un po’, ma altri per niente. Carl Radle era pulito. Jim Keltner si è fatto con noi per un po’, ma poi ha smesso. C’era anche gente lucida.

Perché hai mollato la band di Joe Cocker prima di I Can Stand a Little Rain?
Nel 1972 e per un anno siamo stati in tour ovunque: America, Europa, Australia. A Sydney ci hanno beccati per possesso d’erba. Io e Joe siamo stati arrestati. Anche mia moglie Gail è stata arrestata, poverina, non c’entrava niente. Sì, perché nel 1969 avevo incontrato Gail a Chicago. C’era anche lei durante il tour di Mad Dogs. Ci siamo sposati a Los Angeles nel giugno 1970 per poi tornare in Inghilterra.

Comunque, non ho suonato granché fino al tour del 1972, quello dell’arresto. Dopo di che, per non essere espulsi dall’Australia, ce la siamo squagliata. Abbiamo trovato un posto sicuro, una casa dove siamo stati col manager Nigel Thomas. È stato lui a portarci fuori dall’Australia prima di esserne espulsi. Una volta tornati a casa, ognuno ha fatto la sua vita e ho perso Joe di vista, completamente. Si faceva di tutto, droghe, acidi, di tutto. Per un paio d’anni è sparito dalla circolazione.

Se si fosse ripulito sarebbe stato più produttivo in quel decennio?
Assolutamente sì. Avrebbe continuato a fare album e tour. Che peccato. E invece in quel famigerato concerto a Los Angeles è collassato sul palco. Il momento più imbarazzante della sua carriera. Ma alla fine è tonato al successo con Up Where We Belong e You Are So Beautiful.

Hai ripreso i rapporti con Joe alla fine degli anni ’80 e sei di nuovo andato in tour con lui, no?
Per un pezzo, nei ’90, ho suonato sia con lui che con Eric Clapton. C’erano inevitabilmente delle sovrapposizioni nei calendari dei tour. In quei casi, davo la precedenza a Eric perché pagava molto di più (ride).

Immagino che con Eric ci fossero jet privati e hotel a cinque stelle.
Esatto. Con Joe sfortunatamente si viaggiava di bus e si stava in hotel a buon mercato. Ma si faceva grande musica, per cui ne valeva la pena.

È stato un po’ come tornare agli inizi e tornare a suonare pezzi come Feeling Alright.
Già. Facevamo i pezzi vecchi, che amavo, ma anche più recenti come Up Where We Belong e You Are So Beautiful che era bello suonare. C’era un altro tastierista, un tizio chiamato Jeff Levine, da New York.

Non ti sei mai stancato di andare in tour? Ne devi avere fatti di concerti fra Clapton e Cocker.
Succede a tutti di stancarsi. Dopo un po’ la vita sulla strada t’annoia. Di sicuro non era granché divertente per mia moglie Gail: mentre ero lontano, lei restava a casa e si doveva occupare di tutto. Siamo sposati da quasi 51 anni.

Nel mondo del rock, equivalgono a 500 anni.
(Ride) Lo so. Mia figlia ha 50 anni, mio nipote 30.

Pazzesco. Come hai fatto a evitare le insidie della vita sulla strada? C’è chi per reggere quello stile di vita diventa tossicodipendente o va fuori di testa o il matrimonio va gambe all’aria.
Ho una moglie bella tosta. Controlla che stia bene. Ha fatto sì che mi allontanassi da quella roba gradualmente. Se sono qui è grazie a lei. E ne sono felice. Tanta altra gente c’è rimasta.

Vedevi spesso Joe Cocker negli ultimi anni della sua vita?
Ci siamo allontanati. L’ultimo tour con lui l’ho fatto nel 2000. Non l’ho più rivisto da allora. Ci siamo scambiati un paio di e-mail. Mi inviava foto dei pomodori che cresceva lui. Poi ho saputo che era morto.

Che cosa ti piacerebbe fare nei prossimi anni?
Al momento io e Gail scriviamo canzoni. Le trovate sul mio canale YouTube. Le scriviamo nella speranza che qualcuno voglia interpretarle. Ho uno studio casalingo con ProTools e un sacco di tastiere e drum machine. Mi piace comporre musica e Gail scrive bei testi e canta.

Vuoi continuare a fare musica anche quando avrai 80 anni?
Certo… arrivarci a 80 anni.

Il lato positivo è che hai i vantaggi delle rockstar, senza le parti negative, puoi andare al ristorante o altrove e nessuno ti scoccia.
Questo è sicuro, nessuno mi disturba (ride).

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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