«Ho provato a fare il moderno», Dente e l’epoca dei nativi Spotify

È il primo artista nel cartellone del Carroponte 2017, ha pubblicato da poco un singolo estemporaneo. Per fare come "si usa adesso"
Giuseppe Peveri, in arte Dente, è nato a Fidenza nel 1976. Il suo ultimo disco è "Canzoni per metà". Foto: Sebastiano Bongi Tomà

Giuseppe Peveri, in arte Dente, è nato a Fidenza nel 1976. Il suo ultimo disco è "Canzoni per metà". Foto: Sebastiano Bongi Tomà


Ciao come stai?

Risponde subito Dente al nostro appuntamento telefonico, come se avesse salvato il numero della redazione. «No, è solo che non ricevo molte telefonate», spiega subito, ridendo. È un po’ lo spirito che lo contraddistingue, tra il malinconico e il felice, sorridente ma con un filo di umore nero in sottofondo. A pochi giorni dalla sua data di Milano al Carroponte (che parte giovedì 8 giugno), chiacchieriamo di live, canzoni e, appunto, nostalgie.

Hai pubblicato un “singolo digitale estemporaneo” ad aprile, Quello che si ha. Come mai questa scelta?
Un po’ perché avevo questa canzone pronta, un po’ per testare la nuova band anche in studio e un po’ per provare se è davvero così che funziona il mercato italiano. Vedo che tutti fanno dei singoli anche senza un album pronto. Non so, è una nuova tendenza che si rifà a quello che succedeva 50 anni fa, per dire…

Quindi è un po’ il tuo 45 giri…
Massì, proprio il concetto del disco sta svanendo, tra musica digitale, streaming, playlist… La gente ascolta solo le canzoni. E ho voluto provare a essere un ragazzo moderno. (Ride)

E perché non lo saresti?
Ma perché io sono legato ai dischi! Mi piace l’idea proprio di fare un album, di fare una cosa “unica”. Da ascoltatore mi piacciono i dischi, i vinili: li compro da sempre. Mi rendo conto di avere dei gusti da anziano, ma non ci posso fare niente. Ci sono affezionato.

E dici che “i giovani” non conoscono niente di questo approccio?
Beh, per un ragazzo è semplicemente una cosa che non ha senso. La musica viene ascoltata in un altro modo. È una generazione di nativi Spotify. Magari tra qualche anno i ragazzi non sapranno neanche che esistevano dei negozi di dischi. “Compravate degli oggetti di plastica che contenvano delle canzoni? Incredibile! E come le ascoltavate?”. Ma è così, fa parte dell’evoluzione…

Tornando al tuo singolo estemporaneo. So che hai sognato che lo cantavi su un palco, simile a quello di Sanremo. È un sogno premonitore?
(Ride) Non lo so! Ho sognato questa canzone mentre la cantavo su questo palco enorme. In realtà, avrei dovuto partecipare qualche anno fa ma mi sono tirato indietro, non me la sentivo. Nel futuro chissà… C’è stato uno spiraglio di apertura sanremese rispetto al nostro giro, quando c’era Fazio. Adesso è tornato un po’ un Sanremo più classico, praticamente quello che tutti i nostri amici odiano.

E poi si lamentano quando escono dalla gara i big…
Beh, non considerano il paese reale, quelli che vanno ai concerti, quelli che comprano i dischi. Vedremo, magari quando diventeremo vecchi piaceranno anche a noi…

Inizia adesso una stagione di live molto intensa. Avevi voglia di tornare sul palco?
Sì, ho voluto fare tante date, sono stato fermo per la promozione del mio libro. Avevo tanta voglia di tornare a suonare, anche in provincia, di spaccarmi la schiena sul furgone. Mi toglierò un po’ di voglie… Vado a riprendermi il Paese!