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Halfalib sta esplorando il suo inconscio

Marco Giudici, giù bassista degli Any Other, ha deciso di prendersi un po' di tempo per sé. Il risultato è uno dei dischi italiani più originali del momento

Foto di Mattia Savelli

Foto di Mattia Savelli

Marco Giudici mi risponde con un «Ciao!» telefonico da Austin, Texas. Si trova lì per il South by Southwest (abbreviato SXSW), dove ha qualche esibizione fissata per promuovere il suo primo album.

Da bassista degli Any Other, Marco ha deciso che era tempo di avere qualcosa di più suo, anche se questo ha richiesto un faticoso lavoro emotivo, come mi racconterà più sotto. Nel suo primo Malamocco, Halfalib (il moniker che si è scelto) ci ha messo voce, arrangiamenti, e pure una buona dose di coraggio. Cosa che per quanto mi riguarda rende il disco uno degli italiani più intriganti usciti quest’anno, originalità a parte.

Com’è lì al SXSW?
Super bello. Ci è andata solo male per la prima esibizione acustica. Non è arrivato il pianoforte, quindi ho dovuto improvvisare mettendo dischi.

Per mail mi dicevi che avevi avuto scazzi col visto per gli Stati Uniti. Risolto?
Sì, in pratica avevo fatto la richiesta dell’ESTA. Tre giorni prima di partire mi arriva una mail con scritto: “La tua ESTA è stata negata”, dato che non sono tenuti a darle. Così, sono andato in ambasciata a fare code e pagare 150 dollari. Il giorno prima di partire mi hanno dato il via libera.

Beh, a te è andata bene. Ad altri, tipo i Soviet Soviet, è andata peggio. Anche se la colpa è decisamente loro.
Eh sì, avevano annunciato tutto prima di partire ma avevano un visto da turisti. Peccato che alla dogana hanno stampato il foglio delle date e gli hanno detto: “Eh, qui c’è qualcosa che non torna”. Poi vabbè la reazione di incarcerarli è stata esagerata.

Parliamo di Malamocco. La prima cosa che si nota sono i titoli delle tracce. Alcuni sono in italiano, altri in inglese, in francese e credo uno pure in tedesco. Come mai
E pensa che all’inizio volevo chiamare il disco Il troppo moltiplicarsi senza continuarsi conduce al diminuirsi. Poi però veniva una roba troppo arzigogolata. Anche volendo, per un inglese sarebbe stato impossibile capire. Malamocco mi è venuto in mente perché ero lì in vacanza con un amico, vicino a Venezia. Ci andavo sempre con mio nonno da piccolo e, finito il disco, ci sono tornato. Mi sono subito reso conto di essere molto affezionato al luogo, dove non ero stato per 15 anni. I titoli delle tracce invece arrivano un po’ a caso, tipo Arythmie du Soleil. Liebe Fénix II, Instant invece deriva da un cartello che ho visto in Germania, quando ero in tour con gli Any Other.

Invece poi Il troppo moltiplicarsi senza continuarsi conduce al diminuirsi è finito per dare il nome a due tracce, che vanno ascoltate di seguito sennò il senso viene stravolto, giusto?
Sì, è un disco che va ascoltato tutto di seguito e la regola vale soprattutto per quelle due tracce in particolare. Anche a livello testuale c’è un filo logico. Il tema che ritorna sempre, declinato in molti modi, è il rapporto con sé stessi e di conseguenza anche il rapporto con gli altri. Una comunicazione ad alta intensità emotiva che, quando ho iniziato a scrivere il disco, mi spaventava molto. Poi pian piano, sminuzzando i miei vari complessi, sono riuscito ad aprirmi, a mettere in pratica.



E poi hai avuto una grande mano da altre persone per fare il disco, no? Vuol dire che questa comunicazione emotiva c’è stata eccome.
Esatto, anche a livello pratico questa cosa si è concretizzata. Infatti ci pensavo tutti i giorni. Sono soddisfatto, vuol dire che in qualche modo il mio metodo ha funzionato, per quanto sento di avere ancora delle lacune di qua e di là. Sono una persona abbastanza introversa. Parlare in modo aperto dei cazzi miei, condividere qualcosa a livello emotivo per me era ed è tuttora un ostacolo. La mia personalità è formata da più personalità in conflitto tra loro e in realtà non ha risultante. Quello che vorrei far emergere spesso è influenzato da qualcosa che non conosco e sui cui peraltro non ho controllo.
Ora non vorrei fare troppo il freudiano, però penso che l’inconscio influenzi ancora molto le azioni consce. è inevitabile, questa cosa mi spaventava, adesso invece mi prende molto a bene. Mi aiuta a lasciarmi andare, a lasciar agire l’inconscio invece del conscio. Questa cosa mi diverte, mi permette di gettare sguardi nuovi sulla realtà, di cogliere nuove sfaccettature.

Quindi attraverso la scoperta dell’inconscio stai facendo uscire da dentro di te delle cose nuove, giusto?
Si, facendo questo disco mi sono messo nell’ottica di fare un percorso. Mi sono messo in una posizione mentale particolare, ho capito come aprirmi di più, come lasciarmi andare senza stare male.

Come ci sei riuscito?
Eh, mi viene in mente un ricordo di quest’estate: ero in un momento di pausa, quei momenti in cui si tirano un po’ le somme. Lì mi sono detto: a me piace vivere assecondando completamente l’istinto. Nonostante a livello pratico poi si presentino dei limiti, non si può fare sempre così, capire che potevo prendermi questa libertà nel mio piccolo mondo mi ha fatto stare molto bene. Non ti so dire come ci sono arrivato, però una volta che mi sono aperto, una volta accettate le mie parti conflittuali… ho capito che se non si può controllare tutto allora tanto vale lasciarsi andare completamente.

Tu cosa fai nella vita? Hai un secondo lavoro?
Ho sempre lavorato nella musica. Ho studiato psicologia per un anno, all’università, poi ho mollato. Dopo mi sono dedicato solo a cose musicali: corsi, colonne sonore, mi sono diplomato in tecnologia del suono. Adesso oltre alle mie cose sto facendo il produttore.

Tu di che anno sei?
Sono del 1991, ho 25 anni e sono nato a Milano.

Ho letto un po’ di cose sul disco, molti lo liquidano come un disco sperimentale. Non ti sembra una definizione pigra?
Più che sperimentale direi personale: non ho fatto una grande ricerca per questo disco. Magari sperimentale in senso interiore, messa così mi piace di più. Non ho fatto una vera e propria ricerca.

Ci ho trovato molte influenze jazz. Se tu fossi nato in America, magari il disco sarebbe uscito per Brainfeeder, non pensi?
Beh è un’etichetta che mi piace molto, grazie. Non sei la prima persona che sente nel disco influenze jazz… Anche in questo caso, però, non è stata una cosa intenzionale: non ho una grande cultura jazz, preferisco cose tipo Robert Wyatt, lui l’ho ascoltato molto. Lui ha avuto una formazione jazz, diciamo che entrambi abbiamo “sfumature jazz di secondo grado”. Forse è questa la cosa in comune con gli artisti di Brainfeeder.

Nel disco tra l’altro ci sono musicisti con i controattributi come Enrico Gabrielli dei Calibro 35.
Si, con lui ci siamo incontrati e dopo mezz’ora stavamo giocando ai videogiochi. Lui è un fissato. Io non lo sono quanto lui ma mi prendo una settimana all’anno in cui stacco tutto e faccio solo quello.

A cosa giochi?
Mi sono preso benissimo con Heavy Rain, è una specie di thriller psicologico interattivo. Qualunque cosa tu faccia influenza l’andamento delle cose.

Cosa ha suonato Gabrielli nel disco? Lui è un polistrumentista.
È venuto a casa mia e ha suonato il clarinetto basso sul primo brano del disco. Gli ho dato la traccia guida e lui ha capito subito tutto, è stato velocissimo. Io Si vede che è un professionista incredibile, ha una sensibilità perfetta per capire subito quello che serve alla canzone. Mi sarebbe piaciuto lavorarci di più, ci siamo inseguiti via mail per diversi mesi ma non siamo riusciti a incastrarci. Lui in quel periodo suonava in tour con PJ Harvey, quindi è stato impossibile beccarsi. Abbiamo organizzato la session di cui ti parlavo la sera prima. Mi ha scritto: “Oh, io domattina non ho niente da fare”. La mattina dopo abbiamo fatto tutto.

Alla fine è venuto fuori un disco originale, eterogeneo. Anche la tua voce cambia molto nel disco: nel primo pezzo è molto roca, poi si evolve. C’è un motivo?
Mi piace questa interpretazione. Sinceramente non avevo notato questo cambiamento della voce. Devo dire che per registrarla mi sono davvero spremuto, stavo diventando pazzo. La prima traccia è stata l’ultima che ho scritto e credo anche l’ultima che ho registrato. Il disco è una specie di flashforward, però devo dire che sotto questa luce mi piace ancora di più.

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