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Hai mai visto un rapper piangere?

Solo 'Mentre nessuno guarda' siamo noi stessi. È con questa idea in testa che Mecna ha scritto il suo nuovo album. «Esprimo le debolezze che tutti hanno, ma di cui gli altri rapper non parlano»

Mecna

Foto press

Il destino ha voluto che Mecna terminasse il tour di Neverland, il suo precedente album insieme a Sick Luke, giusto a febbraio, qualche giorno prima che scattasse il lockdown in tutta Italia. «Ai tempi ne ridevo, perché mi sembrava di averla scampata bella: poi però non è stato più così divertente». Per fortuna, il rapper/art director – con il suo nome di battesimo, Corrado Grilli, ha curato gli artwork di molti dei personaggi più noti della musica italiana, da Fabri Fibra a Gué Pequeno e Marracash, dai Boomdabash a Elodie a Raphael Gualazzi – è una persona che non ama il presenzialismo a tutti i costi: adora l’inverno e il freddo, è una persona riservata e di poche parole.

Anche la sua scalata nella scena italiana è stata compiuta a piccoli ma decisi passi, quasi in sordina, senza manie di protagonismo, tanto che è approdato al primo disco per una major solo nel 2018, dopo una decina d’anni di carriera nell’underground. La quarantena generalizzata, quindi, non era una situazione che lo spaventava particolarmente. Anzi, nel suo caso ha giovato alla creatività: «In qualche modo mi ha aiutato a ricominciare a lavorare a un nuovo progetto da subito, a incanalare le energie solo in quello», racconta nei pressi dell’Università Statale di Milano. Ci troviamo qui perché proprio in via Festa del Perdono, davanti all’entrata principale, lo street artist inglese Richard Wilson sta realizzando un gigantesco murales alto una dozzina di metri, che ritrae Mecna nell’atto di piangere: è la copertina che ha scelto per il suo nuovo album, Mentre nessuno guarda, in uscita proprio oggi.

La quarantena ti ha stimolato creativamente, quindi?
Sì, parecchio. Era una situazione non poi così strana per me, anche perché sono abituato a lavorare da casa. Milano era vuota era spettrale, ma da un certo punto di vista era anche affascinante. E poi con Sick Luke avevamo già perfezionato un metodo di lavoro a distanza, perché quando eravamo alle prese con Neverland lui era a Roma e io a Milano, perciò in un certo senso ero già rodato. Meno male perché, come avevo già fatto per altri progetti, sono stato molto attento anche all’aspetto musicale, seguendo da vicino tutte le produzioni.

Il fatto di collaborare solo con produttori come Iamseife, Lvnar e Alessandro Cianchi, che sono anche tuoi grandi amici da anni, ha fatto la differenza in una situazione così complicata?
Secondo me sì: abbiamo un legame tale per cui possiamo dirci davvero tutto, quindi è molto più facile interagire. Allo stesso tempo, ormai ci conosciamo talmente bene che non abbiamo neanche bisogno di parlare per capirci. Se avessi lavorato con qualcun altro non sarebbe stata la stessa cosa.

Il sound di Mentre nessuno guarda è molto particolare, con grandi influenze black virate all’elettronica e un tocco di coolness inglese…
Lvnar e Iamseife in questo sono fondamentali, perché presi singolarmente hanno approcci molto diversi, ma quando lavorano insieme a un album si bilanciano perfettamente. Il primo ama la musica black, il secondo adora la cassa dritta e tutto quello che viene dalla scena UK contemporanea; poi c’è Alessandro che amalgama tutto, e io che do il tocco finale.

I tuoi fan ti prendono scherzosamente in giro per i tuoi pezzi tristi e un po’ crepuscolari, ma ascoltando l’album ho avuto l’impressione di trovarti meno malinconico e più solare. È effettivamente così?
È vero, scrivo sempre cose molto personali e sicuramente il mio stato d’animo c’entra, ma la differenza di stile è più che altro un segno di consapevolezza: negli anni ho acquistato sicurezza e sono sempre più soddisfatto di come riesco ad affrontare varie tematiche e approcci al rap. Mi sono tolto un po’ di paranoie, e credo che questo si senta. Ho capito che non voglio ripetermi troppo, perciò è normale che cerchi di esplorare anche atmosfere e mondi diversi. Per uno come me, sperimentare vuol dire anche solo fare un pezzo un po’ più allegro, come ad esempio Tutto ok, quello con Frah Quintale, che tra l’altro non conoscevo di persona, ma che ammiro un sacco e con cui non vedevo l’ora di lavorare.

A proposito, parliamo delle collaborazioni. Alcune sono totalmente inattese, come ad esempio quella con Gué Pequeno…
Con alcuni ci sono dei punti di contatto artisticamente evidenti: è il caso di Frah, Izi, Ernia e Madame. Con Gué apparentemente ce ne sono di meno, perché sembra una persona molto lontana da me. In realtà, però, in ogni suo disco ci sono dei brani molto intimi e personali, quindi l’ho sempre sentito abbastanza affine al mio modo di vivere la musica. Avevo sempre sperato di collaborare con lui, prima o poi, e nell’ultimo periodo, dopo aver visto molte sue interviste che ha fatto per il suo ultimo album Mr. Fini, ho avuto la certezza che la sua passione per ciò che fa è immensa. E se hai quel tipo di passione, per quanto mi riguarda ti percepisco immediatamente come un amico (ride). So che per molti sarà una sorpresa sentirci insieme in un pezzo come Punto debole, ma è stato davvero tutto molto naturale: si è preso subito bene all’idea ed è stato un grande piacere lavorare con lui.

Molti brani hanno quasi un sentore di incompiuto: ogni tanto il beat scompare e rappi a cappella, hai tenuto delle sporcature e qualche intervento a microfono acceso, hai voluto includere a sorpresa una nota vocale di Fabri Fibra… Da dove viene questa voglia di aggiungere materiale off the record?
L’esempio perfetto potrebbe essere Wow, il pezzo con Ernia, in cui a un certo punto c’è una specie di freestyle che avevo registrato come provino, ma che alla fine abbiamo tenuto. Non cerco più la perfezione, ormai: mi diverto molto di più a provare a fotografare un momento, anziché sforzarmi a tutti i costi di creare brani senza tempo.

È questo che fai, “mentre nessuno guarda”?
Il titolo dell’album in realtà è un riferimento al fatto che quando nessuno ti guarda, sei come nessuno ti conosce: sei te stesso fino in fondo. E io voglio essere me stesso, quando faccio musica; anzi, per me è più importante essere sincero quando faccio musica che in tutti gli altri contesti della mia vita. È anche un rimando alla mia carriera, perché non sono mai stato sotto i riflettori, né l’artista del momento, e anche mentre nessuno guardava ho continuato a fare le mie cose nell’ombra.

Sei una persona tradizionalmente molto riservata, però: ti piacerebbe davvero stare sotto i riflettori?
No, appunto! Però a volte ti vengono dei pensieri di quel tipo, è inevitabile. Il fatto che io non sia mai riuscito ad arrivare al disco d’oro può sembrare una cazzata, nel quadro generale, ma è ovvio che a questo punto della mia carriera cominci a farmi un po’ riflettere.

È per quello che in Scusa, l’ultima traccia dell’album, dici “il disco non è andato a gonfie vele e mi aspettavo altri risultati”?
Beh, sì: è un modo per esprimere debolezze che in fondo hanno tutti, ma di cui magari gli altri rapper non parlano.

Quel brano è una sorta di elenco di scuse e richieste di perdono a molte persone a te vicine, che citi per nome: da Ghemon al tuo primo discografico Macro Marco al tuo manager Filippo, passando per le tue ex storiche. Cos’hanno pensato quando l’hanno ascoltato?
Non lo so, perché non l’hanno ancora ascoltato (ride). In realtà il pezzo ha un significato molto positivo, perché tutti quegli “scusa” in realtà sono più che altro dei “grazie”. Potrebbe essere una bella sorpresa, per loro, ritrovarsi in quella canzone. La musica per me è un territorio franco in cui riesco a tirare fuori delle cose di cui, magari, a voce non riuscirei a parlare.

Il murales con la copertina di ‘Mentre nessuno guarda’ a Milano

Molti tuoi fan, da quest’album, si aspettavano un pezzo dal titolo 31/10, per proseguire la saga iniziata con 31/07 e consolidata con 31/08 e 31/09
Quella era una trilogia, perciò ormai è conclusa. In teoria, almeno. Non si sa mai, nella vita.

Sarebbe stato interessante, anche perché il 31 ottobre è Halloween: oltre che un brano molto malinconico, come i precedenti tre, avrebbe potuto essere anche un po’ horror.
Beh, abbiamo già la copertina del disco che si prende una bella fetta di tristezza: ci sono io che piango!

Giusto: non solo piangi, ma per la prima volta deleghi a qualcun altro la copertina di un tuo album. Come mai?
In realtà la mia firma c’è sempre, perché ho tenuto comunque la direzione artistica. L’idea del dipinto di Richard Wilson era per rendere un po’ più iconografico il concept del disco, che di fatto parla di debolezze e fragilità. Insomma, piangi mentre nessuno ti guarda, ma qualcuno ti ritrae mentre lo fai.

Che effetto ti fa vedere un murales alto cinque piani che ti rappresenta in lacrime?
Un po’ strano, devo dire, infatti non amo molto sostare nei pressi di quel palazzo (ride). Però ci sembrava un’idea molto bella per svelare la copertina, soprattutto in un’epoca in cui tutto passa dai social e non c’è più una rappresentazione fisica e tangibile.

Prossimamente ci sarà modo di vedere una rappresentazione fisica e tangibile anche della tua musica, compatibilmente con le normative anti Covid?
In realtà ancora non so, purtroppo. Stavamo provando ad organizzarci, ma negli ultimi giorni tutto sembra di nuovo estremamente incerto, quindi non sappiamo ancora cosa sarà possibile fare. Avendo già fatto un tour nei teatri, sono abituato all’idea di suonare davanti a un pubblico seduto: è stata un’esperienza un po’ strana, ma molto bella. Non mi spaventerebbe rifarlo, anche se stavolta sarebbe davvero molto diverso.

Hai un’opinione in merito alle discussioni degli ultimi giorni sulla penalizzazione dei lavoratori dello spettacolo, che devono sottostare a regole molto più restrittive rispetto a tanti altri settori dove il rischio assembramenti è lo stesso, se non peggiore?
Lo trovo ingiusto. Non perché io abbia un’egoistica voglia di suonare, sia chiaro: mi rendo perfettamente conto che il problema del Covid c’è e non possiamo far finta di niente, ma devono valere le stesse regole per tutti. Quando quest’estate hanno riaperto le discoteche, ad esempio, non ero del tutto d’accordo. Si sono fatti due pesi e due misure tra chi faceva concerti veri e propri, in cui c’erano regole ferree e controlli, e chi faceva cosiddetti dj set in discoteca, dove la gente si ammassava sotto la console come un tempo si ammassava sotto il palco. Vedremo cosa succederà, comunque.

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