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Gwen Stefani: «La gente avrà ancora voglia di ascoltare le mie canzoni?»

È la domanda che la cantante si è posta per lungo tempo, finché due collaboratori l'hanno convinta a riprovarci con 'Let Me Reintroduce Myself'. «Combattiamo l'angoscia della pandemia ballando»

Gwen Stefani

Foto: Jamie Nelson

Anche vista attraverso una webcam sgranata, quella che trasforma tutti noi nella nostra versione peggiore durante le decine di videocall quotidiane a cui siamo sottoposti da mesi, Gwen Stefani resta una visione paradisiaca e l’incarnazione dell’eterna gioventù, nonostante i suoi 51 anni. Seduta nel salotto della sua villa a Los Angeles, appare bellissima, biondissima, stilosissima, tutti superlativi che su altre suonerebbero eccessivi, ma non certo su di lei, che ha attraversato tre decenni con grazia e grinta, reinventandosi costantemente ma non dimenticando mai le sue radici.

Alla sua età, e con i preparativi di un matrimonio di cui occuparsi (sposerà presto Blake Shelton, cantante country e come lei giudice dell’edizione americana del talent show The Voice), potrebbe permettersi di tirare i remi in barca e di godersi il frutto della sua carriera straordinaria, sia come voce dei No Doubt che come solista. E invece, in piena pandemia, ha deciso di tornare con una canzone pop dai trascinanti ritmi in levare, Let Me Reintroduce Myself, che sta andando benissimo ovunque, in particolare in Italia, un Paese dove è molto amata e che lei ama particolarmente. «Quanto vorrei essere lì!», esclama sospirando. «È la terra di mio padre, e sapere che il mio singolo è tra i più suonati dalle vostre radio è un’emozione, per me».

In effetti è quasi impossibile non sentirlo, di questi tempi, così come è quasi impossibile non avere visto il video, in cui con una certa dose di autoironia Gwen veste i panni di se stessa in tutti i suoi videoclip precedenti, da quelli dei No Doubt fino ai suoi exploit più recenti: il titolo della canzone, infatti, significa letteralmente “Lasciate che mi presenti di nuovo”, il che è esattamente quello che ha fatto.

Perché ne hai sentito il bisogno? In fondo sei una delle popstar più famose al mondo…
Quello che gli altri pensano di me, quello che vedono in me, non necessariamente rispecchia chi sono, cosa sento e le mie insicurezze. Era parecchio tempo che volevo fare nuova musica, ma quando mi capita di ascoltare le mie band preferite, quelle che ho scoperto quando andavo al liceo per intenderci, non sempre mi viene voglia di sentire i loro dischi nuovi: ascolto sempre le stesse loro hit che adoravo ai tempi. Perché i miei fan storici non dovrebbero fare altrettanto? Perché dovrebbero essere interessati a una mia nuova canzone? A volte arrivi a un punto in cui ti sembra di avere già fatto tutto, per cui ti chiedi che senso abbia riprovarci.

Quando ti sei decisa a riprovarci davvero, quindi?
In realtà è nato tutto da un songwriter con cui stavo scrivendo, Ross Golan, che tra l’altro ho conosciuto su Zoom, perché abbiamo iniziato a lavorare insieme nel bel mezzo del lockdown. È una persona piena di talento e il mentore di un altro mio collaboratore di lungo corso, Luke Niccoli, e entrambi cercavano di motivarmi via webcam, convincendomi a rimettermi in gioco. Sono stati un po’ dei diavoletti tentatori, e mi hanno fatto capire che finché sono viva e sono me stessa, ho ancora qualcosa da offrire alla gente. «Perché non provi a presentarti di nuovo a tutti?», mi ha chiesto un giorno Ross, e si può dire che la canzone sia nata quasi da sola. Per un po’ l’abbiamo messa da parte, perché non pensavamo potesse diventare un buon singolo e perché nel frattempo ci avevamo preso così tanto la mano che abbiamo scritto altre nove canzoni, sempre a distanza.

E come mai hai deciso di farla uscire dal cassetto?
Il mio futuro marito Blake è un ascoltatore fantastico, ha un istinto pazzesco per capire quali canzoni funzionano e quali no. È una specie di juke box umano, davvero. Sarà per via delle sue 20 stagioni a The Voice. Quando ha ascoltato Let Me Reintroduce Myself ero in macchina e stavo andando all’aeroporto. Mi ha telefonato entusiasta e mi ha detto: «Guarda che questo pezzo ha davvero una marcia in più. E poi, perché non giri anche un video in cui ti vesti con i tuoi look più iconici del passato?». Mi è sembrato geniale, così ho chiamato la mia etichetta e abbiamo messo in moto tutto.

Il video, in effetti, ha contribuito tantissimo a trasformare Let Me Reintroduce Myself in una hit…
Tornare alle cose che mi avevano ispirato in origine è stato stimolante, un modo di riscoprire le motivazioni che mi spingevano a esprimermi. Vale per i vestiti come per il sound, chiaramente: quando ho cominciato a fare musica ho scoperto il reggae e lo ska, generi musicali gioiosi, e ho voluto riportare la stessa energia guaritrice anche all’interno di questa canzone, senza prendermi troppo sul serio. Insomma, mi sono un po’ riciclata, ma sono sempre io (ride).

Molti tuoi colleghi, durante il lockdown, hanno scritto canzoni intime, malinconiche, acustiche. Tu, invece, ti sei lanciata in un brano allegro e ballabilissimo. Come mai?
Beh, sono davvero felice che tu lo dica, perché la mia intenzione era proprio quella: portare a tutti un po’ di allegria e voglia di ballare. Quando mi è capitato di fare ricerche sulle origini della prima musica che ho amato davvero, lo ska, ho scoperto che era nato dopo un periodo molto deprimente per i giamaicani: all’alba degli anni ’60 stavano finalmente uscendo dalla dominazione inglese e trovando la loro libertà come nazione, ed è stato proprio allora che si è diffuso questo genere dirompente, pieno di vita e di energia.

Mi ha fatto molto riflettere, perché anche tutte le band derivative che sono arrivate negli anni ’70 e ’80, come i Madness e gli Specials, hanno mantenuto quello spirito di gioia e rivoluzione: combattevano contro il razzismo e i pregiudizi con delle canzoni ritmate e ballabili. Perché noi non dovremmo combattere l’angoscia della pandemia con le stesse armi, se hanno funzionato in passato? C’è un motivo se ogni volta che sei in vacanza, indipendentemente da dove ti trovi, c’è sempre qualcuno che suona musica reggae: perché ti fa sentire bene, rilassato, felice, in armonia con il resto del mondo. Tutte cose di cui abbiamo un gran bisogno, ora come ora. Non a caso, tutte le canzoni che sto scrivendo in questo periodo vanno proprio in quella direzione.

A proposito di ska, quest’anno Tragic Kingdom dei No Doubt ha compiuto 25 anni. Mentre lo registravate, avevate la sensazione che avrebbe cambiato la vostra carriera e che sarebbe entrato nella storia della musica?
Assolutamente no! Anzi, per me è davvero buffo che tu dica che è entrato nella storia: vorrei tanto poter uploadare i miei ricordi nel tuo cervello per mostrarti quanto eravamo messi male in quel periodo… (ride) Non eravamo nessuno, letteralmente: solo una manciata di ragazzini che provavano a fare musica insieme. Cercavamo di combinare qualcosa delle nostre vite, e i nostri genitori continuavano a ripeterci che la band doveva essere solo un hobby, perché nella realtà nessuno sfondava davvero. E con il fatto che facevamo esattamente l’opposto di ciò che andava di moda in quel momento – erano gli anni in cui spopolava il grunge – un po’ eravamo d’accordo con loro e ci eravamo trovati un piano B più concreto: avremmo tanto voluto essere artisti a tempo pieno, ma andavamo al college e lavoravamo, perché non ci sembrava di avere speranze.

E poi cos’è successo?
Che abbiamo scritto un disco, Tragic Kingdom, appunto. Ci abbiamo messo un sacco a farlo, ed è stato un periodo proprio tragico, in un certo senso. Mio fratello maggiore Eric, che era tutto per me e che veneravo, stava mollando la band: era il nostro tastierista e anche quello che scriveva tutte le canzoni, perciò non avevo idea di come avremmo fatto senza di lui. Come se non bastasse il mio ragazzo dei tempi, Tony (Kanal, bassista dei No Doubt, nda), che consideravo tutto il mio mondo, il mio migliore amico, la persona su cui fare affidamento per ogni cosa, che mi aiutava a studiare, a pagare le bollette, a compilare le scartoffie, stava mollando me! Non mi voleva più né come fidanzata, né come amica. Era un momento duro. Ero una ragazza molto ingenua, vivevo ancora con i miei genitori e non avevo preso il controllo della mia vita: ero una persona molto passiva, senza grandi sogni né speranze. Quando scoprii che ero in grado di scrivere canzoni su tutte le emozioni che stavo provando, fu una sensazione davvero potente, per me. Finalmente avevo uno scopo.

Dev’essere stato un momento liberatorio.
Sì, ma allo stesso tempo la strada sembrava ancora tutta in salita: nessuno, neppure noi, credevamo ancora che Tragic Kingdom sarebbe mai uscito. Avevamo già registrato un album in precedenza, ma la casa discografica ne aveva bloccato l’uscita a tempo indefinito, quindi non ci speravamo più! È pazzesco guardare indietro e pensare che alla fine ce l’abbiamo fatta e che c’è gente che lo riascolta ancora, dopo così tanto tempo. Sono così orgogliosa del fatto che siamo riusciti a creare canzoni che trascendono le barriere culturali e linguistiche. Grazie a quel disco siamo stati in tour mondiale per due anni e mezzo: abbiamo suonato ovunque, da Israele all’India all’Italia, posti di cui avevo letto solo nei libri, prima di allora. È stato straordinario.

Ormai è raro vedere una ragazza che fa la frontwoman in una band di soli maschi, come te nei No Doubt. Che consiglio daresti a chi oggi vorrebbe seguire il tuo esempio?
Odio dare consigli, mi sembra sia fin troppo presuntuoso. Quello che mi sento di fare, piuttosto, è guardare indietro e raccontare ciò che ho imparato sulla mia pelle. Penso che il primo passo sia cercare di capire qual è il proprio scopo nel mondo, il proprio dono: ognuna di noi ne ha uno, ognuna ha qualcosa di speciale che nessuno potrà mai portarle via o imitare. Una volta individuato, bisogna restare fedeli a se stesse, mostrarlo al mondo, andare avanti nonostante le difficoltà.

Personalmente, io ho cercato di rimanere quella che ero, in qualsiasi circostanza. Non ho lasciato che nessuno mi imponesse come parlare, vestirmi, muovermi o comportarmi, e ho avuto la fortuna di poter collaborare con persone di grande talento, che mi capivano e volevano le stesse cose. È stato anche un percorso di crescita spirituale: la preghiera è servita, ho capito che Dio mi aveva dato qualcosa di speciale e andava rispettato. Sul fatto di essere l’unica ragazza nella band, in realtà non mi sono mai sentita del tutto tale…

Ah no?
Beh, innanzitutto non ho mai avuto l’impressione che il fatto che gli altri fossero tutti ragazzi mi costringesse a un ruolo secondario. Anzi, era un asso nella manica, perché potevo ricoprire due ruoli diversi! Potevo essere sia un maschiaccio che molto femminile, e infatti l’ho sempre fatto. Era fantastico, e a volte ero entrambe le cose insieme: una ragazza dal collo in su, per come cantavo e come mi atteggiavo, e un ragazzo dalle spalle in giù, per come mi muovevo e come tenevo il palco. (ride) La cosa più bella, però, è che le ragazze del pubblico mi consideravano una di loro, e non una presenza minacciosa. Capivano che facevamo parte della stessa squadra, che potevamo essere tutte sorelle. È brutto quando le donne si fanno la guerra tra di loro: la forza che si sprigiona quando riusciamo a fare fronte comune è incredibile.

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