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Gué Pequeno: «Il mio live è molto rap, niente circo»

Siamo andati a trovare Gué la mattina delle prove generali del suo 'Gentleman Tour', in partenza stasera dal Fabrique di Milano, dove presenterà il suo concerto «duro e crudo, visivamente innovativo».

La prima volta che intervistai Gué Pequeno fu in uno sgangherato circolo Arci che oggi non esiste più, per una sgangherata webzine che oggi non esiste più. Era il 2003 ed era appena uscito Mi Fist dei Club Dogo, un disco che avrebbe segnato per sempre la storia dell’hip hop italiano. Io ero una liceale che amava il rap e sognava di diventare giornalista, lui era un mc emergente che sognava di diventare una rapstar. Ripensarci adesso, aspettando il suo arrivo nel bar di un hotel di lusso per parlare del suo nuovo tour, fa un certo effetto. It was all a dream, come diceva Notorious B.I.G. nel suo capolavoro Juicy: caso (o destino) vuole che quello stesso verso sia stampato sulla maglietta che indossa. «Avrò dormito cinque ore in tutto questa settimana» esordisce sedendosi al tavolo della colazione.

Passando qualche ora con lui, appare subito chiaro che essere Gué richiede delle notevoli capacità di multitasking. Il debutto del Gentleman Tour, che ormai è sold-out in quasi tutte le date, è alle porte: bisogna decidere la scaletta definitiva, provare, concordare gli ospiti sul palco. E contemporaneamente gestire le richieste dalla stampa, scegliere gli outfit, scattare foto, trattare questioni urgenti con discografici e booking agent e, perché no, nel mentre cercare di divertirsi e di non dimenticare le vere motivazioni che ti spingono a fare tutto questo. Gué delega pochissimo, anche perché ha le idee molto chiare su ciò che vuole. «Ho sempre cercato di fare delle cose ben curate, anche dal vivo», spiega. «In Italia è difficile essere rispettati in ambito live se fai hip hop, perciò cerco di costruire uno spettacolo che faccia dire ‘Bella storia!’ anche a chi non ama il rap. Ho sempre suonato con il dj per mantenere l’elemento hip hop, che è la mia radice, affiancandogli anche un batterista a un certo punto. Ai tempi di Vero, il mio primo disco per Def Jam, avevo dj, batterista, polistrumentista e cantante». In questo tour, invece, si torna all’essenza, ovvero a un rapper e un dj. «Volevo la forma più originale possibile, ma non per questo sarà stile anni ’90: è attuale, duro e crudo, visivamente innovativo. Molto rap».

Raggiungiamo la sala prove, dove il dj Jay K (due volte sul podio mondiale delle maggiori competizioni di scratch, per intenderci) e il fonico stanno cominciando ad allestire lo spettacolo: peccato non poter riprendere l’intera scena, perché sarebbe la risposta perfetta a chi pensa che un concerto hip hop sia semplicemente una voce su base. Tesi non facile da smentire, oggi che i giovani rapper trascurano un po’ l’aspetto live. «Alcuni artisti di ultima generazione sono molto popolari, ma molto scarsi dal vivo. Oggi conta di più apparire, per cui magari sui social hai la foto pro con la stylist, e poi sul palco non sai stare e al microfono sembri un babbo di minchia. Ma non bisogna fare di tutta l’erba un fascio» racconta. «In Italia c’è un buon livello dal vivo: pensa a Salmo, Marracash, Gemitaiz. Sul palco ‘they rap their ass off’, spaccano. Per me un ottimo live rap è quando c’è un dj che spacca ai piatti e un tipo che spacca al microfono», ribadisce Gué. «Chiaro, se vai a vedere Eminem trovi le mongolfiere e i fuochi d’artificio, ma a me non ha mai entusiasmato il circo. Il concerto più bello che ho visto è stato quello dei Beastie Boys, uno dei miei gruppi preferiti: c’era una parte più hip hop, in cui rappavano col dj, e una più punk rock».

Anche gli inizi della sua carriera – con le Sacre Scuole, il seminale gruppo formato da lui, Jake La Furia e Dargen D’Amico – hanno qualcosa di punk. «Farsi le ossa nei centri sociali, mentre la gente si mena e si prende a bottigliate e il tuo microfono non funziona, è un’esperienza che credo nessun nuovo artista possa ripetere oggi» riflette. «Le mie prime volte sul palco sono state in posti come l’Indian Cafè di Milano o il Livello 57 a Bologna. Funzionava che suonava Neffa, per dire, e poi noi, con un po’ di raccomandazioni da parte dei più grandi con cui giravamo all’epoca, salivamo e facevamo qualche strofa. A quell’età sei più emozionato e hai voglia di spaccare, mentre crescendo diventa più una routine professionale. Però anche quando ho cominciato il mio percorso solista ci sono state tante belle emozioni e soddisfazioni». Come il tour di Vero, con Fedez che apriva le date e Ghali che gli faceva le doppie: «Sono stati parecchio bullizzati, ma è stato bello, ho imparato molto dalla loro energia e freschezza di teenager». La nuova scena rap (Fedez, oggi più vicino al pop che al rap, è un discorso a parte) non gli dispiace affatto. «Oggi finalmente mi ascolto anche i rapper italiani in macchina, una cosa che un tempo non avrei mai pensato di fare».

Negli anni, insieme al successo, sono cresciute anche le dimensioni dei palchi su cui Gué suona. «Sembra un controsenso, perché il sogno di ogni musicista è suonare davanti a migliaia di persone, ma i palchi enormi non mi entusiasmano» confessa. «Non mi piace, mi annoio, non sento nulla perché ho gli in-ear monitor. Preferisco posti più contenuti. Ultimamente ho fatto un tour europeo suonando solo in piccoli club, a contatto con la gente, e mi sono divertito tantissimo». Anche perché la sua fan base è motivo d’orgoglio: «La cosa più bella che mi rimane di tutti questi anni a fare musica è il pubblico. Vedere che tipo di persone sono, il fatto che ci sono tante età diverse o tante ragazze, è molto bello. È un segnale di qualcosa di buono. Massimo rispetto per chi ha un pubblico di ragazzini accompagnati dai genitori, ma quello è un segnale di qualcos’altro».

La predilezione per i palchi piccoli, comunque, non gli impedisce di pensare in grande. «Mi piacerebbe fare un mega-concerto rappresentativo di tutto il movimento. Tipo il Blueprint Lounge Tour di Jay-Z, che nel 2003 si portava sul palco tutti gli artisti di Roc-a-Fella, o la Summer Jam di Hot 97, in cui un sacco di rapper diversi si alternano al microfono. Sto sognando, lo so, ma è normale che i miei riferimenti siano quelli, ascolto solo roba straniera e sono sempre all’estero. Prima o poi ci proverò. Sono sincero: per ora non ho ancora alzato quell’asticella perché non ci guadagno abbastanza. Va bene la musica, ma ci vuole anche altra musica, tipo quella delle banconote fruscianti…».

Le date del Gentleman Tour:

09-10 febbraio – Milano (Fabrique)
15 febbraio – Firenze (Viper)
17 febbraio – Napoli (Casa della Musica)
18 febbraio – Modugno (Demodè)
24 febbraio – Roma (Spazio 900)
02 marzo – Padova (Gran Teatro Geox)
03 marzo – Nonantola (Vox Club)
04 marzo – Milano (Fabrique)

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