Ascolto Guè “da quando i fra’ ti rubavano il Woolrich”, dai tempi di Mi Fist dei Club Dogo, da sempre insomma, e credo che questo Fastlife 5 – Audio Luxury, quinto episodio della ventennale saga di mixtape, sia in assoluto uno dei suoi lavori migliori. Non solo per la mano di Cookin Soul, producer valenciano di culto, o per la presenza dei migliori rapper internazionali su piazza, Freddie Gibbs e Larry June. Neanche per il feat di B-Real dei Cypress Hill, una sorta di mito per chi è cresciuto ascoltando rap negli anni ’90. Piuttosto per la libertà che si è preso Guè nel fare un disco hip hop libero, senza compromessi pop, eppure destinato al successo.
I beat smooth e jazzati, il boom bap e il rap degli anni 2000 sono la colonna sonora di un film di genere d’autore, un gangsta movie alla Pulp Fiction in cui il regista Cosimo Fini, ispiratissimo, inventa storie che si trasformano in rime, piene di vita di strada e di humor nero. Ne cito un paio, giusto per dare l’idea: “un bimbo degli ’80 / era il tempo delle pere / ora spacco l’aragosta / esce la polpa dalle chele” (in Nato & cresciuto), “dovrei prendere il David ma stava ancora dormendo quindi l’ho presa da Kevin” (in True Life). Poi, se non l’avete ancora notato, sulla cover c’è sua figlia Celine, la cui voce è campionata in uno dei pezzi più forti, Loquito. Tutto giusto, pure troppo per essere un semplice mixtape, ma il rapper milanese punta in alto, con la simpatica spacconeria di uno che sa di essere bravo e non deve curarsi del giudizio degli altri. Anzi, come rappa Guè, “finisco di allestire la mia cantina vini e siamo pronti, let’s go”.
L’8 gennaio Guè sarà ospite di TIM New Music Night, il format di TIM dedicato alla musica live e ai release party che ha già ospitato Tiziano Ferro e Sfera Ebbasta: terrà uno show a Milano a poche ore dall’uscita di Fastlife 5, visibile in diretta esclusiva su TIMVISION.

Sembra un vero e proprio album… cosa lo rende un mixtape?
Per prima cosa voglio dire che sono contentissimo, mi sono divertito un sacco a fare questo disco. So che è difficile trovare la differenza tra un album vero e proprio e un mixtape, l’unica forse sta nel fatto che qui non ci sono pezzi tanto radiofonici. Però ho appena saputo che ho fatto più pre-order di copie fisiche con questo che con un disco ufficiale: sarà l’effetto-saga di Fastlife, come quando vai a vederti il sequel di un film che ti è piaciuto, sarà che ormai la conoscono sia i più grandi che i giovanissimi…
La somiglianza con un vero e proprio album si nota soprattutto nella produzione, di livello e curatissima, e nella scrittura.
Per la produzione ho avuto la fortuna di avere il king, Cookin Soul, uno che lavorato con Freddie Gibbs, Wiz Khalifa, Mac Miller, Nipsey Hussle e tanti altri, mentre le liriche sono una sorta di masterclass di rap. Rispetto a un album – dove magari vuoi avere una hit, un pezzo che stia in radio – qui mi sono sentito totalmente libero: ci sono testi molto espliciti, però secondo me il salto che ho fatto è a livello tecnico, nel riuscire a dare una certa eleganza anche alle tematiche più ignoranti.
Lavorare con un producer con tanto spessore musicale cambia l’approccio alla scrittura? Basi fiche ispirano di più?
Io e te abbiamo le stesse reference, ma magari per un ragazzo di vent’anni le basi fighe sono altre. Culturalmente il fatto di usare sempre questi campionamenti soul, con questa atmosfera un po’ da costa col tramonto, lo rende un gangster movie dove in un pezzo c’è la scena di sesso, nell’altro la scena criminale, o quella triste: sono tutte delle soundtrack grazie ai beat evocativi di Cookin Soul. Gli episodi più smooth e più chill sono i migliori dell’album e mi hanno dato il la per fare dei piccoli film. Mi sono tolto un sacco di sfizi, mi sono proprio sfogato: tutte le cazzate che potevo dire le ho dette, senza pensare alle conseguenze, ho fatto un pezzo solo sulle donne di vita, ma con genuinità, in maniera divertente, non pesante.
In che modo la produzione fa la differenza?
Lavorare con un solo producer è come avere a che fare col regista di un film, invece di fare una serie che ha otto o nove episodi con dei produttori diversi. Avevo proprio la necessità di un progetto così, che fosse boom bap con uno stile retrofuture, ovvero allo stesso tempo rétro e fresco, nuovo: ci sono sample West Coast, quelli più jazz o anni 2000 come il singolo in cui ho campionato mia figlia, Loquito, che sembra quelle cose che facevano vent’anni fa Pharrell e Snoop, i Neptunes.
Come sei entrato in contatto con Cookin Soul?
Sono stato a Tokyo la prima volta nel 2009 e lui stava mettendo dischi in un club hip hop di culto col suo collettivo, erano già famosi, li conoscevo di nome. L’ho conosciuto di persona sempre in Giappone l’anno scorso, abbiamo deciso di fare questo disco insieme, che abbiamo chiuso un anno dopo nello stesso posto.
Torniamo ai testi…
C’è un filo conduttore, il personaggio un po’ playboy e un po’ pappone, ma sempre accompagnato da uno humor nero. Anche le cose più gangsta sono divertenti: questa è la mia cifra.
Che continuità c’è con gli altri quattro episodi di questa saga ventennale che è Fastlife?
La continuità in realtà c’è e non c’è. Fastlife ha due momenti: uno che muore con i primi tre mixtape underground su basi strumentali, poi il resto fino a oggi. La gente apprezzava il brand e comunque io in quei mixtape ho regalato strofe abbastanza epiche, quindi alla fine mi è piaciuto ridargli vita, creando una saga parallela ai miei dischi ufficiali, uno spin-off con un personaggio da gestire in maniera libera, molto hip hop, senza l’ansia del mainstream o del brano pop.
Cosa ha rappresentato per te collaborare con B-Real dei Cypress Hill? Per chi ascolta rap dagli anni ’90 lui è un mito…
Devo ringraziare il mio tatuatore che si chiama Antonio “Macko” Todisco ed è un allievo di Mister Cartoon, un re del tattoo della scuola di Los Angeles: lui è molto amico di DJ Muggs, storico producer dei Cypress Hill, quindi è nata una bella connessione, molto naturale. Non sono passato dal manager o della casa discografica che l’ha pagato, c’è stato un link vero. È una cosa bella, di valore, oltre al fatto che i Cypress Hill sono uno dei miei gruppi preferiti di sempre.
Ci sono state delle connessioni “reali” anche per gli altri featuring?
Sì! Alemán è un rapper messicano che ha pezzi da 500 milioni di streaming e che ho conosciuto prima in Giappone e poi abbiamo suonato insieme in un epico block party a Parigi, da Sonny’s Pizza, una crew di ex writer che ha aperto una catena di pizzerie dove vanno tutti gli americani che passano in Francia, come Freddie Gibbs che ho conosciuto lì. Mentre Larry June è uno dei miei rapper preferiti in assoluto, oltre a essere la star del momento, ed è uno che ha fatto interi dischi con Cookin Soul, quindi da lì il passo è stato breve.

Foto: Federico Hurth
Freddie Gibbs è un rapper che piace anche agli hipster di Pitchfork, non solo agli amanti del rap. Anche tu piaci agli hipster? O credi che gli potrà piacere questo tuo nuovo disco così “sofisticato”?
Freddie Gibbs è un gangsta rapper che, come i Clipse, ha fatto il giro, arrivando pure agli hipster grazie a produzioni molto jazz, zeppe di sample, di cui è artefice Cookin Soul. Con me il producer è stato volutamente meno sofisticato, più aperto, ma di solito è uno che fa volare il collezionista di dischi o l’ascoltatore di jazz, anche se i testi sono “criminalissimi” e l’estetica da gang entra così in contesto cool, quasi fighetto. Voglio dirti una cosa: per me non è ancora arrivato il momento per sbattermene completamente il cazzo (del mercato, nda) e fare una cosa alla Freddie Gibbs, ma ti assicuro che tempo due o tre anni al massimo e ci arriverò: siamo in Italia e, anche se ho la fama di uno che fa quello che vuole, devo cercare di accontentare tutti, quindi non potevo fare un disco intero con il beat che non entra mai… Però sono comunque fiero di essere riuscito a fare un album senza dover fare delle robe stupide per il subumano italiano.
Duro e puro, ma tanto ti ascoltano tutti comunque…
Mi piace non dovermi piegare. Non per altro, ma i colleghi della mia età – a parte Marracash – provano comunque a fare la roba catchy, da ragazzini, il featuring col ragazzino giusto…
Il pezzo sanremese?
Più quello “trappese”, per bambini.
Quindi conquisterai anche gli hipster?
Sì, lo spero. Quando feci Ragazzo d’oro, che era un pezzo di rottura per il rap italiano, la gente dell’hip hop non capiva mentre gli hipster di Vice l’avevano abbracciato. Ho superato il momento in cui andare contro tutti, quindi ti dico che gli hipster li amo!
Come hai scelto invece i featuring italiani? Sayf e Promessa sono sulla bocca di tutti…
Sayf l’ho scelto semplicemente perché era perfetto come attitude per quel pezzo (Last Train 2 Shibuya): stavo registrando con Pietrino (dei 2nd Roof, nda) e abbiamo pensato a lui, gli ho mandato la base e lui mi ha risposto mentre guidavo una macchina tutta scassata. Sei ore dopo mi ha spedito il suo pezzo. Per quanto riguarda Promessa, sono felice che a Milano ci sia una nuova scena di ragazzi fortissimi come lui, Flaco G e 22simba, quindi l’ho chiamato perché volevo un nome fresco e figo. In più ho scoperto – e viene citato anche nel pezzo insieme, Nato & cresciuto – che lui abita a Milano nel blocco di fronte a dove è nata mia figlia, che è stata anche casa mia: questo particolare mi sembrava una cosa molto hip hop, una bella legacy.
Enny P come l’hai scovata?
È la rapper più forte che c’è oggi in Italia: ha fatto questo EP, Ratchet City, fortissimo, mega all’avanguardia. La strofa di Enny P in Freak! spacca il culo al 90% dei maschi, e a me per primo. Magari ci vorrà un po’ di tempo perché l’Italia abbracci questo tipo di rapper donna, ora è il momento del pop di Anna.
C’è anche un comico, lo stand-up comedian americano Lil Mozzarella, nella tua intro…
Lui è una celebrity, un idolo della comunità italo-americana e della scena rap, uno che va a bordo campo delle partite con Mark Wahlberg. Ma la perla da appassionati, il vero motivo per cui l’ho voluto nel mio disco, è che ha fatto gli skit – in cui fa la parodia del mafioso – in vari mixtape leggendari di French Montana della serie Coke Boys, che è stata d’ispirazione per Fastlife. È una chicca per intenditori, magari il 99% di chi ascolta non sa niente e non gliene frega, ma io godo di questi link da super appassionati, non me ne frega un cazzo. Anzi, più gli altri non lo sanno, più mi fa godere.
Rappi di fare un disco ogni nove mesi, come fossero figli. È stressante essere così prolifico e mantenere alto il livello?
Per me non è stressante, non sento il peso di fare una operazione di marketing in cui si possa rispecchiare l’italiano medio, non perché mi senta il più figo, è solo il mio modo di intendere l’hip hop. Non me ne frega nulla di fare un pezzo perché diventi virale, faccio quello che sento come per questo mixtape, poi uno è libero di vedere e ascoltare quello che vuole, come al cinema.
Questo Fastlife 5 è il tuo film di genere. Un film di genere d’autore…
Esatto. So di essere bravo, molto bravo nel mio campo, di essere forse il numero uno, ma so anche di avere un limite, di non riuscire a toccare l’uomo comune, quello che poi ti fa riempire gli stadi. Mi dispiace, perché comunque questo non mi renderà mai una vera pop star… L’altro giorno un mio collega, un caro amico, mi ha detto che stava facendo un album nuovo in cui avrebbe voluto cambiare direzione per far funzionare il progetto. Ecco, questa cosa fa riflettere. Non mi è mai fottuto niente di far funzionare il progetto, ho voglia di parlare di una cosa che ho dentro, piuttosto. Non posso forzarmi a fare qualcosa che non sento.
Davvero vorresti essere più pop, più nazionalpopolare?
Sono stato comunque ovunque, ho una popolarità larga, per vari motivi, nonostante quello che faccio. O proprio per quello che faccio. Solo non voglio fare roba cheap, sellout, stupida… Purtroppo in Italia se vuoi andare in tour negli stadi un po’ di merda la devi fare.
Tornerai live a febbraio col progetto Fastlife, ma il primo appuntamento per festeggiare l’uscita del mixtape è giovedì 8 gennaio con il release party per il format TIM New Music Night.
Sono gasato per questi live, farò pezzi che solitamente non faccio mai e sarà l’occasione per celebrare tutta la saga di Fastlife a Milano, la città dove tutto è nato.

Foto: Federico Hurth
Ti interessa la competizione con gli altri colleghi nel rap game?
Mi interessa chi fa più cash, la competizione nel business, solo quello. A parte che adesso la mia competizione va oltre la musica, il mio brand di tequila – di cui non sono un semplice ambassador, ma proprietario – sta diventando un impegno sempre più grande: sono entrati nuovi capitali e nel futuro credo che diventerà il mio primo lavoro.
È un gennaio prolifico: oltre al tuo disco ci sono quelli di Tony Boy, Geolier e Kid Yugi. Vi spartite la stessa torta o ce n’è per tutti?
C’è spazio per tutti. Tony Boy mi piace molto e forse ha ancora tanto da dimostrare: è ascoltato da giovanissimi, ha un botto di streaming e gli auguro il meglio. Quanto a Geolier, stiamo parlando della più grande superstar italiana, non c’è campionato con lui: tra l’altro è l’unico collega che mi videochiama per il mio compleanno, una persona squisita, auguro il meglio anche a lui. Kid Yugi invece colma una fetta di mercato che mancava ed è forte, ma io a 45 anni appena fatti e con un mixtape prodotto da Cookin Soul sono ancora bello nella piazza.
Rappi di aver ispirato due generazioni. Chi ha recepito meglio il messaggio? Hai degli eredi?
Penso che un po’ tutti abbiano preso da me, anche questa wave milanese di cui parlavamo prima (22simba, Flaco G e Promessa, nda) per il fatto di prestare attenzione alle rime, al testo, con una attitudine hardcore. Non è trap o mumble rap che sbiascichi dicendo cazzate o usando rime povere. Certo non sono Nas, ma se senti Old Fashion è un pezzo devastante, ti fa ben sperare. Poi uno dei rapper dell’anno e di cui sono fan è Artie5ive. È l’orgoglio di Milano, una specie di me 2.0.
Arriviamo a Loquito, alla cover del mixtape, a Celine e papà Gué. Come hai scelto di mettere sulla cover una vostra foto?
Non vedevo l’ora di farlo. Rappresenta la legacy, la vita che continua ed è anche una metafora della musica, dell’hip hop che si reincarna. Non voglio fare discorsi più grossi di me, però mi sembrava bello metterla in copertina: uno perché è fighissima, due perché rappresenta un’estensione di me, sono qui e non sono da solo.
Come è nata l’idea del pezzo e di campionare la sua voce?
Avevo il beat e quindi avevo capito che dovevo fare un pezzo hip hop club. Mi sono ispirato a I Just Wanna Love U (Give It 2 Me) di Jay-Z e Pharrell… E mentre ne stavo parlando con Cookin Soul mia figlia, che è madrelingua spagnola, mi ha mandato un messaggio vocale: «Papà non te hagas el loquito, papà non fare il matto, comprami un labubu, no fake». Cookin Soul l’ha sentito e ha trovato lo slogan per fare la hit. Io all’inizio volevo chiamarla No Fake…
Con la figlia in copertina potremmo dire che è il tuo album gangsta conscious, no?
Preferisco parlare di di gangsta humor, come Pulp Fiction che parla di di una roba criminale che però fa ridere. Rappresenta appieno il mio environment, il mio background. Ci sono dei rapper che fanno quel genere criminale e sono dei delinquenti veri, mentre la mia è sempre una narrazione di uno che sta dentro a quelle cose, ma che lo fa con un certo distacco. Mi piace il genere gangsta ma non mi interessa sentire un rapper solo perché è un criminale, voglio che abbia stile, che mi faccia dire wow. Ne ho avuto abbastanza dei criminali, ci sono ancora in mezzo, mi viene la nausea. Non ce la faccio più dell’esasperazione della malavita, mi piace come quinta disciplina dell’hip hop, ma deve essere condita con altre cose, deve essere un film.
A un certo punto in True Story, dici “ho rischiato di morire solo pochi mesi fa”. Racconta…
È una cosa di cui non ho mai parlato, non so se ne parlerò, magari nel mio prossimo disco, ma purtroppo a gennaio dell’anno scorso ho avuto un incidente potenzialmente mortale. Ne sono uscito illeso. L’ho citato in True Story e basta, non ci ho fatto delle stories come avrebbero fatto altri. L’ho tenuto per me.
Poi nel disco parli anche di tuo padre, dici che se aspettavi lui eri “a digiuno”…
Il mixtape è partito facendo tutti i pezzi più jazz, più smooth. Poi, visto che comunque era un episodio di Fastlife, ho dovuto iniziare a mettere dentro un po’ di “sassoni”. Mi dispiace purtroppo dissare chi non c’è più, però è vero. Più che un dissing è uno statement del fatto che da mio padre ho avuto solo problemi a tutti i livelli.
Però adesso sei il Loquito di tua figlia Celine…
Speriamo che tra dieci anni mia figlia non mi faccia un dissing… t’immagini?